SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (Anno C)

Lectio SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (Anno C)

Con la celebrazione della Domenica della S. Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, ci collochiamo in pieno tempo di Natale e ci ritroviamo un Gesù già dodicenne che si reca al Tempio di Gerusalemme con i suoi genitori. La nascita del Bambino, tanto attesa, è ormai passata e allo stupore per quanto è accaduto quella notte a Betlemme, si sostituisce l’ansia di due genitori di aver smarrito il loro unico figlio. Maria e Giuseppe non comprendono tutto e subito; anche loro, come ogni famiglia, devono fare il loro percorso costellato di luci e di ombre, di passaggi chiari e di strettoie incomprensibili. Alla fine prevale sempre l’affidarsi ad un mistero che colgono più grande di loro.

E come il Figlio cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini, così anche loro hanno dovuto vivere il loro percorso di maturazione umana e cristiana. Ma lasciamoci introdurre dalla preghiera di Colletta, per entrare nel giusto messaggio di questa Parola.

O Dio, nostro creatore e Padre,
tu hai voluto che il tuo Figlio
crescesse in sapienza, età e grazia
nella famiglia di Nazaret;
ravviva in noi la venerazione
per il dono e il mistero della vita,
perché diventiamo partecipi della fecondità del tuo amore.

In primo luogo va sottolineata l’ambientazione “pasquale” del brano. Nel corso della narrazione è frequente il riferimento a Gerusalemme, città che mette a morte i profeti (13,34) e che vedrà pure la morte di Gesù. A Gerusalemme Giuseppe e Maria cominciano a “perdere” Gesù (v. 45), a non comprenderlo (v. 50). A Gerusalemme Gesù comincia a proclamare i diritti del Padre suo (v. 49): per questo entra nel Tempio, nella casa del Padre suo, e da qui fa noto a tutti che la sua vita è dominata da una volontà superiore, che lo conduce alla evangelizzazione (4,43s), alla passione e morte (9,44; 17,25) e poi alla glorificazione (9,22; 18,31-34). A Gerusalemme Gesù viene ritrovato, ma solo dopo tre giorni, tre giorni di assenza da parte sua e di angoscia per i suoi (questo è un chiaro rimando ai tre giorni della presenza di Gesù nella tomba). Si direbbe dunque che Luca narra l’episodio dello smarrimento e del ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio alla luce del mistero totale di Cristo e come anticipo del suo destino pasquale.

I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 
Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.

I vv. 41-45 introducono le circostanze di tempo e di luogo entro le quali si è verificato lo smarrimento di Gesù. Vale la pena mettere in rilievo, a questo proposito, che il genere letterario è sostanzialmente un genere storico (anche il v. 46 depone a favore della storicità del fatto: tutto corrisponde alle usanze del tempo) anche se, come sembra certo, il fatto è stato per così dire filtrato attraverso la mediazione dei testimoni, di Maria in modo particolare (cfr. vv. 19 e 50-51), e della comunità cristiana primitiva, sulla base delle sue esigenze catechetiche. Siamo davanti ad un “apoftegma”, cioè ad un racconto destinato a presentare una affermazione di Gesù (cfr. v. 49). Questa affermazione costituisce la conclusione di un fatto e tutta l’opera di Luca tende a manifestare che questo fatto della vita di Gesù è un gesto profetico destinato a significare il mistero della sua morte e del suo ritorno al Padre.

Luca non riporta il nome del rito che viene compiuto all’età di dodici anni, detto “bar-mitzvah” (“figlio del comandamento”), quando il padre dichiara di essere liberato dalle responsabilità delle azioni del figlio, e il figlio si assume le responsabilità di rispondere personalmente all’osservanza dei precetti della Torah. Era legge che ogni israelita, a dodici anni compiuti, si recasse tre volte all’anno (a Pasqua, a Pentecoste e alla festa delle Capanne) al Tempio di Gerusalemme (Es 23,14-17; 34,22-23; Dt 16,16), ma ne era dispensato chi risiedesse ad una distanza superiore ad un giorno di cammino. Il comportamento dei genitori di Gesù dimostra che nella loro casa la legge era osservata con cura. Questa impressione è rafforzata dall’indicazione che essi si fermarono a Gerusalemme per tutta la settimana di festa. Benché su questo non esistesse nessuna norma fissa, esisteva la pia usanza di iniziare il viaggio di ritorno solo dopo una settimana. Si viaggiava volentieri in grandi comitive per potersi difendere meglio da eventuali aggressioni di ladri. Si poteva quindi cercare un parente per un giorno intero, prima di essere certi che non si trovasse nella carovana.

