Lectio XII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Non avete ancora fiducia in me?

XII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Il Vangelo di questa Domenica rappresenta una sorta di messa in pratica del discorso in parabole della scorsa Domenica, dove ai discepoli, in privato, era stato spiegato il senso profondo di quei racconti. Essi avevano accolto la chiamata a fidarsi di Dio ed attendere con speranza il regno dei cieli, vivendo con passione il quotidiano, certi che il Padre celeste si sarebbe sempre preso cura di loro.

L’episodio della tempesta sedata ci dice che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, e il problema esplode quando il mare è in tempesta e Gesù rimane ritirato in un angolo della barca a dormire. Lo scandalo che tante volte suscitano episodi come questi è dovuto alla diabolica convinzione che a chi segue Gesù non può e non deve accadere nulla di male, in quanto il Maestro certamente li preserverà.

Quando questo non accade ecco che la nostra fede vacilla e siamo presi da grande angoscia, a tal punto da chiedere al Signore Gesù se per caso gli importa di noi e della nostra vita. Certamente nei momenti di prova si è talmente presi dalla situazione che la memoria è come se venisse sospesa e non si riesce a riportare alla mente e al cuore tutti gli interventi di Dio a favore degli antichi padri.

La prima lettura, tratta dal libro di Giobbe, ci ricorda che Dio è il Signore e il Dominatore della creazione; proprio lui ha “chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno”, quando lo vestiva di nubi e lo fasciava di una nuvola oscura; quando gli ha fissato un limite, gli ha messo chiavistello e due porte dicendo: “Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”. Al mare vengono applicate due figure: quella del bambino che esce dal seno materno, e quella della turbolenta inondazione che ha bisogno di essere controllata. L’oceano spesso considerato come un formidabile dragone mitologico, appare qui come un indifeso neonato. Scena domestica con dimensioni sovrumane. Il mare che per Giobbe è un mostro mitologico, è per Dio come un’inerme creatura che ha bisogno di essere curata.

Il Salmo introduce e preannuncia quanto ascolteremo nel brano evangelico e ci fornisce una chiave di lettura efficace per comprendere l’esperienza vissuta dai discepoli. Inoltre rappresenta una sorta di canovaccio sopra il quale è stato intessuto l’episodio della tempesta sedata.

Coloro che solcavano il mare sulle navi e commerciavano sulle grandi acque,
videro le opere del Signore, i suoi prodigi nel mare profondo.
Egli parlò e fece levare un vento burrascoso che sollevò i suoi flutti.
Salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; la loro anima languiva nell'affanno.
Ondeggiavano e barcollavano come ubriachi, tutta la loro perizia era svanita.
Nell'angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò dalle loro angustie.
Ridusse la tempesta alla calma, tacquero i flutti del mare.
Si rallegrarono nel vedere la bonaccia ed egli li condusse al porto sospirato.
Ringrazino il Signore per la sua misericordia e per i suoi prodigi a favore degli uomini.

In questo Salmo, dopo l’invito iniziale a celebrare l’eterna misericordia di Dio, sono chiamate a rendere grazie a lui quattro categorie di persone: quanti s’erano smarriti nel deserto, quanti erano stati gettati in prigione, quanto erano stati colpiti da grave infermità e, infine, quanti in mare avevano corso il pericolo di naufragare. Di tali persone si descrive prima l’angustia, poi il grido d’aiuto a Dio e, in ultimo, il divino soccorso. Il grido d’aiuto e l’invito a partecipare all’azione di grazie fanno da ritornello.

La parte del Salmo sopra riportata appartiene al quarto gruppo di azione di grazie. Si tratta di coloro che svolgono attività commerciali, via mare. Essi sono esposti ai gravi pericoli del mare in tempesta. È probabile che qui il salmista non si riferisca a Israeliti, inesperti della vita marinara, ma ai Fenici della costa mediterranea più a nord della Palestina, famosi navigatori in tutta l’antichità. Ciò indica che l’attività soccorritrice di Dio non è contenuta nei confini della Terra promessa o ristretta ai soli membri della nazione eletta. Infatti si attribuisce una fede salvifica a pagani identica a quella del popolo eletto. La tempesta, come tutti gli altri fenomeni della natura, è attribuita direttamente al volere divino, ma qui nella descrizione si fornisce maggiore drammaticità, considerando che si tratta di marinai esperti nella navigazione.

Si sottolinea con forza che la salvezza non viene dalla perizia degli uomini ma dall’intervento provvidenziale di Dio che ascolta il grido degli uomini ormai allo stremo delle loro forze. Quest’intervento divino, che calma la tempesta e li conduce al porto sospirato, li deve aprire al rendimento di grazie per celebrare e magnificare il nome di Dio che salva tutti coloro che gridano a lui.

Nelle diverse tappe del nostro cammino umano e spirituale il salmista ci insegna a ripetere ogni volta gli stessi movimenti: invocare il Signore quando si è immersi nella prova e rendergli grazie una volta liberati dalle angustie. Invocare è confessare la propria fallibilità, il proprio bisogno di aiuto; è l’antidoto a ogni orgogliosa autosufficienza, miraggio sottile eppure tanto presente nelle nostre vite. Rendere grazie è un’attitudine così decisiva eppure così spesso misconosciuta: si tratta di farlo non solo a parole, ma soprattutto con la risposta concreta costituita dalla nostra pratica eucaristica di vita, perché in questo consiste la vera lode offerta in sacrifico, il vero sacrificio di ringraziamento.

