XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Io ti dico, Alzati!

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Dopo la giornata delle parabole (4,1-34), delle quali le ultime due le abbiamo ascoltate due domeniche fa, Il vangelo di Marco ci presenta Gesù che prosegue la sua opera di formazione dei discepoli attraverso la realizzazione di miracoli. Il primo è quello della tempesta sedata (domenica scorsa), alla fine del quale i discepoli si chiedono chi sia realmente Gesù, che domina persino le forze della natura. Segue la liberazione dell’indemoniato di Gerasa (5,1-20) e, infine, il brano di questa domenica. Brano che è costruito come un sandwich, perché Marco narra due episodi intrecciati in tre momenti: richiesta di Giairo, padre della ragazza malata, di andare a casa a salvare sua figlia morente (vv. 21-24a); guarigione della donna emorroissa durante il cammino, mentre Gesù e chi lo seguiva vanno dalla fanciulla (vv. 22-24); azione di risurrezione all’interno dell’abitazione (vv. 35-43). L’arrivo di Gesù nella casa di Giairo avviene dopo la guarigione dell’emorroissa, creando una suspense narrativa tra la realizzazione dei due miracoli.

Esaminiamo il brano

Introduzione: 5,21-24

v. 21

21Essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare.

- «all'altra riva»: si direbbe che Gesù va avanti e indietro da una riva all’altra del lago di Tiberiade. Infatti dopo la giornata delle parabole passa dalla riva galilaica a quella dei Geraseni, dopo aver liberato l’uomo posseduto dalla Legione, torna ora in Galilea. Il susseguirsi degli avvenimenti dà l'impressione di uno spostamento rapido. In tutti questi trasferimenti notiamo l’iniziativa di Gesù. Ma forse si vuole anche dire che con Gesù non si è mai arrivati e c’è sempre qualcosa di nuovo. Infatti, Gesù non è qualcosa che noi possediamo come se fosse nostra proprietà; questo è l’errore che nel vangelo di domenica scorsa avevano compiuto i discepoli «prendendolo con sé», come fosse un amuleto. Siamo noi quelli che devono seguire Gesù, non viceversa.

In Marco l'ambientazione «lungo il mare» (parà tḕn thálassan) è il luogo dove si svolgono altri avvenimenti importanti. È un luogo favorevole per cominciare la predicazione o riunire la folla (1,16-20, la chiamata dei discepoli; 2,13-15, la chiamata di Levi; 4,1-34, il discorso in parabole).

vv. 22 - 24

22 E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi 23 e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». 24Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

- «Giàiro»: Giairo e Bartimeo (10,46) sono gli unici nomi propri che compaiono nei racconti di miracoli. È un nome noto nella Bibbia (cfr. Nm 32,41; Gdc 10,3s, uno dei giudici in Galaad), significa «colui che illumina» o anche che «rialza, risveglia». Effettivamente, l’episodio che segue renderà il significato di questo nome.

«lo vide»: Marco, ci invita ad entrare nella scena, riprendendo il punto di vista di Giairo.

«gli si gettò (cadde) ai piedi»: gettarsi ai piedi di qualcuno, se fisicamente è come prostrarsi davanti a lui, simbolicamente significa riconoscere la sua autorità, dichiararsi disposto ad eseguire la sua volontà, mettersi ai suoi ordini. Qui, però, è soprattutto un atteggiamento di preghiera e di implorazione non come l'indemoniato che vede Gesù e gli si getta ai piedi (5,6). Possiamo leggere l’espressione di una forte necessità e di una grande fiducia in Gesù. Pur essendo un capo, davanti a Gesù egli si inchina profondamente.

«e lo supplicò con insistenza»: La supplica o richiesta insistente (parakaléō) è tipica delle richieste di guarigione. «Con insistenza» traduce il noto polýs (lett. «in molte maniere») usato da Marco come avverbio. L'azione e la richiesta del capo della sinagoga fanno risaltare ancora una volta la dignità di Gesù; indicano inoltre che in Marco non tutti i capi giudaici sono contrari a Gesù.