Se queste possono essere considerate come le motivazioni di ordine socio-religioso che hanno spinto Maria, Giuseppe e Gesù a Gerusalemme, desiderosi come tutti i loro connazionali di rivedere il tempio del Signore e di sciogliere in esso i loro voti, la ragione di questo racconto finale dell’evangelo dell’infanzia è ben altra. Luca infatti vi concentra una sintesi meravigliosa della sua cristologia.

Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.  

Gesù ritrovato dopo tre giorni nella casa di suo Padre, sono altrettanti cenni che prefigurano l’evento pasquale. Consideriamo il comportamento di Gesù con i dottori (v. 47): egli li ascolta e li interroga, stando ai loro piedi (cfr. At 22,3), meravigliando soprattutto per l’acutezza delle sue domande, per l’esattezza delle sue risposte, per la conoscenza della legge. Qui Luca intende insistere sul fatto che Gesù non è solo il salvatore, ma anche il rivelatore, il vero, unico Maestro per il nuovo Israele, colui che parla con autorità (cfr. 4,32) avendo piena conoscenza di ciò che dice, essendo autorevole esegeta della Parola di Dio, presentandosi con tutte le carte in regola quanto ad interpretazione delle promesse profetiche (cfr. 11,31). Abbiamo qui una dimostrazione concreta della sapienza (vv. 40 e 52) nella quale Gesù cresceva.

Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: "Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo". 

Giuseppe, Maria e Gesù vengono colti da Luca in un momento forte della loro vita a tre, in uno degli istanti più cruciali della loro vita terrena. Il loro comportamento è caratterizzato a forti tinte dall’evangelista: da un lato Giuseppe e Maria che, a stento e con grande pena, riescono a comprendere il senso di ciò che è accaduto; dall’altro Gesù che, con estrema chiarezza, fa conoscere il senso pasquale non solo di questo fatto, ma di tutta la sua vita. Tutti comunque, a loro modo e secondo il grado di luce che posseggono, cercano di interpretare le esigenze di quella volontà divina che li ha uniti e che li fa partecipi dello stesso destino. Ecco dunque una famiglia che vive in semplicità, ma pure con coraggio, le esigenze della sua specifica vocazione. Una famiglia che vive sempre sotto gli occhi di Dio, che vive in continuo riferimento al Signore e cerca di interpretare la sua volontà alla luce degli avvenimenti provvidenziali che accompagnano il suo pellegrinaggio terreno.

Ed egli rispose loro: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?". 

Vi è, poi, la difficile interpretazione di queste misteriose parole di Gesù: Che cosa intende Gesù per delle cose del Padre mio? Per comprendere questa espressione misteriosa dobbiamo partire da lontano, provando a spiegare due altri termini.

Innanzitutto Bisogna: è stato dimostrato che l’espressione verbale corrispondente dei ricorre in Luca sempre e solo (sei volte per l’esattezza) in riferimento alla passione di Gesù, in quanto compimento di una profezia (cfr. 13,33; 24,26; 24,44 ecc.). Anche qui dunque si indicherebbe il ritorno di Gesù presso il Padre, cioè la sua morte e risurrezione.

