La fede nel tempo dell'incertezza - Catechesi Quaresima 2021

Abramo

La fede di Abramo

Sono molti quelli che considerano ciò che è narrato nella Bibbia come qualcosa di lontano da noi, storie che poco hanno a che vedere con la nostra realtà. Se poi si considera l’Antico Testamento, o meglio il primo Testamento, allora molti dei suoi contenuti ci sembrano ancora di più racconti vicini alla mitologia se non alla favola. Invece, ciò che leggiamo nella Scrittura – oltre ad essere naturalmente Parola di Dio – è il frutto di esperienze che molto hanno a che fare con tutti noi, perché esperienze dell’uomo e quindi anche nostre. Dovremmo sempre ricordarci che quando Israele si interroga sul contenuto della propria fede, non risponde con complicate definizioni dottrinali ma con racconti della propria esperienza. La convinzione dell’uomo e della donna della Bibbia è che Dio è presente nella propria storia, e in questa agisce, si rivela, si fa conoscere ed incontrare. Potremmo definire il “credente” come colui che sa vedere nella storia e nella vita, le meraviglie del Signore.
Dio si rivelava, e ancora oggi si rivela, nella storia e nella vita, anche se in modo misterioso. A Mosè, Dio dichiara il suo nome presentandosi come «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Sembra quasi che Dio non voglia rivelare pienamente il suo nome. Perché Dio è con il popolo ma non è mai del popolo.

La fede di Abramo

La storia di Abramo la troviamo nel libro della Genesi, in quello che è chiamato il ciclo di Abramo, dal capitolo 12 al 25. La narrazione della sua vita ci presenta una serie di vicende straordinarie ma anche di avvenimenti decisamente normali, alcuni banali, certi scandalosi, come quando giunto in Egitto per trovare riparo da una carestia, si finge fratello di Sara, sua moglie che viene così accolta nell’harem del faraone (Gen 12,10-20). Tutto questo rende la storia di Abramo affascinante, perché in fondo, per quanto incredibile, Abramo è anche un uomo come tanti altri. Quello di Abramo è il profilo di un uomo del suo tempo, con i suoi costumi, la sua mentalità, le sue paure e anche i suoi difetti. Le vicende che ci vengono riportate, ci ricordano che l’incontro tra l’uomo e Dio avviene nella nostra storia comune, nel quotidiano, fatto di cronaca e non solo di fatti eccezionali; fatto anche di tradimenti oltre che di fede. In Abramo la storia di Dio scorre dentro la cronaca quotidiana.

Si stima che Abramo entrò nella terra di Canaan circa nel 1850 a.C., per circa una dozzina di secoli, le vicende di Abramo sono state tramandate oralmente. È significativo che la fissazione attraverso la scrittura sia avvenuta durante solo durante l’esilio babilonese ossia circa 1200 anni dopo (VI secolo a.C.). Perché queste tradizioni si sono fissate proprio in quel periodo? Ma perché proprio in quel periodo tragico, di esilio, la domanda più forte era: se Dio ha promesso a Israele una patria, perché ora è disperso in terra straniera? Dio è fedele alle sue promesse, sì o no? Che significa credere? Per rispondere a questi interrogativi, che vanno al cuore della fede, Israele racconta e rimedita l’antica storia di Abramo.

La chiamata di Abramo

Il Signore disse ad Abram:
«Vattene dalla tua terra,
dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre,
verso la terra che io ti indicherò.
Farò di te una grande nazione
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa essere tu una benedizione. (Gen 12,1-2)

La storia di Abramo incomincia con una parola del Signore: «Il Signore disse». Il terzo versetto del libro della Genesi inizia proprio così, prima vi erano il cielo e la terra (comunque creati da Dio) ma la terra era informe, quindi «Dio disse» e fu prima la luce e poi le acque, e poi la terra e poi tutte le creature e per ultimo l’uomo. Anche Abramo, per la parola del Signore esce dall’anonimato, e compare in piena luce. È un uomo qualsiasi, uno sconosciuto, ma la parola di Dio lo trae dall’ombra e lo fa essere

La domanda dovrebbe essere: perché Abramo?. Infatti, di Noè, per esempio, è scritto che Dio lo sceglie perché era il solo giusto in un mondo malvagio (Gen 6,9). Di Abramo non si dice nulla. L’intervento di Dio non è una risposta a un merito, neppure il riconoscimento di una certa virtù. L’uomo non ha nessun titolo per essere chiamato. Possiamo dire che il divino si inserisce nella storia di uomini veri, uomini come gli altri. 

A questo punto la domanda potrebbe essere: perché questo privilegio, perché Abramo e non un altro? La chiamata di Dio non solo non è rivolta ad un privilegiato ma non è neppure un privilegio. Ogni chiamata è per un servizio, per una responsabilità verso gli altri: ·«possa essere tu una benedizione» 

Certamente, quello che colpisce di più nella chiamata di Abramo è il cambio di esistenza repentino che questa comporta. Dobbiamo ricordare che non è Abramo che cerca Dio ma è Dio che cerca Abramo e lo incontra con un “tu”. Abramo è chiamato a un cambiamento di esistenza radicale, senza nostalgie, abbandonando tutte quelle sicurezze che sono racchiuse nel presente già noto (la casa, la terra, i parenti) per andare verso un futuro la cui unica garanzia è la parola del Signore. Tutto questo è la fede: vivere non più un progetto teso nello sforzo di conservare ciò che si possiede, ma un progetto proteso in avanti. Dio quando dà un ordine tiene sempre nascosto qualcosa. 

