VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda

Lectio VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Ci troviamo nell’ultima parte del discorso nella pianura del vangelo di Luca in cui viene ripreso e rielaborato un materiale interamente matteano che però non proviene tutto dal discorso della montagna. Per esempio troviamo qui il detto dei ciechi che non si possono accompagnare che in Matteo troviamo al capitolo 15 versetto 14 come un accusa rivolta ai farisei («Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!»). Luca addolcisce la durezza del detto e non prende più di mira i farisei ma i discepoli. Vi è poi l’insegnamento sulla pagliuzza e la trave che in Matteo troviamo in 7,3-5.

Un particolare interessante è dato dalla constatazione che tutti questi detti rappresentano sempre una coppia di realtà: due ciechi, il discepolo e il maestro, l’uomo e il suo fratello (la pagliuzza e la trave), l’albero buono  e quello cattivo, l’uomo buono e quello cattivo. In qualche modo si ritorna all’inizio del discorso aperto con le beatitudini lucane con le beatitudini (appunto) e i lamento o guai e si propone il tema delle due vie. 

Importante tenere a mente il versetto precedente: «con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (6,38). Questa conclusione del discorso nella pianura ribadisce l’importanza della nostra risposta all’amore di Dio per noi.

Esaminiamo il brano

v. 39

«Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?».

Se, come detto poco sopra, si vuole mettere a fuoco l’importanza della risposta all’amore di Dio, perché iniziare con questa “parabola” dei due ciechi? Ricordavamo come questa detto in Matteo si riferisse ai farisei, cioè ai maestri in Israele e che questa polemica Luca la indirizza ai discepoli, immediati ascoltatori del discorso di Gesù. Cieco è colui che non ha la luce negli occhi, non riconosce quanto detto precedentemente da Gesù: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (6,36), lo abbiamo ascoltato domenica scorsa. Allora chi è il cieco? Ai tempi di Gesù era il fariseo, che sperava la salvezza dalla propria conoscenza e osservanza perfetta della legge. Per Luca è il cristiano che giudica, condanna, non assolve e non dona. Il cieco è uno che non ha sperimentato la grazia e pretende di guidare gli altri sulle vie della giustizia, in cui si ritiene esperto. Si può trattare di singoli ciechi che vogliono guidare la comunità, o della comunità stessa, che non illumina più il mondo cui è inviata, perché, invece di salvarlo, lo giudica: è luce diventata tenebre (11,35), sale insipido (14,34).

ll cieco, pur avendo gambe e braccia che funzionano, non sa muoversi; la realtà gli si rivolge contro e gli fa male. Così chi non ha misericordia ignora il senso della vita e non sa orientarsi: vi si muove dentro alla cieca e vi sbatte contro

Questo legame luce-misericordia, permette di riconoscere che come la luce fu principio della creazione (Gen 1,3), così la misericordia è il principio della ricreazione, talmente potente da riportare al bene anche ciò che è male. La cecità fondamentale è non ritenersi bisognosi della misericordia del Padre. Giovanni dice: «Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane» (Gv 9,41). 

 In realtà nessuno di noi può fare da guida a un altro: siamo tutti ciechi, sgraziati e cattivi. Alla salvezza ci guida solo il maestro della misericordia. Ma a sua volta, come lo specchio riverbera il sole, così ciascuno di noi può essere luce per l’altro quando è colpito dal raggio di misericordia.

 Gesù formula alcune condizioni:

  1. quella della formazione o preparazione;
  2. non essere ipocriti;
  3. la bontà

v. 40

Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.

La prima condizione è espressa in questo versetto e consiste nell’essere preparati. Il termine che traduciamo con preparato è καταρτίζω (katartízō), significa riparare, restaurare, oppure rendere qualcosa (o qualcuno) come dev’èssere. Il discepolo quindi deve essere dunque ben preparato, istruito in tutto, così da raggiungere le qualità e le capacità del maestro. Questa formazione non implica necessariamente scuole, università, ma fondamentalmente “sequela”.

Il discepolo, invece di seguire la parola di Gesù e il suo esempio, per dimenticanza, stupidità e presunzione, è tentato di seguire altre vie che pensa più perfette. Confuso dalle tenebre, crede di essere illuminato. Deve sapere però che come la luna non può avere più luce del sole, così lui non potrà mai saperne più del suo maestro. Per la comunità di Luca questa presunta luce forse consisteva in pretese rivelazioni personali o in conoscenze esoteriche. Anche oggi come allora, l’uomo è specialista nell’inventare vie di salvezza spirituali, psicologiche, economiche, politiche e sociali.

Ripetiamo che la salvezza altro non è che la misericordia del Padre nella “carne” di Gesù. È un fatto, non un’ideologia o un’illuminazione!

Questo versetto è un monito a conoscere bene il maestro, per essere un discepolo ben preparato, simile a lui.  

vv. 41.42

41Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 42Come puoi dire al tuo fratello: «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio», mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.

