Lectio V Domenica di Pasqua (Anno B)

Per portare molto frutto

V Domenica di Pasqua (anno B)

Il brano del vangelo di questa V domenica di Pasqua (Gv 15,1-8) ci presenta la metafora di Gesù vite e di noi tralci, e ci dice in che cosa consiste la comunione con lui; mentre domenica prossima (Gv 15,9-17) ci verrà spiegato come questa comunione con lui in realtà consiste nell’amare i fratelli. Generalmente, Gv 15,1-17, è riconosciuto dagli studiosi come una unità, con una suddivisione interna descritta sopra.

La vite, estremamente familiare ai palestinesi, è una pianta che esige molte cure e diventa il simbolo di quanto Dio ha sempre fatto per il suo popolo. La vite era il simbolo di Israele popolo di Dio, come si evince da diversi testi dell’Antico Testamento (Sal 80; Is 5,1-7; Ger 2,21; Ez 19,10-12). E l’uva rappresenta quella gioia di cui si parla nelle nozze di Cana che allieta il cuore dell’uomo.

Gesù utilizza questa metafora della vigna, non per dire: “Io sono la vigna”, ma: “Io sono la vite”. Si passa dal collettivo, la vigna, che è il popolo, alla vite, all’unico che porta frutto.

Come Gesù è la fonte dell’acqua viva e il pane disceso dal cielo, così la vite è dispensatrice di vita. Ma mentre le metafore dell’acqua e del pane implicavano delle azioni esterne: uno doveva bere l’acqua o mangiare il pane per avere la vita; nella vite l’immagine è più intima: uno deve rimanere in Gesù come un tralcio rimane sulla vite per aver vita. Si è soliti associare l’acqua e il pane a simboli sacramentali: battesimo e eucaristia. È pensabile che anche la vite sia simbolo dell’unione eucaristica, in quanto è una immagine collegata al calice del vino eucaristico (cfr. “frutto della vite” in Mc 14,25 e “il vino santo di Davide tuo servo” nella liturgia della Didachè 9.1).

A questo proposito facciamo notare come Gv 15,5 Chi rimane in me e io in lui echeggia Gv 6,56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

1 In quel tempo, Gesù disse: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.

Spesso Gesù, nel vangelo di Giovanni, comincia le sue parole di rivelazione dicendo “Io-Sono”, con esplicito riferimento alle iniziali del Nome con il quale Dio si è rivelato a Mosè (Es 3,14) e Gesù lo usa in modo assoluto dicendo “Io-Sono”, oppure specificato da un attributo: Io-Sono il pane della vita (Gv 6,35), Io-Sono la luce (Gv 8,12), Io-Sono il bel pastore (Gv 10,11), Io-Sono la risurrezione e la vita (Gv 11,25), Io-Sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6) e in questo testo dice: “Io-Sono la vera vite”.

C’è una nota polemica: Gesù è la vera vite, non altri; solo lui è in grado di offrire quella vita che ognuno cerca. Mentre per l’AT e per i sinottici la vigna o la vite sta per Israele, in Giovanni la vite è identificata con Gesù e non con un popolo. Si afferma chiaramente una grande sostituzione. La vite non è più il popolo giudaico, ma il Cristo e i suoi discepoli che rimangono in lui sono il vero popolo di Dio. Il vignaiolo continua ad essere il Padre, o meglio il viticoltore, se pianta la vite. E fa tutto il suo lavoro e aspetta con pazienza i frutti.

Ogni tralcio che in me non porta frutto,
lo toglie e ogni tralcio che porta frutto,
lo pota perché porti più frutto. 

La potatura dei tralci che non portano frutto avviene in febbraio-marzo; più tardi – in agosto – quando la vite ha messo le foglie, viene il secondo stadio di potatura, quando il vignaiolo taglia i piccoli germogli in modo che i tralci destinati a portar frutto ricevano tutto il nutrimento. C’è tutto un lavoro di potatura che il Signore fa in noi; prima di tutto recide ciò che è male, ma poi c’è un cammino di purificazione che il Signore opera in noi e al quale non ci si può sottrarre. Questa purificazione avviene mediante la Parola.

Cosa significa il simbolismo del portare e non portare frutto?

Spontaneamente si tende ad interpretare l’immagine in termini di opere buone e di un modo virtuoso di vivere, ma occorre ricordare che Giovanni non fa la distinzione tra la vita che viene da Cristo e la traduzione di quella vita in virtù. Un tralcio che non porta frutto non è semplicemente un tralcio vivo e improduttivo, ma un tralcio morto: per Giovanni ci sono solo tralci vivi e tralci morti.

Il frutto è la santità di una vita fedele ai comandamenti, specialmente a quello dell’amore. Il portare più frutto è simbolo del possedere la vita divina, quindi occorre crescere nell’unione con Gesù, senza dimenticare che questo portare frutto implica anche la comunicazione di vita ad altri, in quanto Giovanni non concepisce la vita del cristiano come qualcosa di ripiegato su se stesso in un improduttivo isolamento.

Quindi non basta essere cristiani, non basta credere in Gesù e neanche amarlo; bisogna produrre frutto, ovvero amare il prossimo. Se non si ama concretamente il prossimo, non si ama il Signore che ha dato la vita per i fratelli. Senza questo amore dei fratelli si può essere battezzati ed essere rami secchi che vanno bruciati. Quindi si può tragicamente essere cristiani senza portare frutto, essere cristiani di nome e non di fatto.

3 Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.

