Facciamo che sia molto più di un like

 La catechesi proposta da fr. Maggiorino per la Veglia di Capodanno ha messo in luce le debolezze del nostro tempo aprendo percorsi di riflessione. Uno è giunto anche a noi.
Eh sì, ha ragione lei Padre, questo anno deve valere più di un like. Il passaggio dal 2018 al 2019 che abbiamo vissuto prima in Convento e poi in Santuario, grazie alla catechesi che ha preceduto la Santa Messa di mezzanotte, ci ha permesso di pensare, se mai non l’avessimo fatto prima, al punto in cui questo mondo - e soprattutto il modo in cui lo viviamo - sono  arrivati. Basta davvero un like su Facebook, Twitter o Instagram, per citare i social network che mettono in relazione milioni di persone del pianeta, per dire che ci siamo e ci stiamo? Basta un click sul pollice blu a qualificare la nostra presenza, la nostra appartenenza, la nostra esistenza? No Padre, un like non basta. È una scorciatoia, un’adesione per vie brevi per dire di essere parte di qualche cosa, senza mai essere parte di nulla, se non di uno spropositato e globale chiacchiericcio. Dove noi non ci siamo affatto. Un parlar dalla superficie, mettendo in evidenza noi stessi, ma senza mai mettersi in gioco veramente. Siamo diventati persone che – come acutamente ha sottolineato lei – non siamo capaci più nemmeno di comunicare, di considerare le parole come dei veicoli di significato, un significato che dia forma al pensiero. Forse perché nemmeno più pensiamo. Passiamo da poche espressioni ripetute, quasi come un ritornello inceppato o uno slogan in loop, a continui fiumi di parole, dove ci sono pause solo per prender fiato e non certo per ascoltare. Dove la ripetizione, quasi si comunicasse tra persone che ci sentono poco, è continua e insistente. Nella notte di vigilia del nuovo anno in Santuario ci siamo domandati il perché di tutto questo. Le parole un tempo hanno smosso il mondo, hanno creato il mondo, sono state e tuttora sono la manifestazione di Dio, qui  e ora, nell’Antico Testamento e nel Vangelo. Ce lo ha ricordato lei facendo riferimento al prologo del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo e il Verbo era Dio e il Verbo era presso Dio”. E ai primi versetti dal libro della Genesi. “Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu.”. La Parola di Dio dice e fa. E noi la conosciamo per la sua potenza e la sua Verità, perché è una promessa che è certezza.

E le nostre parole, come sono ora? Hanno in sé questo valore? Dove sono finite le parole che sapevano aprire una via, una futuro di senso e non di presente non-senso? Dove sono le parole che davano esistenza, che vivevano veramente di noi e in noi? Il profeta Qoelet, da lei scelto per la catechesi, ci dà una risposta, tanto dolorosa quanto vera: “Tutte le parole si esauriscono e nessuno è in grado di esprimersi a fondo”. Il profeta Qoelet ci lascia testimonianza più di duemila anni fa di ciò che ora viviamo. “Vanità delle Vanità, tutto è vanità” dice all’inizio del suo canto, un canto amaro, di chi ha visto scorrere davanti ai propri occhi la verità che sta lasciando in dono a tutti e che ora, come allora, resta ferma nel tempo. Perché Qoelet ce lo dice apertamente: il tempo non è quello che noi pensiamo, quello che noi viviamo. In noi è stata posta un’eternità che non riusciamo a cogliere. E a far nostra. Viviamo piuttosto una illusione di cambiamento, come la fine di una anno e l’inizio di un anno nuovo. “Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà, non c’è niente di nuovo sotto il sole. C’è forse qualche cosa di cui posso dire: «Ecco, questa è una novità?»”. Questi versi che lei ha letto ci aprono gli occhi su un’ inesorabile visione del mondo, che vive, fatica e si consuma di generazione in generazione “ma la terra - dice Qoelet - resta sempre la stessa”.

E noi dove siamo? Veramente le nostre parole si sono esaurite? E nessuno è più in grado di esprimersi? Pare proprio di sì. E allora la sua esortazione verso questo nuovo anno diventi la nostra via di uscita, perché non basta un like per esserci: “Torniamo ad usare parole vive, che abbiano in sé un atto, che aprano ad una storia, che custodiscano un’eternità senza essere morte o come ha detto lei “nere”, ovvero parole che costruiscono un discorso, ma alla fine non dicono nulla. E impariamo il valore del Silenzio. Che non vuol dire assenza ma pienezza Così lei ce lo ha fatto comprendere con la metafora della musica: cosa sarebbe una melodia se non ci fossero le pause? Quale armonia avremmo in un’ininterrotta sequenza di note? Non sarebbe questo solo rumore? Usciamo dunque dal baccano in cui ci siamo abituati a vivere e riconquistiamo ogni giorno il tempo dell’attesa, che si riempie di significato, che non si esaurisce in un rapido susseguirsi di attimi, ma dà la Pace al nostro vivere. E allora sì che si potrà andare oltre un semplice like, oltre ogni inutile convenzione che ci spinge ad aderire al minimo anziché fare una scelta vera, a essere un piccola parte anziché il protagonista, a spegnere una fiammella anziché accendere la luce che dura per sempre.

