Orari

  • Giorni feriali

    Ore 7.55 Lodi mattutine
    Ore 8.15 Messa
    ORE 18.00 Rosario
    Ore 18.30 Messa e al termine Vespri

  • Giorni festivi

    Ore 11.30 Messa
    Ore 17.30 Rosario
    Ore 18.00 Vespri
    Ore 18.30 Messa

  • Adorazione

    • Ogni mercoledì dalle 12.30 alle 13.30
    • L'ultimo lunedì del mese dalle 21 alle 22
  • Confessioni

    • Tutti i giorni (tranne il venerdì pomeriggio)
      dalle 8.45 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 18.00

Avvisi

di AGOSTINO 

Ogni anno, generalmente a partire dalla solennità dell'Immacolata, chiese e abitazioni ospitano, per un paio di settimane abbondanti, il plastico di una scena insolita. Come si sarà capito, ci si riferisce al presepe; ma la “scena insolita” non è la Natività del Nostro Signore, bensì ciò che la precede, o, per meglio dire, il tentativo di far intendere all'osservatore che Gesù non è ancora nato. Ecco dunque che si è soliti trovare Maria e Giuseppe inchinati, magari con le mani giunte o incrociate sul petto, a contemplare per giorni e giorni una greppia vuota. A una persona che non avesse alcuna nozione a riguardo, tutto ciò apparirebbe insensato, se non ridicolo, come quei gatti che fissano per minuti interi, sino ad addormentarsi, una parete spoglia.

Eppure questo vuoto potrebbe avere un senso, e non solo perché parte integrante di quello stato d'attesa che caratterizza il tempo d'Avvento. Infatti si attende chi non è presente, ed invece il cristiano sa non solo che Gesù Cristo è già nato, ma che ha anche detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Al di là di ogni interpretazione escatologica o memoriale di questo tempo liturgico, che senso ha attendere un Dio presente? Forse questa attesa andrebbe interpretata come attenzione-alla-presenza.

È come se ci sentisse soli e si attendesse qualcuno con trepidazione, e non ci si accorgesse che quel qualcuno sta mendicando alla nostra porta. Ci vuole molto tempo per cambiare lo sguardo su quel mendicante e desiderare che entri nella nostra casa. Anche perché occuperà soltanto lo spazio che gli si concederà. Spazio che, troppo spesso, si rivela insufficiente.

Un uomo in attesa vive con lo sguardo proteso verso l'avvenire. In genere ha una discreta certezza verso il passato (ed è già una grazia averne una visione riconciliata), una sostanziale noncuranza verso il presente e molte aspettative verso il futuro. È in esso che si ripone la gioia, o quantomeno l'immagine che ci si crea di essa. Ora, una persona è disposta ad affidarsi a un uomo forte - magari anche a sé stessa, se forte si ritenesse - o a un ideale che si avverte come irrinunciabile: in entrambi i casi, la gioia consiste nella fruizione di quei benefici che quell’uomo, o quell’ideale, apporterebbe alla propria esistenza. Non è il caso di biasimarsi per questo atteggiamento egoista, del resto non è pensabile, almeno che non si voglia perdere il proprio equilibrio mentale, di vivere nell'attesa di disgrazie continue. Il problema non è questo, perché, per l'appunto, tutti hanno bisogno di una contropartita. Sognare un amore che abbia come caratteristica costitutiva il non essere ricambiato è una cosa diversa da un amore disinteressato: è una fantasia masochista. Ma val la pena di chiedersi se davvero l'Atteso, colui che porterà alla gioia, non sia quel mendicante che ora, in questo presente così poco interessante, non ispira alcuna fiducia. È la domanda che la fede impone. Può darsi che non basti una vita intera per fornire una risposta stabile e definitiva; di sicuro, non bastano le quattro settimane d'Avvento. Quel che importa è stare di fronte al vuoto che una risposta affermativa implicherebbe. Aprirsi a questo mendicante significa svuotarsi di ogni consolazione immaginata per fargli spazio. Di quale amore potrebbe essere capace? È difficile saperlo, perché ogni aspettativa personale a riguardo (per non parlare della fiducia riposta altrove) lo tiene sulla soglia. Entrerà soltanto quando sarà certo che si stia dicendo "Avanti!" proprio a lui, e non a qualche falsità su di lui proiettata.

Maria e Giuseppe a mani giunte davanti alla greppia vuota sembrano desiderare che essa si faccia più grande ed accogliente; contemplano il vuoto e lo allargano con la loro fede.

San Francesco conosceva bene questo vuoto e non è un caso che la spiritualità francescana, così attenta al Dio incarnato, abbia sensibilmente contribuito alla diffusione del presepe, che ha le sue origini proprio in epoca medioevale.

Tuttavia, il presepe può essere interpretato con uno spirito esattamente opposto. Quando diventa una questione identitaria, espressione di una appartenenza, non testimonia forse una coscienza sazia, più interessata all'affermazione della propria ideologia (chiamarla fede è troppo) che alla reale venuta del Signore, con le relative conseguenze?