Lectio Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo (Anno B)

«Tu lo dici:
io sono re»

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo (Anno B)

Con la solennità di Cristo Re si conclude l’Anno liturgico, che è propriamente  l' «Anno della divina Grazia». In realtà, un Anno liturgico non è mai fine a se stesso. La «teologia simbolica» ci aiuta a comprendere che esso è il «segno» di un ciclo completo, simbolo della vita degli uomini nel mondo. Tuttavia paradossalmente tale circolo non è chiuso, ma aperto, a spirale in crescendo, e disposto sapientemente in modo tale che il Principio debba essere identico alla sua Fine.

Come già si è accennato, nei cicli la solennità di Cristo Re, chiude l’anno riportando la visuale alla Gloria finale del Signore: puntualmente, precisamente ripresa dalla I Domenica di Avvento del ciclo successivo:

Ciclo A: Dom. 34a, la Venuta finale con il Giudizio
Ciclo B: Dom. la di Avvento: la Venuta finale   (Mc 13,33-37)

Ciclo B: Dom, 34a, la Venuta del Re eterno
Ciclo C: Dom. la di Avvento: la Venuta finale (Lc 21,25-28.34-36)

Ciclo C: Dom. 34a, la Venuta del Re Crocifisso con il Regno suo
Ciclo A: Dom. la di Avvento: la Venuta finale   (Mt 24,37-44)

e così proseguendo senza interruzioni.

Nella Scrittura il termine «Re», applicato sia al Dio Vivente, sia al suo Inviato, il Re messianico, significa sempre al di là perfino della gloria regale, il «Salvatore» del popolo dell'alleanza.

I 3 cicli liturgici del Rito romano propongono perciò opportunamente 3 aspetti diversi e convergenti della Regalità del Signore Risorto, non a caso invariabilmente nell'aspetto salvifico:

  1. Il ciclo A presenta Cristo come il "Pastore dell'umanità" e, allo stesso tempo, come giudice supremo dei vivi e dei morti; il risorto viene a riprendersi gli eletti suoi dopo il Giudizio (Mt 25,31-46: Vangelo; Ez 34,11-12,15-17: 1 lett).

  2. Il ciclo B nell'umiltà estrema dell'abbassamento causato dalla Passione volontaria, il Re testimonia al mondo il Regno-Salvezza per il popolo di Dio: prima davanti al tribunale religioso giudaico, egli si era identificato col personaggio annunziato da Daniele (Cfr. la lett. Dn 7,13-14); davanti a Pilato con la dichiarazione «Tu lo dici: io sono re» (Gv 18,33-37: Evang.); al mondo, perché Gesù è risuscitato, il «primogenito dei morti, il principe dei re della terra» (II lett. Ap 1,5-8).

  3. Il ciclo C fa notare come l'investitura regale sia avvenuta proprio sulla croce. Ma Gesù non è solo Re dei giudei, come dichiara il titolo posto sulla croce, ma è capo del corpo della Chiesa e Signore di tutte le cose, redente e riconciliate nel suo sangue.

Il Re dunque vuol dire solo il Salvatore; gli orpelli del manto con ermellino, della corona gemmata, del globo e dello scettro in mano, togliamoli di mezzo una volta per sempre. Sta sulla croce per risorgere e venire col suo regno di salvezza; anno per anno, tutto questo è oggetto di anamnesi della Chiesa che spinta dallo Spirito ripete di continuo: «Vieni Signore!» (Ap 22,17), affinché il Signore possa rispondere: «Si! Vengo presto!» (Ap 22,20).

Il brano evangelico, che nelle liturgie festive dell'anno B è stato "secondo Marco", oggi è tratto da Giovanni, l’evangelista che più degli altri celebra la regalità singolare di Cristo. Ormai abbiamo capito come la terminologia "regale" non debba trarci in inganno: essa, infatti, non è presa in prestito dalle esperienze dei re e dei regni di questo mondo; ma deriva dal linguaggio biblico (Cfr. quello solenne dei salmi della regalità) e dalla tradizione profetica (del trionfo di Dio a salvezza del suo popolo).

Esaminiamo il brano

v. 33

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?».

Pilato entra nella sua residenza, dove si trova più a suo agio, a riparo dalla pressione giudea. Fa chiamare Gesù che era fuori con i suoi accusatori.

Il fatto che la guarnigione romana abbia partecipato alla cattura di Gesù mostra che Pilato sapeva chi era e di che cosa lo si accusava. L’insistenza delle autorità giudaiche gli ha impedito di schivare questo processo e vuole informarsi personalmente.