«la mia figlioletta sta morendo»: nel testo originale vi è il termine eschátōs, traducibile con «agli estremi» o «alla fine»: in Marco questo padre ha timore, quasi un rifiuto di parlare della morte della figlia mentre nei sinottici Luca dice «è morta» e Matteo «è appena morta». Il diminutivo thygátrion di «figlia» (lett. «piccola figlia») dà l'idea di uno speciale affetto oltre che dell'età o della statura.

«imporle le mani»: l'imposizione delle mani era un rito molto comune nell’antichità per i racconti di guarigione. Questo gesto si è conservato fino ai nostri giorni ed è inserito nell’azione rituale dell sacramento dell’unzione degli infermi.

«perché sia salvata e viva»: «Viva» nel senso di «possa vivere». «Sia salvata» traduce sōthēi, che può essere reso anche con «sia curata o guarita», come si ha in molte traduzioni contemporanee. La trad. CEI ha preferito mantenere «salvata» perché il padre dice che sta morendo, e perciò la sua richiesta è che Gesù la salvi dal potere della morte.

«Andò con lui»: La semplicità di questa affermazione stupisce. Neppure una parola. Gesù passa subito all’azione. Ha ascoltato e si mette immediatamente in cammino con una disponibilità che mostra chiaramente di non aver nulla di più urgente da fare.

La guarigione dell’emorroissa: 5,25-34

vv. 25 - 26

25 Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni 26 e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando

Entra in scena un altro personaggio, una donna senza nome. Marco prende tanto tempo per presentarla, con tutta la sua storia

«aveva perdite di sangue da dodici anni»: le perdite di sangue la rendono impura secondo la Legge (Lv 15,25) e quindi esclusa dall’assemblea cultuale del popolo di Dio. Dovrebbe evitare ogni contatto e tuttavia si è introdotta in questa folla dietro a Gesù.

Dodici anni è una cifra tonda, una misura colma del tempo, e poiché il suo stato non ha fatto che peggiorare, è senza speranza.

Il numero 12 evoca le ore del giorno e della notte, come anche il numero dei mesi dell’anno. La figlia di Giairo «aveva dodici anni». Gesù passa e sblocca queste situazioni irrigidite permettendo loro di ristabilire un contatto con la vita.

«anzi piuttosto peggiorando»: La figlia di Giairo sta morendo, ma anche questa donna sta rapidamente andando incontro alla morte.

vv. 27-29

27 udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. 28 Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». 29 E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.

«udito parlare di Gesù» («sentendo riguardo a Gesù»): Tutto cambia grazie all’ascolto. Nel libro di Rut, i primi cinque versetti riferiscono una serie di catastrofi nelle quali tutto va di male in peggio. Ma al v. 6 la storia cambia, perché Noemi ha «sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane» (Rut 1,6). Per il cieco che mendica alle porte di Gerico, tutto cambia quando sente che passa Gesù di Nazaret (Mc 10,46s). Beati coloro che anche nella peggiore situazione, come Noemi, l’emorroissa o Bartimeo di Gerico, sanno ancora «sentire». Tutto potrà cambiare in bene

«toccò il suo mantello»: gli evangelisti Matteo e Luca precisano che toccò il lembo (la frangia)

«Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata»: le parole della donna si uniformano alla credenza popolare secondo la quale i guaritori erano dotati di uno speciale potere magico o flusso magnetico, per cui qualunque loro contatto, diretto o indiretto, con l'ammalato era sufficiente a procurare la guarigione (cfr. Mt 14,36; Mc 3,10; 6,56; 8,22; Lc 6,19; At 5,15; 19,11-12).

Pensa di toccare le vesti, non precisa il mantello: qualsiasi cosa della sua persona

Scrive un Padre della Chiesa, San Pietro Crisologo: «In mezzo alla folla la donna si avvicinò senza essere notata, pensando di poter strappare la guarigione soltanto con la fede, senza manifestare lo stato del proprio corpo. Si accostò alle spalle di Gesù, perché si giudicava indegna di essere vista. E in un istante la fede le donò quella guarigione che in dodici anni di sforzi tutta la scienza umana non era stata in grado di procurarle. La donna toccò il mantello di Gesù e fu guarita, fu liberata dal suo male. Noi invece tocchiamo e riceviamo ogni giorno il corpo del Signore, ma le nostre ferite non guariscono. Se siamo deboli, non dobbiamo attribuirlo al Cristo, ma alla nostra mancanza di fede. Se infatti un giorno, passando per la strada, egli restituì la salute a una donna che si nascondeva, è evidente che oggi, dimorando in noi, egli può guarire le nostre ferite». (Sermone 33)

