VI DOMENICA DI PASQUA – ANNO C

«Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»

Lectio divina sulla Parola della VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

La VI Domenica di Pasqua ci aiuta a disporre il cuore per accogliere il dono dello Spirito Santo, mandato dal Padre nel nome del Figlio, con lo scopo di ricordare tutto quello che il Signore Gesù ha detto e ha fatto. In questo modo, il cuore dei credenti diventa la dimora della Trinità, se ascolteranno e accoglieranno la Parola che il Cristo ha predicato loro. Inoltre ci viene donata la pace di Dio, diversa da quella del mondo, finalizzata ad aiutare i discepoli a vivere la partenza del loro amato Maestro. Prepariamo il cuore ad accogliere il dono della Parola, attraverso la preghiera di Colletta:

O Dio, che hai promesso di stabilire la tua dimora
in coloro che ascoltano la tua parola
e la mettono in pratica,
manda il tuo santo Spirito,
perché ravvivi in noi la memoria
di tutto quello che Cristo ha fatto e insegnato.

Siamo chiamati non solo ad ascoltare ma a praticare la Parola. Questo sarà possibile se terremo fisso lo sguardo sul Cristo, autore e perfezionatore della nostra fede. Assecondiamo l’azione dello Spirito Santo, che già abita dentro di noi, perché ci abiliti alla vera comprensione del Vangelo che adesso ascolteremo.

23Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: "Vado e tornerò da voi". Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate”.

Dopo la partenza del Cristo, lo Spirito lo sostituisce presso i fedeli. È il Paràclito, l’avvocato che intercede presso il Padre o difende davanti ai tribunali umani; è lo Spirito di verità (8,32) che guida alla verità tutta intera (16,13). Egli fa comprendere la personalità misteriosa del Cristo: come egli compia le Scritture (5,39), quale sia il senso delle sue parole (2,19), dei suoi atti, dei suoi segni, che i discepoli non avevano compreso prima. Con ciò, lo Spirito darà testimonianza al Cristo e confonderà l’incredulità del mondo.

La pace, saluto abituale dei giudei, significa l’integrità del corpo, ma anche la felicità perfetta e la liberazione portata dal Messia. Tutto questo è dato da Gesù.

23Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 

Gesù non risponde alla domanda postagli da Giuda, non l’Iscariota: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?” (14,22). La domanda di Giuda corrisponde alla tecnica del dialogo giovanneo, che porta avanti il discorso mediante l’incomprensione dell’interlocutore. Il discepolo del periodo prepasquale non comprende ancora che ci possa essere un altro modo di esistenza che richiede un altro modo di conoscenza. Il concetto di Messia, re glorioso che impone la legge di Dio con la forza, non trova più posto in questo tempo nuovo della nuova relazione dell’uomo con Dio. La manifestazione di Gesù è possibile solo nell’ubbidienza e nell’amore. Gesù, i credenti e il Padre formano un circolo d’amore e d’ubbidienza che è possibile solo quando vi è la mutua conoscenza.

Gesù afferma che lui e il Padre fisseranno definitivamente la loro dimora in coloro che esprimeranno effettivamente il loro amore osservando la sua parola: così si realizzerà l’aspirazione dei credenti dell’AT dell’amore di Dio per il suo popolo, della sua venuta e dimora in mezzo al popolo stesso (cfr. Es 25,8; 1 Re 8,27; Ez 37,26-27; Zc 2,14). Nel periodo postesilico il profeta Zaccaria parla di una futura dimora di Dio in mezzo al popolo, che porterà gioia: “Rallégrati, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. Oracolo del Signore” (Zc 2,14). Ogni credente, che pratica la fede nell’amore, diventa tabernacolo di Dio (cfr. 14,2).

24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Questa, che rappresenta un’inclusione con 14,15 (“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”), è la vera risposta a Giuda, anche se indiretta. A colui che non ama, Gesù è inaccessibile e quindi non gli si può manifestare. Il mondo è definito come coloro che non amano e non osservano la parola di Gesù. È la mancanza di amore e di obbedienza che impedisce al mondo di avere parte alla manifestazione del Padre e del Figlio.