Immediatamente Pilato precisa il tema del colloquio, si tratta della regalità di Gesù «Tu sei il re del Giudei?». Per il Prefetto romano, rappresentante del potere imperiale, quest’espressione significava una preoccupazione circa il governo dei suoi territori: la paura di una sommossa, soprattutto a Pasqua, avrebbe potuto destabilizzare l’ordine e la pax romana. Ma l’espressione “re dei Giudei”, ha anche un significato che Pilato probabilmente non intende.

Per i giudei, il titolo “re dei Giudei” indica il re messia atteso fin dall’epoca di Davide per il tempo della salvezza, investito di una missione politico-nazionale ma anche religiosa. “Re” ha qui, pertanto, nel contesto, un significato terreno e storico, ma con un profondo contenuto teologico. Nella storia, ambedue sono strettamente legati e impiegati l’uno per l’altro; i due significati giocano insieme nell’accusa contro Gesù.

Il pronome iniziale “tu sei…”, identifica Gesù fra altri possibili pretendenti al titolo. Pilato vuol sapere se Gesù afferma di essere tale personaggio.

v. 34

Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?».

A sua volta Gesù gli domanda se egli è giunto da solo a questa conclusione o ripete semplicemente ciò altri gli hanno detto, cioè se ha agito di propria convinzione o come strumento di altri. Vuole che il suo interlocutore rifletta sulla sua posizione e lo invita a considerare la sua responsabilità di giudice. La contro domanda di Gesù mette in evidente imbarazzo il procuratore romano, anche perché appare implicita la collusione dell'autorità politica con quella religiosa.

Oltre a ciò, comprendiamo chi veramente guidi la discussione. Neppure Pilato è dunque un protagonista; lui che pure era un rappresentante dell'impero romano nella Giudea (dal 26 al 36). La sua celebrità ha sfidato i secoli solo perché un giorno davanti a lui comparve un modesto predicatore ebreo di nome Gesù di Nazareth. Con lui ebbe occasione di scambiare alcune battute, restandone un po’ incuriosito e un po’ sconcertato. Dimenticato dalla storia profana, egli ogni domenica viene ricordato nelle chiese di tutto il mondo quando i cristiani professano la loro fede: nel credo, infatti, si ricorda che Gesù «fu crocifisso sotto Ponzio Pilato».

v. 35

Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».

 Per non confessarsi strumento dell’autorità giudaica, Pilato nega che la questione lo riguardi personalmente: non è giudeo; Gesù gli è stato consegnato dalla sua nazione, e in particolare dalle massime autorità. Rifiuta ogni responsabilità per quanto succede; non ha provocato lui la situazione.

L’autore del vangelo mette in evidenza la responsabilità dei capi; sottolinea il tradimento che hanno commesso consegnando al potere straniero uno della loro stessa razza e popolo (18,30). La gravità del gesto mostra fin dove giungeva l’odio dei dirigenti contro Gesù (cfr. 7,7 “Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di esso io attesto che le sue opere sono cattive”; 15,23 Chi odia me, odia anche il Padre mio”). Odiano lui più dell’invasore, di cui ora si servono per soddisfare il proprio odio.

Ma il tradimento va oltre. Non consegnano a Pilato soltanto un connazionale, ma precisamente quello che si presenta come Messia, al quale essi stessi avevano posto la questione (10,24 “Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell'incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente»”). Questo è il motivo della loro macchinazione, secondo quanto si deduce dall’appellativo “il Nazzareno” (18,5.7) e alla domanda di Pilato “tu sei il re dei Giudei?”. Quello di Gesù non è quindi un messianismo di un agitatore politico, ma quello di colui che segue la linea liberatrice attestata dalle scritture (5,39). Il tradimento che commettono non è soltanto tradimento del loro popolo ma tradimento di Dio stesso, come sarà evidente nella loro opzione finale per il Cesare (19,15 «Non abbiamo altro re che Cesare»).

Gesù induce Pilato a porre la domanda giusta: “Che cosa hai fatto?” È di qui che bisogna partire, dalle azioni di Gesù, non dall'interpretazione distorta che ne danno i giudei. La sua azione mostra che egli è re, ma in modo completamente diverso da come i giudei vorrebbero far intendere.

v. 36

Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

La risposta di Gesù è solenne ed è espressa in forma ritmica.

A Il mio regno non è di questo mondo;

e di questo mondo fosse il mio regno (se il mio regno fosse di questo mondo),
i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei;

A’ ma il mio regno non è di quaggiù

Va notata l'inclusione tra «il mio regno non è di questo mondo» all'inizio e «il mio regno non è di quaggiù» alla fine, oltre alla costruzione chiastica dei primi due righi purtroppo non visibile nella nostra traduzione (sarebbe: «Il mio regno non è di questo mondo. Se di questo mondo fosse il mio regno») Gesù insiste sull'origine della sua regalità; noi sappiamo che secondo Giovanni l'origine non è soltanto la provenienza, ma l'essenza e la logica.