«le si fermò il flusso di sangue»: l'evangelista fa risaltare la subitaneità della guarigione, di cui la donna si rese subito conto (cfr. anche v. 33).  Il testo letteralmente dice «il flusso di sangue si seccò», che fa ricordare Lv 12,7 dove è detto che la donna sarà dichiarata «purificata dal flusso del suo sangue» dopo essersi sottoposta ai riti di purificazione. Qui non c'è nessun rito. È semplicemente il potere di Gesù che opera la guarigione.

v. 30

30E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?».

«E subito Gesù, essendosi reso conto»: Si sottolinea il carattere simultaneo di ciò che accade sia alla donna sia a Gesu

«la potenza che era uscita da lui»: nel linguaggio popolare si deve vedere l'indicazione di un potere miracoloso che solo Gesù possedeva.

Il termine scelto da Marco (dýnamis), «forza», «potenza», ricorre spesso nel suo vangelo, ma copre un ampio ventaglio di significati, qui si tratta di una forza o energia che abita Gesù e che egli è in grado di comunicare. Nel caso concreto i suoi effetti sono la guarigione.

vv. 31-34

31 I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»». 32 Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33 E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità.  34 Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».

 I discepoli ritengono sia stata la folla; ciò che avviene tra Cristo e la donna malata si svolge in una nicchia ricavata in mezzo alla folla, ed è un segreto a due. Con le parole di uno che era presente Marco ci descrive Gesù che si guarda intorno per vedere «quella che le aveva fatto questo». E la vede. Contatto, sguardo e dialogo si accendono con "l'esclusione" della folla e dei discepoli che non capiscono ed ironizzano (“vedi la folla…”). Nonostante che abbiano appena assistito al miracolo sul mare in tempesta e alla guarigione dell'indemoniato di Gerasa, sembra che i discepoli non si siano ancora resi conto del carattere straordinario del potere di Gesù (4,41, «Chi è dunque costui...?»). Questo è un altro esempio della progressiva incomprensione di Gesù da parte dei discepoli.

«impaurita e tremante»: la paura della donna non viene tanto dall'avere lei, in stato di impurità, toccato Gesù, contro il divieto della legge, e dall'averlo fatto di nascosto, questa espressione non descrive una disposizione psicologica ma una reazione di fragilità umana alla presenza di un potere divino (vedi 4,41; 5,15; Es 15,16; Sal 2,11; Ger 33,9; Dn 5,19; 6,26; Fil 2,12-13; Ef 6,5).

«gli si gettò davanti»: Con una leggera diversità nelle parole, questo gesto è lo stesso compiuto da Giairo in 5,22.

La stupenda risposta del Signore la rassicurerà definitivamente: «Figlia, la tua fede ti ha salvata vai in pace e sii guarita dal tuo male». 

«Ed egli le disse…»: La risposta di Gesù è quadruplice:

  1. la chiama «figlia» (thygátēr);
  2. una dichiarazione riguardo alla fede;
  3. un congedo in pace;
  4. e la rassicurazione che è guarita dal suo male.

La risurrezione della figlia di Giairo: 5,35-43

vv. 35-36

35Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!».

Dopo l'interruzione dell' emorroissa riprende il racconto relativo al capo della sinagoga; questi è ancora con Gesù, in mezzo alla folla che lo attorniava quando lo informano che la figlia è morta.

«Perché disturbi ancora il maestro»: evidentemente si credeva che Gesù avesse potere soltanto sulle malattie e non sulla morte (cfr. Gv 11,21.32).