A mezzanotte mentre già fuori dal Santuario i primi botti annunciavano l’arrivo del nuovo anno ed eravamo in attesa dell’inizio della Santa Messa ho pronunciato le mie prime parole del 2019. Mentre alcuni sottovoce si scambiavano gli auguri, ho chiuso gli occhi e ho detto: “Padre Nostro che sei nei cieli…”. E le campane suonavano a festa. Ha ragione lei Padre, la nostra parola deve essere riflesso della Parola di Dio, una parola che dice e fa. Il 2019 val molto più di un like. Ci sono ancora parole che non abbiamo esaurito.

Edited by CanepaLab

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Affettività, il senso di una relazione

«Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per rendere a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni» (Ger 17,9-10a)

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 15,12).

1. Essere testimoni di speranza in ambito affettivo - Dobbiamo sempre ricordarci che il cristiano - colui che incarna le Beatitudini - è quello che vive come “pellegrino e straniero” in questo mondo, che sa a rontare il viaggio della vita consapevole delle di coltà e dei rischi che incontrerà sul suo cammino, ma ducioso e determinato a raggiungere la meta, fonte di senso della sua stessa vita. Parole chiave del suo percorso sono libertà dai condizio- namenti del mondo; coraggio di scommettere sul futuro al di là delle possibilità e dei limiti umani; fiducia in una presenza che accompagna e sostiene, anche nella prova e nell’azione. In altre parole, cristiano è colui che sa sperare. Oggi sembra particolarmente diffcile parlare di speranza: la perdita di un orizzonte escatologico (espressa da un generalizzato appiattimento sul “qui ed ora”), il tramontare dell’idea che la storia abbia una direzione, un senso; la confusione super ciale tra speranza e vago sentimento di ottimismo: tutto tende a banalizzare una dimensione umana che ha un respiro in nito, ossia un’esperienza che solo il Risorto può donare.

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Fragilità, la forza nella debolezza

«Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2 Cor 4,7).

«”Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. [...] quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Corinzi 12,9-10b).

1. “La” fragilità e “le” fragilità - Fragilità viene da frangere, ossia spezzare, ridurre in frammenti. Fragile è dunque ciò che può spezzarsi. In questo generalissimo livello, fragilità è qualcosa che di per sé non si caratterizza né come problema né come ri-sorsa, ma, più semplicemente, come uno stato o un limite della materia e degli organismi viventi. Tuttavia, circolano diversi termini per dire la fragilità riferendosi a condizioni e situazioni problematiche. In ambito sociale, si parla di marginalità, di precarietà (o provvisorietà), di nuove povertà, di soggetti a rischio, di disagio. 

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Cittadinanza, né stranieri né ospiti

«Va' e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? [...] Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore» (2 Sam 7, 5.11).

«Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio,edi cati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edi cati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2, 19-21).

Dalla Lettera a Diogneto

I - Esordio1. Vedo, ottimo Diogneto, che tu ti accingi ad apprendere la religione dei cristiani e con molta saggezza e cura cerchi di sapere di loro. A quale Dio essi credono e come lo venerano, perché tutti disdegnano il mondo e disprezzano la morte, non considerano quelli che i greci ritengono dèi, non osservano la superstizione degli ebrei, quale amore si portano tra loro, e perché questa nuova stirpe e maniera di vivere siano comparsi al mondo ora e non prima. 2. Comprendo questo tuo desiderio e chiedo a Dio, che ci fa parlare e ascoltare, che sia concesso a me di parlarti perché tu ascoltando divenga migliore, e a te di ascoltare perché chi ti parla non abbia a pentirsi. 

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Tempo d'estate

Luglio e agosto sono i mesi solitamente dedicati alle vacanze. Qualche giorno, una settimana, i più fortunati anche periodi più lunghi, tutti noi lasciamo le nostre occupazioni usuali, il lavoro, la scuola, l'Università per fermarci un po' e concederci il tempo di fare ciò che non si riesce mai a fare durante l'anno perché troppo affannati da mille faccende. In questo tempo meraviglioso è bello pensare di riservare un po' di spazio anche a Dio e alla sua Parola, e al nostro personale cammino, accompagnando le nostre giornate più lente e tranquille con qualche riflessione.

PAROLE E PASSI, cammino, tempo

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