Domenica delle Palme (Anno C)

Benedetto colui che viene nel nome del Signore

Lectio Domenica delle Palme (Anno C)

Tutti gli evangelisti mettono in rilievo questo ingresso solenne nella città santa da parte di Gesù, acclamato dalla folla degli ebrei il messia, cioè il salvatore.

Il fatto ha un profondo significato di fede. Mentre i capi del sinedrio pensano ormai alla eliminazione di Gesù, in quel momento il chicco di grano che muore comincia a dare frutto: alcuni pagani chiedono di vedere Gesù. Quel piccolo gruppo di stranieri sono il nucleo della futura chiesa. Il Figlio dell'uomo è glorificato: è riconosciuto dal resto d'Israele e dalle primizie dei popoli pagani (cf. Gv. 12, 12-50).

La liturgia, fedele al dato rivelato, non trascura questo mistero di salvezza. Non si tratta di fare un pio ricordo o di mirare un avvenimento del passato, ma si tratta di rendere presente «oggi» l'avvenimento attraverso la parola di Dio e di viverlo nella fede. «Oggi» siamo chiamati a riconoscere la divinità di Gesù e la sua azione di salvezza, come messia, trovando i modi più adeguati per dare rilievo concreto alla nostra fede. Anche il segno esterno della processione, quindi, acquista tutta la sua rilevanza nella misura in cui formiamo una comunità di fede con l'annuncio della parola di Dio.

L'entrata di Gesù in Gerusalemme attraverso il monte degli Ulivi appare come un'investitura regale, che pone le premesse per l'atto di accusa di un processo che si concluderà con una condanna: si è voluto fare re. Gesù è veramente il re della pace, molto più di Salomone. Una pace che non sarà ottenuta con la morte dei nemici, come sempre accade, ma con la morte di colui che l'annuncia.

v. 28

28Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

La pericope inizia con una conclusione: «dette queste cose» che ci rimanda all'ultimo insegnamento, quello della parabola delle mine (19,11-27), ma anche a quanto precedeva il grande viaggio. Questa salita iniziata al 9,51-19,27.

v. 29

29Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli

Il brano è quasi sempre intitolato: “Ingresso messianico a Gerusalemme”, ma non vi è nessun ingresso in città! Tutto si svolge fuori dalla città, di fronte ad essa, sul pendio del monte, quando finalmente Gesù “entrerà”, non entrerà in città, ma solo nel tempio (19,45).

Venendo da Gerico, l’accesso a Gerusalemme dal monte degli ulivi corrisponde all'itinerario consueto dei pellegrini, toccando i due villaggi di Betània e Bètfagia a circa 3 Km dalla città.

La tradizione evangelica, da cui dipende anche Luca, ha riletto quest'ultimo ingresso di Gesù sullo sfondo delle antiche profezie che alimentavano le attese messianiche (cfr. Zac 14,4; Ez 43,1-2).

vv. 30-31-32

30dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. 31E se qualcuno vi domanda: «Perché lo slegate?», risponderete così: «Il Signore ne ha bisogno»». 32Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto.

Per preparare la sua entrata in Gerusalemme, il Signore si sceglie un puledro di asina, giovane, ancora mai usato dall'uomo, ne ha necessità, e tutto si svolge come lui dice. È il medesimo motivo che si ripeterà ancora alla preparazione della cena (cf. 22,9-13).

Giunto quasi sulla cima del Monte degli ulivi, Gesù vuole fare del suo avvicinarsi alla città santa un’ulteriore rivelazione, per la quale ha bisogno di una cavalcatura.

A partire da Salomone, re cavalcavano i cavalli. È lui, infatti, che li aveva importati in Israele, come ricorda il Primo libro dei Re 10,28: «I cavalli di Salomone provenivano da Musri e da Kue; i mercanti del re li compravano in Kue». Il cavallo era quindi l’emblema di quei re di cui la Scritura dice quasi invariabilmente: “Fece ciò che è male agli occhi del Signore”. Gesù non vuole un cavallo, ma un asinello. Arrivando a Gerusalemme su un asinello, Gesù rompe, per così dire, la catena dei re disobbedienti, simboleggiati dal cavallo, e appare, conformemente alla profezia di Zaccaria, come il “re giusto e umile che cavalca un asino.