«Udito quanto dicevano»: Potrebbe significare che Gesù non volle prestare attenzione a ciò che si diceva e quindi, come se non avesse inteso nulla, esortò il capo della sinagoga a desistere dal suo timore e a continuare ad avere fede in lui (cfr. trad. in lingua corrente), «non temere, continua a credere»: due imperativi presenti che nel greco sottolineano nel comando una continuità con quanto si stava facendo precedentemente. Di per sé, Giairo non dovrebbe temere più, perché ormai è certo della morte della «figliolina» a lui così cara. Ma Gesù lo invita a sostituire alla calma che deriva dall'ineluttabile, quella che sgorga dalla fede in Lui, che non deve interrompersi, si tratta di perseverare nella fiducia che aveva avuto Giairo, ormai privo di ogni mezzo di salvezza. Il filo di vita che animava ancora la fanciulla, gli faceva sperare l'impossibile da parte di Gesù: ora egli deve continuare in questa speranza, fondandosi esclusivamente su Gesù stesso.

«Non temere, soltanto abbi fede!». Che cosa significa aver fede? Significa tendere il braccio e afferrare, al di là del tumulto dei nostri sentimenti, la mano di Dio. 

v. 37

37E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.

«Non permise a nessuno di seguirlo»: E' la prima volta che Gesù opera un miracolo lontano dalla folla.

«fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni fratello di Giacomo»: la scelta di soli tre discepoli che poi saranno i soli testimoni anche della trasfigurazione (9,2) e della preghiera nell'orto del Getsemani (14,33), potrebbe essere stata dettata anche dal desiderio di avere i «due o tre» richiesti per ogni vera testimonianza secondo la Torah (cfr. Dt 19,15).

vv. 38 - 39

38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. 39Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 

«vide il trambusto»: l'espressione tradotta alla lettera dice: «vide il chiasso»; infatti oltre ai parenti, amici e vicini, per i quali il pianto poteva essere una spontanea dimostrazione di affetto, in genere per la morte di qualcuno non mancavano mai altre persone che lo facevano soltanto per professione, accompagnandosi con il suono del flauto (cfr. Mt 9,23). 

«non è morta, ma dorme»: Gesù non intende negare che la fanciulla sia veramente morta, come non intende affermare che si tratti di una morte apparente. Del resto non è ancora entrato nella stanza dove giace la fanciulla. Per Gesù, che ha già deciso di operare il miracolo lo stato presente della fanciulla è soltanto temporaneo e perciò paragonabile ad un sonno (Gv 11,11).

Per analogia la Chiesa ha sviluppato il linguaggio di Cristo, estendendolo a tutti coloro che «si addormentano nel Signore» in attesa della resurrezione finale.

vv. 40 - 41

40E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. 41Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!»

«E lo deridevano»: è utilizzato un verbo all’imperfetto per esprimere il riso e lo scherno, come qualcosa che è durato nel tempo e si è ripetuto. Questo comportamento, che non può essere stato dei parenti, è provocato sia dalla mancata comprensione dell'esatto significato delle parole di Gesù, che da una certa ostilità verso di lui, oltre che alla mancanza di fede nella sua potenza, che del resto già altri grandi profeti d'Israele avevano posseduto (cfr; 1 Re 17,17-24; 2 Re 4,32-37).

«cacciati tutti fuori»: quasi come quando cacciava i demoni, utilizza infatti il medesimo verbo.

«prese con sé il padre e la madre»: entra, lui, il "padre della bambina" con "la madre" nella camera, e assiste al risveglio della "fanciulla". Qui bisogna sottolineare due punti:

  1. Innanzitutto entra in scena una nuova protagonista, la madre: colei che era celata al lettore dalla presenza onnipresente del padre. La "figlia di Giairo" appartiene a una famiglia, e non più soltanto al capo della sinagoga, essa ha un "padre" e una "madre" che Gesù prende con sé per la sua guarigione.
  2. Il secondo punto da sottolineare è che l'identità della giovane malata è in evoluzione: "figlioletta" (v.23),"figlia" (v. 35) poi "bambina" (v. 39) e ora, sulla bocca di Gesù che si rivolge a lei, "fanciulla" (v. 41, cf. 6,22.28). Ed si alza, cammina, mangia. E un soggetto attivo e desiderante. E una donna in divenire dato che ha dodici anni.

«presa la mano della bambina»: anzitutto il gesto, poi la parola. Il gesto in questione ricorda il primo miracolo dello stesso tipo con la suocera di Simone («Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano» 1,31; cfr. 9,27).

