Dal 6 al 10 maggio abbiamo celebrato i 500 anni dalla dedicazione della nostra chiesa alla Beata Vergine Incoronata di Canepanova. Lo abbiamo fatto con diversi appuntamenti di preghiera e di fraternità. Momenti molto belli con la partecipazione di tantissimi di voi al triduo di preparazione e alla Santa Messa nella VI Domenica di Pasqua che è stata presieduta da fr. Antonio Scabio, Ministro Provinciale dei Frati Minori del Nord Italia e nostro caro confratello. Pubblichiamo qui il testo della sua omelia
Carissimi fratelli e sorelle,
se proviamo a immaginare l'inizio di questa storia, non vediamo una grande chiesa, né una celebrazione solenne. Vediamo un muro. Il muro di una casa qualunque, in una strada qualunque. E su quel muro, quasi nascosto, un affresco: una madre che allatta il suo bambino, Maria con il Bimbo Gesù.
Un’immagine semplice. Quotidiana. Il tipo di cosa che si potrebbe attraversare senza nemmeno fermarsi.
Eppure qualcuno si è fermato. Ha alzato gli occhi, ha sostato, ha pregato. Forse aveva dentro qualcosa di pesante da portare, o forse semplicemente era stanco. E in quel momento, davanti a quel muro, qualcosa è accaduto. Si è diffusa una voce — come si diffondono le voci nei quartieri, nelle famiglie, tra la gente — e quella voce diceva: lì c’è una presenza.
Non serve immaginare prodigi o apparizioni. Basta pensare alle persone che tornano. Che raccontano. Che portano con sé qualcun altro. Da un muro nasce un popolo. Da un’immagine nasce un cammino. Da un segno fragile nasce, con il tempo, un santuario.
Oggi, cinquecento anni dopo, siamo qui.
E le letture che la Chiesa ci consegna in questa domenica sembrano illuminare profondamente questa storia. Nel Vangelo Gesù dice ai suoi discepoli: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Ma subito dopo aggiunge una promessa sorprendente: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. È come se Gesù dicesse: non vi chiedo una fede perfetta, ma una relazione viva. E soprattutto non vi lascio soli nel viverla.
Forse è proprio questo che ha attraversato questi cinque secoli: una presenza discreta ma reale. Invisibile eppure riconoscibile. Come il vento: non lo afferri con le mani, non lo vedi, ma senti che c’è. Senti che muove qualcosa dentro di te.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato che in Samaria gli apostoli Pietro e Giovanni impongono le mani ai credenti e lo Spirito Santo scende su di loro. È bello che questo accada proprio in una terra considerata periferica, sospetta, quasi estranea. Eppure è lì che Dio opera. È lì che nasce la gioia. Gli Atti degli Apostoli dicono infatti che “vi fu grande gioia in quella città”. Forse è una delle tracce più vere dello Spirito: non il clamore, non lo spettacolo, ma una gioia che lentamente restituisce respiro alla vita.
E quante volte, in questo santuario, è accaduto qualcosa di simile. Senza rumore. Senza annunci. Qualcuno è arrivato con il cuore ferito, confuso, affaticato… ed è uscito un po’ diverso. Magari non con tutti i problemi risolti, ma con una pace più profonda. Con la sensazione che Dio non si fosse dimenticato di lui.
E poi c’è la seconda lettura. Pietro dice ai cristiani: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Non dice: preparate discorsi impeccabili. Dice: custodite una speranza.
Forse è questo che i santuari fanno nei secoli: custodiscono la speranza della gente. Una speranza spesso fragile, povera, ferita. La speranza di una madre per un figlio. Di una persona malata. Di chi cerca luce in una scelta difficile. Di chi continua a pregare anche quando non vede ancora nulla cambiare.
E Pietro aggiunge una cosa molto importante: questa speranza va raccontata “con dolcezza e rispetto”. È il contrario di una fede aggressiva o esibita. Ed è forse anche il tratto più bello di Maria. Lei non invade la scena. Non trattiene. Non possiede. Accompagna. Nutre. Custodisce.
L’immagine della Madonna che allatta il Bambino continua ancora oggi a parlarci proprio di questo: Dio si comunica attraverso la tenerezza. Attraverso l’umano. Attraverso una prossimità semplice.
I luoghi che durano nel tempo non sono necessariamente i più grandi o i più potenti. Sono quelli dove si continua a imparare qualcosa di essenziale: che siamo amati, che non siamo soli, che il Vangelo può ancora abitare la vita concreta delle persone.
Allora oggi non siamo qui solo per ricordare un anniversario. Siamo qui per riconoscere. Riconoscere che Dio ha abitato questa storia — non in modo vistoso, ma reale. Ha attraversato generazioni, dolori, gioie, guerre, cambiamenti che nessuno avrebbe saputo prevedere.
E forse la domanda più semplice e più vera che possiamo portarci via oggi è questa: noi, cosa portiamo dentro questo luogo? Solo le nostre richieste, o anche il desiderio di lasciarci trasformare dall’amore?
Perché se questo Santuario ha attraversato cinque secoli, non è solo perché è stato costruito bene. È perché ogni giorno qualcuno ha continuato a credere, a sperare, ad amare. Ha fatto esperienza dell’amore di Dio e della premura materna di Maria Santissima, e da quell’amore ha ritrovato, ancora una volta, il coraggio di amare a sua volta.
Via Ada Negri, 2
27100 - Pavia
Tel. +39 0382 26002
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SS. Messe feriali: 8.15; 18.30
SS. Messe festive: 11.30; 18.30
Confessioni: tutti i giorni (tranne il venerdì pomeriggio) dalle 8.45 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 18.00