«Da Cristo prese l'ultimo sigillo»
Il 17 settembre ricorrenza dell'Impressione delle Stimmate del serafico padre nostro San Francesco 

di FR. MAGGIORINO
In prossimità della festa dell'Esaltazione della Croce, nell'anno 1224, durante una delle numerose quaresime che Francesco d'Assisi trascorreva in solitudine, alla visione di un serafino, il Poverello fu segnato con le stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo. Questi segni nella carne di San Francesco sono stati definiti da Dante Alighieri: l'ultimo sigillo conferitogli da Cristo stesso (cfr. Paradiso, XI canto).
Veramente possiamo interpretare i segni dei chiodi e la trafittura del costato di Francesco come un sigillo che attesta il conseguimento di un traguardo: la sua conformazione a Cristo.
Sebbene Francesco stesso non si ritenesse in nessun modo un perfetto - «siamo fermamente convinti che non appartengono a noi se non i vizi e i peccati» (RnB c. XVII: FF 48) -, come dice San Bonaventura, «portava con sé l'effigie del Crocifisso, non raffigurata su tavole di pietra o di legno dalla mano di un artefice, ma scritta nelle membra della carne dal dito del Dio vivo». (Leg min VI,IV: FF 1377). 
Come è iniziato e, soprattutto, in che cosa è consistito questo percorso di conformazione? C'è un episodio importante e noto del giovane Francesco d'Assisi, avvenuto nel 1206, diciotto anni prima dell’impressione delle stimmate. Si tratta dell’incontro con il Crocifisso di San Damiano. Tommaso da Celano, il suo primo biografo, dopo aver descritto il modo con cui l’immagine di Gesù parlò a Francesco, avanza una ipotesi suggestiva: «Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore» (2Cel 10: FF 594). San Bonaventura, molto probabilmente riferendosi all’episodio di San Damiano, ricorda che al vedere Cristo confitto in croce «si sentì sciogliere l'anima. Il ricordo della passione di Cristo si impresse così vivamente nelle più intime viscere del suo cuore, che, da quel momento, quando gli veniva alla mente la crocifissione di Cristo, a stento poteva trattenersi, anche esteriormente, dalle lacrime e dai sospiri».
Il cammino di conformazione comporta sicuramente dei gesti concreti che però sono mossi da una ferita d’amore e di cui le stimmate sono la manifestazione visibile. Non ci sarebbe ragione di manifestare pubblicamente quello che potrebbe rimanere un segreto tra l’Amato e l’amante se non per quel motivo che esprime la preghiera liturgica di questa festa: «O Dio, per infiammare il nostro spirito con il fuoco del tuo amore, hai impresso nel corpo del serafico padre san Francesco i segni della passione del Figlio tuo».
Abbiamo bisogno di fare ardere i nostri cuori. Abbiamo bisogno anche del dono delle lacrime, di non rimanere indifferenti davanti alla passione di Cristo. Forse non è sempre giusto identificarla con le passioni dell’umanità ma sicuramente è passione per l’umanità.
Le stimmate di Francesco d’Assisi ci dicono che non possiamo restare insensibili davanti al dolore, dovunque e comunque si manifesti. Non è possibile distinguere più piani nella nostra vita. Se vogliamo intraprendere una via di conformazione a Cristo dobbiamo fare in modo che i palpiti del nostro cuore - che desidera amare Dio - si manifestino esteriormente.
San Francesco, a differenza degli altri stimmatizzati, non presentava dei fori su mani e piedi ma delle escrescenze di carne a forma di chiodi, come se l’amore che serbava nell’intimo avesse dovuto necessariamente eccedere all’esterno. Allo stesso modo l’amore che noi dobbiamo a Dio, deve uscire all’esterno, manifestarsi,  “incarnarsi” in atteggiamenti di vita rinnovati.