Non dunque: il mio regno non riguarda il mondo, ma: il mio regno non viene dal mondo, ha una diversa origine e obbedisce a una logica differente.

Nulla in comune fra la regalità di Cristo e la regalità del mondo. Le differenze? 

 

La regalità mondana si manifesta:

    1. nella potenza, 

    2. nella imposizione 

    3. e nella ricerca di sé; 

La regalità del Cristo si manifesta:

  1. nel dono di sé, 

  2. nell'amore e nel servizio alla verità, 

  3. nel rifiuto della potenza come mezzo per sottrarsi alla contraddizione.

Ecco perché nel vangelo di Giovanni, come anche nei sinottici, la regalità di Cristo è manifestata con chiarezza soltanto nel contesto della passione.

Fuori di tale contesto non si può comprendere la vera natura di questa regalità.

La missione del re

v. 37a

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. 

«Dunque tu sei re?»: Dal regno di Gesù a Gesù re. Pilato ritorna, infine, alla domanda iniziale del v. 33 senza la qualifica «dei giudei», dove si vede chiaramente che il discorso da storico diviene progressivamente teologico. 

Evidentemente la dichiarazione precedente di Gesù produce stupore in Pilato. Non può comprendere un re che si dichiara tale e che, al tempo stesso, rinuncia all’uso della forza per difendere il suo diritto

«Tu dici che io sono re»: Anche qui la risposta di Gesù è espressa nella forma solenne e ritmica dei discorsi di rivelazione. Gesù afferma chiaramente la sua qualità di re. tuttavia non aggiunge «dei Giudei»; questo titolo equivale a quello di Messia, ma il suo messianismo non si limita a Israele: si estende all’umanità intera, non soltanto per la nazione ma anche per raccogliere in uno i figli di Dio dispersi. Il regno di Dio nel quale Gesù ha la funzione di re messianico, è aperto a ogni uomo che «nasca dall’alto», da acqua e da Spirito (3,35).

Inoltre l’indeterminazione in cui Gesù lascia il suo titolo: io sono re (invece di io sono il re), mostra che neppure il titolo è esclusivo. Comunicando ai suoi discepoli la sua unzione e la sua missione messianica (17,17s, «Consacrali nella verità. La tua parola è verità...»), egli li fa partecipi della sua condizione regale.

v. 37b

Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità.

Gesù spiega la propria funzione di re, che deriva dalla qualità della sua regalità; non consiste nel dominare o nel governare, nello stile dei re di questo mondo, ma nel rendere testimonianza alla verità. Con queste parole Gesù condensa davanti al giudice il significato della sua vita e della sua attività.

«per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità»: è l’esplicitazione del motivo dell’incarnazione; Gesù è la verità (14,6) e quindi le sue parole e le sue azioni sono una testimonianza della verità ed alla verità. La testimonianza più grande sarà data col suo imminente innalzamento sulla croce (12,32).

«per questo sono venuto nel mondo»: questa frase mostra che la sua missione si realizza nella storia. La sua regalità si differenzia da quella del «mondo» come sistema ingiusto, ma si esercita necessariamente all’interno della storia umana; per di più viene a dare il suo vero orientamento a questa stesa storia, perché la sua missione si inserisce nell’opera creatrice per portarla a termine. Questo concorda perfettamente con la richiesta di Gesù al Padre nella Cena: non ti prego di toglierli dal mondo ma di custodirli dal Perverso (17,15).

La comunità di Gesù che si trova in mezzo al mondo, non è pertanto un rifugio che permette all’uomo di evadere dalla storia, ma porta in sé il dinamismo dello Spirito che la consacra per una missione all’interno di essa

v. 37c

«Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»

Gesù non ottiene l’adesione dell’uomo con la grandezza umana o con l’uso della forza, ma offrendo la verità della vita. Quanti sono a favore di essa rispondono alla sua chiamata.

«Appartenere alla verità» si oppone ad «appartenere a questo ordinamento» (18,36). L’appartenenza alla verità precede il fato di ascoltare la voce di Gesù e ne è la condizione.

«Ascolta la mia voce» nel senso di accogliere e seguire Gesù come buon pastore (Cfr. 10,3). Il pastore rappresentava anche il capo, il re.

O Dio, fonte di ogni paternità, 
che hai mandato il tuo Figlio 
per farci partecipi del suo sacerdozio regale, 
illumina il nostro spirito, 
perché comprendiamo che servire è regnare, 
e con la vita donata ai fratelli 
confessiamo la nostra fedeltà al Cristo,
primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra. 

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