La seconda condizione è indicata nel detto sulla pagliuzza e sulla trave che ricorda il pericolo dell’ipocrisia.

Un modo di essere “falso maestro” è quello di ripetere esattamente quanto detto da Gesù, ma applicandolo agli altri e non a se stessi.

Quando avviene ciò, la salvezza subito si trasforma in condanna per gli altri da parte mia e quindi in condanna di me, che, proprio perché condanno, risulto senza misericordia! In questo modo la Parola che dovrebbe salvare, opera solo danni, perché, invece di lasciarmi convertire, l’ho usata come rappresaglia contro l’altro.

La trave che è nel mio occhio è data, prima ancora che di miei tanti peccati, proprio dalla mancanza di misericordia. Se critico e condanno, il mio cuore è senza misericordia: sono un albero cattivo e spinoso dai frutti velenosi e marci.

ὑποκριτής (hypokritḗs): uno che risponde, un interprete, un attore, un dissimulatore, un impostore, un ipocrita. Ipocrisia non significa finzione ma protagonismo. È il tentativo di cercare il primo posto in tutto e farsi centro di tutto: è mettere l’io al posto di Dio. L’ipocrita nel teatro greco era il protagonista che rispondeva al coro.

Luca illustra bene questo peccato nel fariseo che si ritiene giusto - e lo è! - e ringrazia Dio... disprezzando il peccatore (18,9ss). 

Questo versetto proibisce la critica e la esclude come via alla correzione fraterna. L’unica correzione possibile dell’altro, in modo che non si indurisca nel male, è il mio occhio buono di perdono e di misericordia. 

«…non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli» (San Francesco, Lettera a un Ministro: FF 235).

vv. 43-44

43Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.

Siamo alla terza condizione, la bontà:καλός (kalós), bello, buono, adatto ai suoi fini. Kalós non indica fondamentalmente una qualità morale, in questo senso solo Dio è “buono” (cfr. 18,19), ἀγαθός (agatos), retto, onorevole. Si vuole indicare quella bontà-bellezza che si riconosce dai frutti (è lo stesso aggettivo che qualifica il buon pastore che si riconosce dal fatto che da la vita per le sue pecore: Gv 10,11).

Una pianta di fichi non si sforza di fare fichi non può fare altro! Così è inutile che mi sforzi di fare frutti buoni, se sono cattivo. Il problema è di che legno sono.

L’uva non può venire dal «rovo», fa pensare al roveto ardente (Es 3,2) che fu il luogo della rivelazione di JHWH che culmina nella legge.  Ma la salvezza definitiva non si può cogliere neanche dalla legge. Questa rivela le opere della carne e, invece di dare salvezza, dichiara la perdizione.

L’uva, la vita nella sua pienezza, si raccoglie solo e in abbondanza dal sangue di Cristo che è il dono totale della misericordia di Dio, «la nuova alleanza» (22,20), dove tutti possono riconoscere chi è il Signore (Ger 31,31-34).  Lui infatti è «la vite vera» (Gv 15,1ss): solo chi è unito a lui può portare frutto di vita e di gioia, perché «senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5).

I fichi e l’uva - i frutti di chi abita nella terra di Dio - sono i doni dello Spirito: non scaturiscono dalla nostra giustizia, ma dalla sua grazia. Vivere le beatitudini, sarà il risultato naturale di questo innesto.

v. 45

L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

Il principio della bontà o meno non sta nelle cose, ma nel cuore

Per produrre frutti buoni occorre guardare al rapporto interiore che unisce la bocca al cuore, cuore inteso in senso ebraico di sede dei sentimenti e dei pensieri. La bocca infatti non esprime ma altra cosa di ciò non solo sta nel cuore (e può rimanere nascosto), ma trabocca (come sovrappiù non contenibile e forse anche incontrollabile) dal cuore: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

Si comprende allora che Il primo frutto del cuore non sono le opere, ma le parole.  La bocca precede la mano e la parola l’opera, rendendola disumana, umana o divina.

La parola di misericordia deve entrarmi dall’orecchio nel cuore e sanarlo.  Allora avrò occhio buono e parola buona, e farò frutti di misericordia. La lingua è come il timone dell’uomo e ne guida tutti i rapporti; può far vivere o morire e ne uccide più della spada; con essa l’uomo comunica con l’altro e lo accoglie o erige un muro e si nega (cfr. Gc 3,1-4,12).

Il problema, non è quello di fare frutti buoni invece che cattivi: il mio cuore non può che produrre rovi e spine. Il problema è quello di ricevere, in cambio di quello di pietra, un cuore di carne (Ez 36,26) in cui è scritta la sua legge di misericordia (Ger 31,33s). La parola di misericordia deve entrarmi dall’orecchio nel cuore e sanarlo.

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