Lectio IV Domenica di Pasqua (Anno B)

Il Pastore vero

IV Domenica di Pasqua (anno B)

La IV Domenica di Pasqua è detta domenica del Buon Pastore dal vangelo che viene proclamato che è sempre tratto dai primi trenta versetti del capitolo 10 di Giovanni, suddividendoli in tre parti ognuna per ogni anno del cicli liturgici (A vv. 1-10; B vv. 11-18; C vv. 19-30). 

Possiamo collocare cronologicamente questo discorso di Gesù attraverso due coordinate. Innanzi tutto per la posizione che è stata data dall’evangelista, immediatamente dopo l’episodio della guarigione di un cieco nato (9,1-23), e l’espulsione di colui che era stato guarito e il conseguente accecamento volontario di alcuni farisei, avversari di Gesù (9,24-41). Un altro riferimento temporale e di luogo, lo abbiamo al v. 22 (che ascolteremo il prossimo anno) ci dice che «ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione», la festa di Hanukkah che durava 8 giorni. Anche in questa festa si accendevano i grandi candelabri che venivano utilizzati per la festa delle Capanne, per questo era detta anche festa dei lumi, o delle Capanne d’inverno.  
Il genere del discorso di Gesù è spiegato dall’evangelista stesso al v. 6: «disse loro questa similitudine». Il termine utilizzato (paroimía) indica un insegnamento simbolico, segreto, che prepara ed esige la rivelazione “aperta”. Di fatto, i discepoli comprenderanno solo dopo che sarà loro donato lo Spirito santo. Tutto il brano (10,1-30, non solo i versetti proclamati questa domenica), è formulato in modo da far risaltare la figura di Gesù quale Buon Pastore, che potremmo tradurre come Vero Pastore. Infatti Gesù si contrappone ai responsabili religiosi che si rivelano essere mercenari e non pastori come dovrebbero essere. Gesù si dichiara il Vero Pastore  perché assume tre caratteristiche:

  1. da la vita per il proprio gregge;
  2. conosce le singole pecore;
  3. opera una riunificazione di tutto il gregge.

Passiamo ora alla lettura del nostro brano esaminando i singoli versetti.

v. 11 

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore.

 «Io sono»: è una formula solenne che rimanda direttamente alla rivelazione del Nome di Dio nel Roveto ardente di Mosè; quel nome impronunciabile per gli ebrei: IHVH (gli ebrei leggono Adonai), che possiamo tradurre come «Colui che unico esiste» (cfr. Es 3,14.16). Nel vangelo di Giovanni l’espressione «Io sono» è utilizzata con diverse specificazioni: la luce, la via verità e vita, ecc.

«il buon pastore»: La traduzione CEI mette buon pastore, ma kalós, si tradurrebbe bello («il Bel Pastore»). In realtà significherebbe il Pastore ideale, colui che unisce in sé bontà e bellezza, gioia e luce, amore e tenerezza; colui che realizza in pieno la sua missione. Potremmo dire anche il Pastore modello o vero, il pastore che fa davvero il pastore, fa quello che deve fare. Kalós è anche il vino ottenuto dall’acqua nelle Nozze di Cana.
Gesù non è un pastore in più, ma il modello, quello vero, e la caratteristica del pastore è dare la vita per i suoi (cfr. 15,13). Chi non ama fino a dare la vita non è pastore (cfr. 21,16).
Le parole di Gesù, quando si presenta come il Pastore Vero, sono il compimento della profezia del profeta Ezechiele al cap. 34, là dove vi è una forte invettiva contro i falsi pastori che non si sono curati del gregge e lo hanno disperso, e l’annuncio di un pastore suscitato da Dio stesso che invece si prenderà cura, amorevolmente di tutte le pecore.

«offre la vita»: il verbo títhēmi (deporre) è molto usato nel vangelo di Giovanni (cfr. 2,10; 13,4; 15,13) indica l'estrema libertà del Cristo nel sacrificare la sua persona a favore del suo gregge; egli dispone pienamente della sua vita e può deporla come un vestito (cfr. 13,4). Per comunicare la pienezza della vita, Gesù si donerà fino alla morte. Qui vi è uno stretto parallelismo con il versetto precedente: «io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (10,10b). La vita viene comunicata soltanto dall’amore, che è dono di sé agli altri.

«per le pecore»: La preposizione per (hypér) in riferimento al dono della vita, allude alla morte redentrice di Cristo, come si può costatare nelle formule dell'istituzione dell'eucarestia: «Questo è il mio corpo, che è per voi» (cfr. Mc 14,24; Lc 22,19; 1 Cor 11,24).

vv. 12-13 

12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

«Il mercenario»: è una figura in opposizione al pastore, è un salariato e quello che fa lo fa per il denaro e non per amore, a lui non interessano le pecore e senz’altro davanti al pericolo non esiterà di abbandonarle. Interesse vuol dire “essere dentro”, il mercenario, nel suo cuore ha dentro solo il proprio io, è egoista.

vv. 14-I5

14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 

«conosco»: la conoscenza è da intendersi in senso biblico, come scambio di amore profondo. Non si tratta semplicemente di una conoscenza intellettiva, ma di un coinvolgimento esistenziale. 
«le mie pecore»: le mie fa pensare ad un rapporto di tipo sponsale. È una conoscenza che porta all'unione personale, ad una comunione perfetta.

«come il Padre conosce me...»: Questa relazione di conoscenza-amore è tanto profonda che Gesù la paragona a quella che esiste tra lui e il Padre. L’appartenenza alla comunità di Gesù non è un affiliazione esterna: si basa su questa esperienza di comunione. In questo consiste la vita definitiva: nel conoscere personalmente il Padre e il suo inviato Gesù Messia («Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» 17,3).

v. 16 

16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.

«Ed ho altre pecore»: questo detto di Gesù riguarda la missione ai pagani, tema molto attuale nella Chiesa primitiva. La sua missione non si limita al popolo giudeo, si estende ad altri. Questo universalismo è in consonanza con la concezione di Gv, che fin dal Prologo colloca il suo vangelo nel contesto della creazione. L’amore di Dio che realizza la creazione, ha come termine l’umanità intera (1,9: «la luce che illumina ogni uomo»; 3,16 «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»; 4,42 «questi è veramente il salvatore del mondo»; 8,12 «Io sono la luce del mondo»).
I discepoli provenienti da altri popoli formeranno una sola comunità con quelli che verranno da Israele; è finito il privilegio del popolo eletto.

«un solo gregge, un solo pastore»: l’assenza di una congiunzione (e) o di una preposizione (con) fra i due membri, gregge / pastore, riduce al minimo la dualità di entrambi. La relazione del gregge con Gesù non è quella di giustapposizione e neppure di compagnia; l’esistenza del gregge porta in sé la presenza di Gesù pastore, perché egli con la sua morte, sarà ormai costituito fonte di vita unica e perenne per i suoi.

vv. 17-18 

17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio

Il disegno di Dio è dare vita all’umanità («E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno», 6,39), Gesù fa suo questo progetto e così è una cosa sola con il Padre.
« do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo»: Gesù consegna se stesso e così si recupera, perché dare se stesso significa acquistare la pienezza del proprio essere. Anziché perdersi, si recupera con la sua piena identità, quella di figlio di Dio.
Come Gesù, chi dà se stesso fino alla morte per amore non lo fa con la speranza di recuperare la vita come premio di tale sacrificio (merito), ma con la certezza di poterla riprendere di nuovo, per la forza dell’amore stesso. Dove c’è amore fino al limite, c’è vita senza limite, perché l’amore è la vita. Per chi ama non c’è morte.

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