L’essere mondi non fa riferimento al peccato ma a tutto ciò che impedisce di portare frutto ed è la parola di Gesù che rende mondi i discepoli. La parola del Vangelo ci purifica dal nostro egoismo e ci manifesta la verità di Dio che ci libera.

4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 

Il verbo “rimanere” è usato diverse volte (nel vangelo di Giovanni e in particolare nel capitolo 15) e questo fa comprendere che è il tema dominante.

Per l’uomo, rimanere significa tenersi attivamente fermo a ciò che è stato fatto nel passato, comprenderlo nel presente e vedere il futuro in funzione di esso. È proprio in questo senso che il credente rimane nella parola, nell’amore, nella luce, in Dio.

Al contrario, per Dio o per Gesù, rimanere esprime la stabilità dei doni della salvezza accordati ai credenti. Con la fedeltà il credente lega, senza pericolo di ripensamento, la sua vita a Cristo nel quale i doni di Dio sono accordati per sempre; questa fedeltà implica anche un cammino della fede.

Il centro della nostra vita di credenti e di tutta la nostra azione è di rimanere in Gesù, essere uniti a lui, perché ognuno produce secondo ciò che è: se è unito a Cristo, produci i suoi stessi frutti. La vite e il tralcio hanno la stessa linfa, la stessa vita; il tralcio non può produrre se non è unito alla vite; così noi se non siamo effettivamente uniti a Gesù con la stessa vita, con la stessa linfa, lo stesso Spirito, con lo stesso amore che ha lui, siamo secchi, siamo morti.

5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 

Se si resta attaccati a Gesù allora si porta molto frutto, cioè il suo stesso frutto, si ha la sua stessa vita di Figlio, il suo stesso amore per il Padre e per i fratelli, perché senza di lui non possiamo fare nulla. Senza negare la realtà e il valore proprio delle imprese umane, bisogna riconoscere che esse si concludono alla fine nel vuoto, se quelli che le compiono non sono stabili nella comunione con Cristo, che solo può conferire alla loro vita un valore di eternità.

Se restiamo uniti a Gesù continuiamo la sua opera, che consiste nel dare vita e amore; se ci separiamo da lui distruggiamo la sua opera e noi stessi. Quindi se restiamo in lui portiamo molto frutto, dando vita, amore, e godendo gioia, comunione. Se non dimoriamo in lui non facciamo nulla, che non consiste semplicemente nel non far nulla di male, ma proprio nulla, cioè portiamo la nostra vita alla distruzione, perché non viviamo né da figli, né da fratelli.

La struttura dell’uomo è essenzialmente aperta a Dio, perciò l’uomo deve comprendere che la propria consistenza si trova nell’obbedienza, e non nell’autonomia. È una dipendenza da vivere anzitutto come fede (nel senso di appoggiarsi a Cristo e non a se stessi) e poi come osservanza dei comandamenti (nel senso di conformare la vita alle parole del Cristo e non ai propri progetti). Non è però la dipendenza del servo nei confronti del padrone ma piuttosto la comunione che corre fra amici: Giovanni infatti parla di un rimanere vicendevole.

6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Questa conclusione è già presente in alcuni testi dell’AT (Ger 5,10; 12,10-11) dove il rifiuto da parte di Israele porta come conseguenza il giudizio divino: la vigna viene calpestata.

Il non dimorare in lui è già l’essere fuori, essere secchi, essere morti, perché lui è la vita. I rami secchi vengono raccolti, gettati nel fuoco, bruciati. Tutto ciò che non è amore, che non è in Dio, è paglia che brucia, non ha valore, anzi è morte tutto ciò che non è nell’amore.

7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 

Rimanere in Gesù vuol dire accettare la sua Persona e il suo amore per noi, vuol dire amarlo. Se ami una persona, ciò che quella persona dice, dimora in te. Ne ascolti le parole, accogli la sua storia, la sua vita, il suo modo di pensare, il suo agire, i suoi gusti. Così un modo concreto di dimorare in Gesù è ascoltare le sue parole, che governano il nostro pensare, il nostro agire. Se facciamo questo, allora qualunque cosa vogliamo, basta chiederla e avverrà. Quindi la preghiera è, anzitutto, un capire che le sue parole dimorino in me, poi un volere ciò che ho capito e infine un chiedere ciò che voglio.

In forza della sua costante adesione a Gesù e della sua obbedienza, il credente non prova alcun timore dell’avvenire, perché egli sa che la sua preghiera, formulata in funzione della sua comprensione delle intenzioni divine, sarà certamente sentita ed appoggiata.

8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

La gloria del Padre, che si manifesta in Gesù, è manifestata anche da quelli che producono frutti in virtù del loro attaccamento a lui. Il Padre è glorificato in noi se siamo fratelli e figli. Questo è il frutto che glorifica il Padre. Tra l’altro, la parola “gloria” è propria di Dio e significa la rivelazione di Dio e la salvezza dell’uomo. La gloria del Padre è che noi diventiamo discepoli del Figlio, che impariamo da lui a essere figli.

Dar frutti è vivere la vita del vero discepolo, e così dar gloria a Dio. Questo è il fondamento della fede cristiana e del discepolato. Il discepolo deve rimanere in questo amore per mezzo dell’ubbidienza. Questa unione del discepolo con Cristo rassomiglia a quella del Figlio col Padre.

Gesù, vera vite, porta il dolce frutto che a tutti dà gioia. Amando lui e dimorando in lui, portiamo il suo stesso frutto: diventiamo come lui, partecipando alla sua vita e alla pienezza della sua gioia.

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