25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

È questo l’unico testo, in cui il Paraclito viene identificato esplicitamente con lo Spirito Santo (cfr. 14,17-18). Lo manda il Padre, però nel nome di Gesù, cioè in stretta unione con lui (cfr. 16,13-14) oltre che come suo intermediario. Come il Figlio fu inviato nel nome del Padre per compiere le sue opere e la sua volontà (cfr. 5,43; 10,25), così lo Spirito è inviato nel nome del Figlio. L’invio dello Spirito da parte del Padre risponde alla richiesta di Gesù (14,13-14; 15,16; 16,23-26) e si collega strettamente alla sua missione. Per Gv, lo Spirito è inviato tanto dal Padre (14,16.26) quanto direttamente da Gesù stesso (15,26).

I discepoli che hanno condiviso la vita terrena di Gesù (15,27; At 1,21) conservano il ricordo di quello che egli ha detto e ha fatto; lo Spirito di Cristo risorto li condurrà a penetrare il significato profondo dei suoi atti (2,22; 12,16). Conducendoli così alla comprensione della realtà di Gesù e del suo senso delle cose nel loro rapporto con lui, lo Spirito insegna loro ogni cosa (cfr. 15,26; 16,13-15); la sua funzione presso gli apostoli è quella di continuare l’insegnamento di Gesù, nel senso di farlo ricordare e comprendere. Non può essere concepito come un suo sostituto, ma come uno che continua la sua stessa opera. Infatti dopo la glorificazione di Cristo, sarà compito dello Spirito completare la rivelazione di Cristo portando la Chiesa a una intelligenza perfetta del vero significato di tutto quanto Gesù aveva detto e fatto.

27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 

È l’addio di Gesù ai suoi. La pace per l’ambiente giudaico non è solo quella della fine di ogni guerra (Zc 9,9-10), ma è espressione dell’armonia e dell’unione con Dio che era il sigillo dell’alleanza (cfr. Nm 6,26). La pace di Gesù è diversa da quella del mondo, che porta alla morte ed è conseguenza della vittoria delle armi e del potere. La pace di Gesù non è una conquista sanguinosa, ma un dono di Dio, che viene attraverso di lui. La conseguenza è la cessazione di ogni turbamento di fronte alla prossima dipartita di Gesù, se credono in lui (cfr. 14,1).

In Gv la pace è sempre legata alla persona di Cristo e alla sua presenza (14,27; 16,33; 20,19.21.26). Siccome poi è Cristo stesso questo dono che lui ci dà, S. Paolo può chiamarlo “la nostra pace” (Ef 2,14).

28Avete udito che vi ho detto: "Vado e tornerò da voi". Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me.

Vado e tornerò da voi. Due affermazioni unite che paiono contraddittorie. Non sono tali, perché in realtà si riferiscono allo stesso avvenimento: la morte e la glorificazione di Gesù, che sono considerate come parti di un’unica unità. Questo avvenimento crea anche una nuova situazione per i discepoli. Il credente, cioè colui che ama Gesù, deve rallegrarsi per questo avvenimento, perché questa andata di Gesù al Padre gli procura tutti i benefici della nuova vita, che avrà appunto in quanto discepolo.

Il ritorno al Padre, che realizza in Gesù l’evento salvifico mediante la morte-risurrezione, ha il suo fondamento ultimo nella volontà e nella missione ricevuta dal Padre (4,34; 5,30; 6,36-40). In questo senso il Padre è più grande di me: questa affermazione di Gesù ha dato origine a moltissime interpretazioni, ma l’affermazione va letta alla luce della sua missione, cui continuamente si appella. Benché Cristo sia una cosa sola con il Padre (10,30), in quanto è il Figlio, egli è stato inviato dal Padre per compiere la sua volontà (4,34; 6,38; 12,49 s.), e in questa relazione il Padre è più grande di lui. Il ritorno di Cristo al Padre dopo aver compiuto la sua missione è la condizione perché egli possa adempiere tutte le promesse fatte ai discepoli. L’amore degli apostoli per Gesù deve superare le egoistiche aspettative terrene di un regno mondano.

29Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate”.

L’evento al quale si accenna non può essere che la dipartita di Gesù che però non dovrebbe più essere un fatto sconvolgente per i discepoli, visto che Gesù l’ha predetto. Questa predizione (cfr. 13,19) vuol superare lo scandalo della croce. L’accostamento delle parole di Gesù e degli avvenimenti condurrà i discepoli a una nuova comprensione della realtà (2,21-22; 13,19; 16,4).

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