Il «puledro legato» evoca l’antica profezia di Giacobbe su Giuda, suo figlio:

10Non sarà tolto lo scettro da Giuda
né il bastone del comando tra i suoi piedi,
finché verrà colui al quale esso appartiene
e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli.
11Egli lega alla vite il suo asinello
e a una vite scelta il figlio della sua asina,
lava nel vino la sua veste
e nel sangue dell'uva il suo manto.

Un puledro mai cavalcato, come dovevano essere gli animali destinati a uso sacro (cf. Nm 19,2; Dt 15,19; 21,3).

vv. 33-34

33Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». 34Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».

i proprietari: κύριοι (kyrioi) i signori.

«Il Signore ne ha bisogno»: I “signori” dell asino si trovano davanti al Signore dell’universo, che evidentemente, è padrone dell’asino prima di loro.

vv. 35-36

35Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. 36Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada.

Adesso i discepoli preparano il corteo come possono, in modo umile, anziché drappi, i loro poveri mantelli, come si usava anticamente per intronizzare i re d'Israele (cfr. 2 Re 9,13).

v. 37

37Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto.

È un corteo messianico, così lo percepisce la “moltitudine dei discepoli” che riserva a Gesù un’accoglienza trionfale, letteralmente più trionfale di ciò che fu in realtà: capitava che qualche rabbi facesse, con i suoi discepoli, un ingresso gioioso e festoso a Gerusalemme, come fanno tuttora i pellegrini, i quali, dopo aver visitato la Galilea, arrivano nella città cantando:

Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!».
2 Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!
3 Gerusalemme è costruita
come città unita e compatta.
4 È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d'Israele,
per lodare il nome del Signore (Sal 122, 1-4).

Notare che lodano Dio, non per l’arrivo del re, ma perché hanno viso «tutti i prodigi” da lui compiuti. Ora, durante il viaggio verso Gerusalemme, questi furono pochi: guarigioni di un muto (11,14), di una donna curva (13,10-13) e di un uomo idropico (14,1-6), purificazione dei lebbrosi (17,11-19), guarigione del cieco di Gerico e salvezza di Zaccheo (18,35-19,10). Sono pochi versetti rispetto ai dieci lunghi capitoli del viaggio essenzialmente consacrati agli insegnamenti di Gesù

v. 38

38dicendo:
«Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!».

L’acclamazione è strana: si acclama si il re (messianico) che giunge a Gerusalemme nel nome del Signore, e si accenna a ricordare il canto gioioso degli angeli di natale:

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama»
(2,14).

La terra è dimenticata: la pace in terra, chi se la ricorda? L’esaltazione è grande ma tutta proiettata nei cieli. È la tentazione di ogni religione: partire in quarta per luoghi altissimi e le dimore celesti e dimenticare che il movimento fondamentale della fede non è salire in alto, ma lo scendere di Dio, in Gesù sulla terra.

v. 39

39Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli».

Tanta esultanza non piace ai farisei (è la loro ultima apparizione nel vangelo) che tentano di ricondurre tutto a un corteo silenzioso, forse per paura di noie con le autorità romane, sempre sospettose di sollevazioni popolari, e non invano.

Forse tentano di conservare l'antica legge e la loro ortodossia e quindi non possono permettere che Gesù sia detto «colui che viene», la presenza di Dio in terra.

v. 40

40Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

Gesù che ha provocato tutto e non è disposto a calmare la situazione prende le difese dei suoi.

- La risposta del Signore è data con forma solenne che la nostra traduzione forse non rende compiutamente : «lo parlo a voi...», è una frase di tipo proverbiale che afferma l'ineluttabilità del suo trionfo.

Le pietre di Gerusalemme saranno un grido di protesta contro il loro rifiuto come lo diventarono contro Babilonia quelle di Abacuc 2,11.

- Le stesse pietre che se necessario diventeranno figli di Abramo (cf. Lc 3,8); le stesse pietre che non furono chiamate a diventare pane (cf. Lc 4,3) ma che serviranno Dio al posto degli uomini riluttanti.

Possiamo finire dicendo che è giunto il momento in cui la vera confessione messianica s’impone con tale urgenza che nessuno può impedirla.

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