Vi è poi l’appellativo Padre rivolto da Gesù a Dio, chiamandolo anzi Padre mio, in netta ed evidente opposizione a colui che appena prima Maria aveva chiamato padre di lui secondo la legge (v. 48). Questa parola si riferisce ad una serie di testi nei quali Gesù dice sempre Padre mio e mai Padre nostro (cfr. Gv 5,18; 8,19; 20,17), esprimendo così non tanto il sentimento di uno che vive una particolare unione affettiva e religiosa con Dio, ma l’autocoscienza di essere Figlio di Dio in modo unico (è la prima manifestazione della sua coscienza di essere il Figlio); vi è infine il tema dell’incomprensione che, quando ricorre in altri brani lucani (cfr. 9,45; 18,34; 24,25 ecc.), lo si trova sempre in relazione al fatto della passione di Gesù. Non dipende quindi da colpevolezza ma dal fatto che la passione di Gesù, qui prospettata, doveva rimanere un grosso mistero per tutti fino all’arrivo della luce pasquale.

Alcune notazioni a margine. Nel vangelo di Luca la prima parola di Gesù, come l’ultima (23,46; cfr. 24,49), nomina il Padre. Gesù afferma, in presenza di Giuseppe (v. 48) di avere Dio per Padre (cfr. 10,22; 22,29; Gv 20,17).

Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.

Nascendo Gesù Cristo ha portato una grande luce nel mondo; ha illuminato le nostre tenebre. Ma la sua persona e la sua attività tra noi sono e rimangono pur sempre un grande, impenetrabile mistero. Impenetrabile non solo per noi, ma anche per Maria e Giuseppe. Mistero così alto e profondo, così enorme e immenso che solo nel silenzio adorante può essere accettato e solo nell’umile disponibilità può essere partecipato e vissuto. Maria, la madre di Gesù, appare in questo un vero modello. Ad essa capitò di perdere Gesù e tale perdita le procurò un indicibile dolore. Solo per un istante ella dà sfogo alla sua pena, ma solo per esprimere l’angoscia che la accomuna a Giuseppe. Subito si contiene nello stupore, nel silenzio, nell’attesa. Il mistero sollecita la fede e la fede procura quella luce che invano si cercherebbe nel tentativo umano di superare le soglie del mistero stesso. Giuseppe e Maria vivono a contatto con Gesù, eppure se lo sentono sfuggire. Lo vedono con gli occhi del corpo, ma non lo comprendono se non con gli occhi della fede. Per essi, infatti, come per noi, è solo la fede che procura l’accesso al Cristo e, per mezzo di Cristo, l’accesso al Padre. Chi, nonostante le tenebre crede, non solo vedrà ma possederà la vita.

Una notazione importante: il mistero della filiazione di Gesù supera ogni intelligenza umana, anche la più aperta alla parola di Dio. Le scene precedenti sottolineano tuttavia che Maria e Giuseppe hanno colto qualcosa di questo mistero.

Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

Gesù si sottomette ai suoi genitori, perché nel giudaismo finché il padre viveva, il figlio stava sotto la sua autorità.

Maria medita sui fatti che accadono e il cui senso sarà manifestato solo nella rivelazione pasquale. Nella Bibbia il cuore è la sede di tutta la vita intima dell’uomo: il pensiero, la memoria, i sentimenti, le decisioni.

E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Questa conclusione riprende i temi del v. 40 (“Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”) e sembra si ispiri a 1 Sam 2,26 (“Invece il giovane Samuele andava crescendo ed era gradito al Signore e agli uomini”); Samuele resta davanti a Dio come Gesù nel v. 43. La sapienza, nel senso forte che la Scrittura dà al termine, è in Luca la dote propria di Gesù (2,40; 11,31; 21,15). Su Giovanni era la mano del Signore (1,66: “E davvero la mano del Signore era con lui”), come sui profeti, mentre su Gesù è la grazia per eccellenza.

La famiglia di Nazaret si mostra molto simile a tutte le altre famiglie e si ritrova a vivere le stesse dinamiche, anche se con la differenza sostanziale di rimanere sempre con il capo sollevato e la disponibilità a dialogare con il Padre del cielo e della terra. Maria e Giuseppe, pur non comprendendo appieno quello che capita al loro figlio Gesù, si lasciano mettere in discussione dall’irruzione del divino nella loro umanità. La loro santità consiste nel fare spazio, giorno dopo giorno, alla novità di vita che quel divino Bambino continuava a portare nella loro vita familiare. Giuseppe e Maria imparano, così, ad ascoltare il Padre e a lasciarsi plasmare dall’azione trasformante dello Spirito Santo.

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