Il brano evangelico ci presenta il primo di quattro miracoli che Gesù opera, in questa sezione del vangelo di Marco: la tempesta sedata, la liberazione di un indemoniato, la guarigione di una emorroissa e la risurrezione della figlia di Giairo. Il brano in questione presenta dopo l’introduzione, la descrizione della situazione di pericolo, l’invocazione di aiuto, l’azione di salvataggio, la constatazione del miracolo, ammirazione ed acclamazione.

In quel medesimo giorno, venuta la sera…lo presero con sé, così com’era, nella barca

 Si ricollega alla giornata delle parabole, dove Gesù era stato costretto a salire sulla barca e a insegnare seduto su di essa per la calca della folla. Terminato il discorso in parabole, senza scendere a terra, così come si trovava si fece trasportare all’altra riva, forse nella speranza di godervi un po’ di riposo. L’ora notturna aggiunge un’altra potenza del caos alla descrizione della minaccia rappresentata dalla tempesta e dal mare.

Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena

 Sul lago di Tiberiade sorgono tempeste e venti improvvisi. La causa sta nel fatto che il lago è a 208 m. sotto il livello del mare ed è circondato e dominato da monti abbastanza alti, da cui scendono venti freddi e violenti, che provocano dei forti movimenti nell’acqua.

Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: "Maestro, non t'importa che siamo perduti?".

La descrizione è molto efficace e quasi ci pone sotto gli occhi la scena, in tutta la sua tragicità. Il sonno di Gesù ha la sua giustificazione nella stanchezza, accumulata durante tutto il giorno, mentre l’inconsistenza del rimprovero o lamento dei discepoli è data dalla loro stessa disperazione provocata dalla paura.

Si destò, minacciò il vento e disse al mare: "Taci, calmati!". Il vento cessò e ci fu grande bonaccia.

Gesù comanda agli elementi della natura come agli spiriti maligni (1,25: Taci! Esci da lui!) e agli esseri inanimati (11,14: Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti). Egli è il dominatore della natura al pari di Dio (Sal 106, 23-32).

Perché avete paura? Non avete ancora fede?

È il primo dei rimproveri che Gesù muove ai suoi discepoli e che l’evangelista nota con una certa insistenza (cfr. 7,18; 8,17-21.32-33; 9,19; 16,14). Nel caso presente Gesù sembra appellarsi ai molti segni da lui operati, dai quali i discepoli avrebbero dovuto dedurne l’assoluta sua potestà su tutte le cose.

Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?

La domanda, che non esprime altro che se non ammirazione, riecheggia quella della folla dopo il primo miracolo nella sinagoga di Cafarnao (1,27: Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”); ma al tempo stesso la sorpassa, in quanto qui i discepoli finalmente intravvedono in Gesù la potenza stessa di Dio, che si è manifestata inaspettatamente davanti ai loro occhi.

La seconda lettura ci permette di approfondire il messaggio profondo e nascosto del brano evangelico e ci fornisce una chiama di lettura velata dalla spettacolarità del racconto.

L’amore del Cristo ci possiede

L’amore di Cristo per noi induce in noi l’amore verso di lui; l’amore di Cristo per gli uomini genera nel fedele l’amore per gli uomini. Tale amore è al livello stesso di quella di Cristo perché provoca il dono di tutto se stesso. Paolo sottolinea con forza come il carattere spirituale di questo amore, non è un’emozione o un trasporto passeggero ma il risultato di una riflessione, di un giudizio su un fatto: Gesù ha dato la vita per amore.

e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro.

Dopo la morte e la risurrezione di Cristo l’umanità è destinata a lui come Signore, e l’Apostolo si inserisce in questo dinamismo di ricapitolazione di tutto il creato in lui, sotto la spinta dell’amore stesso di Cristo. In altri termini, sono state gettate nell’umanità le premesse di una nuova relazione con Dio e con gli uomini, nella quale si configura l’esistere cristiano.

Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

La nuova relazione acquistata da Cristo trascende tutte le dimensioni nazionali e terrene, alla maniera umana, e pone sopra di esse la nuova creazione di figli di Dio generati dalla fede e viventi nell’amore. In tal modo si superano le dimensioni culturali ed etniche dell’economia dell’Antico Testamento alla quale si sentivano legati, a quanto pare, i Giudeo-cristiani, e con ogni probabilità gli avversari di Paolo. La frase ha una chiara intonazione polemica: gli avversari giudaizzanti, appoggiati forse dai discepoli o dai parenti di Gesù, sembrano rinfacciargli di non aver conosciuto di persona il Maestro. L’Apostolo risponde dichiarando che con la morte di Cristo l’ordine puramente umano ed etnico è scomparso; dopo la morte e la risurrezione di Cristo è necessario mutare le antiche categorie mentali ed assumere quelle nuove, universali.

L’espressione conoscenza alla maniera umana non implica una conoscenza storica personale. Prima della conversione, Paolo ha conosciuto Cristo secondo la prospettiva del fariseismo; forse anche dopo la sua conversione può essersi raffigurato per qualche tempo Cristo secondo le categorie ristrette dei suoi avversari giudaizzanti; ma ora ha spalancato il cuore all’universalismo della salvezza evangelica. La discendenza da Abramo non conta più nulla: l’essenziale è conoscere Cristo risorto ed entrare in comunione spirituale con lui. La nuova creazione è l’uomo nuovo risorto in Cristo che il cristiano ha rivestito nel battesimo.

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