Si consideri, anche, che l'impurità dal contatto con i cadaveri era la più grave di tutte le impurità, quindi con questo tocco Gesù contravviene ai codici culturali per il maggior bene dell'umanità (vedi 2,27-28; 3,4; ecc.).

«Talità kum»: In aramaico questa espressione letteralmente significa «agnellino, alzati»; la parola «agnello» (talithá) può essere un termine affettuoso, specialmente se rivolto a un bambino (vedi 2 Sam 12,1-6). Le parole straniere nelle storie di guarigione sovente hanno la funzione di formule magiche, per questo Marco traduce immediatamente. Del resto, Gesù ha detto la cosa più naturale quando si risveglia una bambina dal sonno.

Marco più di ogni altro evangelista, ama ricordare alcune parole nella lingua di Gesù (cfr. 3,17; 7,11.34; 14,36; 15,22.34). Dalla traduzione che lo stesso evangelista fornisce, si vede chiaramente che non si tratta di parole strane e spesso senza significato, di cui ben volentieri si servivano certi taumaturghi dell'antichità per impressionare maggiormente la gente. Per Gesù la parola era semplicemente la manifestazione della sua volontà.

«alzati»: il verbo gr. egeírō (è il verbo della resurrezione) è tradotto con un imperativo presente (continua a vivere). L'azione esprime la potenza divina (il dono della vita è di Dio), ma non è ancora quella definitiva, la vita gloriosa del Risorto.

v. 42

42E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.

«Subito la fanciulla»: il ritorno alla vita è immediato e completo, come mostra il movimento della ragazza e lo stesso stupore dei presenti, soprattutto dei genitori, i quali fuori di sé per la gioia, dimenticano persino di darle da mangiare.

«Fanciulla»: Adesso la figlia di Giairo è chiamata «fanciulla» (korasion), mentre prima era stata chiamata «bambina» (paidion). Korasion, il diminutivo greco di kore («ragazza» o «giovane donna»), può essere usato per una ragazza vicina all'età del matrimonio. 

«si alzò»: Qui viene usato un altro verbo, anístēmi (lett. «sorgere» o «alzarsi»), usato anch'esso nel contesto della risurrezione dai morti. L'insistenza sui termini che riguardano la morte e la risurrezione ci fanno scorgere in questo racconto un preannuncio della risurrezione di Gesù e, ancora di più, del nostro risveglio dal sonno della morte.

«dodici anni»: Marco annota l'età della ragazza e sono gli stessi di quelli della malattia dell'emorroissa (quando la donna si ammalava, la fanciulla nasceva). In qualche modo potremmo legare questo numero dodici ad Israele (le dodici tribù) e al nuovo popolo che nascerà dalla predicazione dei dodici apostoli. La salvezza operata da Gesù è per tutta l'umanità.

Ciò che è più importante è il fatto che quella dei dodici anni è l'età legale per il fidanzamento/matrimonio nella legislazione sia romana che giudaica e che la ragazza è prossima all'età di poter avere figli.

«furono presi da grande stupore»: questo termine in greco (ékstasis) è simile a quello che esprime l'emozione delle donne al sepolcro di Gesù dopo l'annuncio della sua risurrezione (Mc 16,8). 

v.43

43E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Il comando di Gesù secondo una spiegazione ormai classica è in linea con tutti i testi relativi al «segreto messianico» (1,25.34.44; 3,12; ecc.). Questo silenzio è perfettamente logico nella prospettiva di Marco: Gesù ha vinto la morte, ma questa sarebbe una povera vittoria se si trattasse solo di ridare alcuni anni di vita a una bambina nella sua famiglia.

Questo è soltanto un segno, anticipo e garanzia della vittoria piena che avverrà con la resurrezione di Gesù; resurrezione che non è la rianimazione di un cadavere, ma vita definitiva nella comunione con Dio.

Per questo i testimoni del miracolo devono tacere, come i tre che discendono dal monte della trasfigurazione, aspettando la piena rivelazione del Dio che risuscita i morti.

«e disse di darle da mangiare»: Questo dettaglio apparentemente non necessario ha incuriosito gli interpreti, i quali hanno proposto diverse spiegazioni che vanno dal ricordo della «sollecitudine pratica» di Gesù alla dimostrazione che la ragazza è veramente viva e non è uno spirito o un fantasma.

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