In alcuni racconti biblici di chiamata l'uomo risponde dopo aver esitato o dopo aver posto domande: così la chiamata di Mosè, di Geremia e di altri. La Bibbia riconosce a colui che viene chiamato da Dio il diritto di esitare e di interrogare. Ma nella chiamata di Abramo nulla di tutto questo: Abramo non esita né pone domande. Semplicemente parte. 

Il seguito della storia mostrerà con ancora più forza quanto la fiducia di Abramo sia stata totale: La moglie è sterile (Gen 11, 30): come potrà avverarsi la promessa di una discendenza? La terra di Canaan è già abitata, come potrà diventare possesso di Abramo?Ma per chi ha fede anche l'impossibile può diventare possibile. Nella fede la categoria del possibile non è più rinchiusa nella limitatezza dell'uomo, ma si allarga alla misura della potenza di Dio.

Abramo credette al Signore

Quando la fede sembra vacillare, perfino in Abramo, quando gli anni passano, Sara è sterile e non ha figli e la promessa di Dio, per la quale Abramo ha tutto lasciato, sembra sempre più allontanarsi. Dio non ha fretta di mantenere la sua promessa. Suggestivo e commovente è il racconto del colloquio notturno fra Abramo e il Signore, che si legge nel libro della Genesi:

Dopo tali fatti, fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Rispose Abram: «Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l'erede della mia casa è Elièzer di Damasco». Soggiunse Abram: «Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede». Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia (Gen 15, 1-6).

Ma neppure di fronte al dubbio e all'amarezza di Abramo, Dio si affretta a mantenere la promessa. Semplicemente la rinnova:

Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». (Gen 15, 5)

Per vincere il dubbio e continuare a credere, Abramo deve uscire dal suo piccolo orizzonte («lo condusse fuori»), deve cambiare la direzione dello sguardo («guarda in cielo») e deve non dimenticare che la potenza di Dio è grande («conta le stelle, se riesci»).

Uscendo dalla propria misura e cambiando la direzione dello sguardo, Abramo può accorgersi che la potenza di Dio sa farsi strada anche nella più grande debolezza, e che ciò che è impossibile all'uomo è possibile a Dio.

E così Abramo «credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15, 6).

Tutta la figura di Abramo è racchiusa in queste poche parole. Credette, cioè si fidò ancora una volta. Una fiducia diversa da quella iniziale, quando probabilmente pensava che Dio avrebbe mantenuto la sua promessa diversamente. Man mano che Dio si rivela — così differente da come l'uomo lo pensa! — la fiducia dell'uomo è chiamata a purificarsi. Nel cammino verso Dio la fede non è mai uguale a se stessa.

Accreditare rinvia a un verbo ebraico che dice di più di una semplice approvazione. È un verbo adoperato dai sacerdoti per testificare che la vittima è senza difetti e, quindi, degna di essere sacrificata nel tempio. Fidandosi di Dio, Abramo ha compiuto il suo sacrificio perfetto.

Giustizia («glielo accreditò come giustizia») è parola che dice una relazione corretta fra due persone. Qui si tratta della relazione fra l'uomo e Dio. Fidarsi di Dio è la sola relazione corretta fra l'uomo e il Signore: la fede, non la legge, dirà molto più tardi san Paolo.

Abramo non si è mai pentito di essere partito. Tuttavia, anche la sua fede non è stata senza debolezze. Non soltanto perché anche Abramo ha conosciuto il dubbio e l'amarezza, ma soprattutto perché. ha cercato almeno due volte di risolvere il problema da solo. Sembrandogli che Dio rimanesse muto, ha tentato altre strade. Ha nominato Elièzer suo erede, e più tardi accoglierà l'invito di Sara ad avere un figlio dalla sua schiava (Gen 16, 15-16).

Ma neppure di fronte alle debolezze di Abramo Dio muta la sua promessa. La confermerà per bocca dei tre viandanti che Abramo ospita alle querce di Mamre. Il racconto (Gen 18, 1-17) passa continuamente dal plurale al singolare. Gli ospiti sono tre e sono uno. Sono tre viandanti sconosciuti, ma in realtà sono il Signore. Ed ecco la promessa inattesa, questa volta persino determinata nel tempo: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio» (Gen 18, 10). Sara, che sta origliando all'ingresso della tenda, scoppia a ridere: «Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia»? (Gen 18, 13). Il riso della donna manifesta il massimo dell'incredulità. Ma la promessa non cambia: «C'è forse qualcosa che è impossibile per il Signore?» (Gen 18, 14).

Dio mise alla prova Abramo

La pagina più impressionante della storia di Abramo è senza dubbio il racconto del sacrificio di Isacco, una pagina che per la sua bellezza letteraria e per la sua profondità umana e teologica merita un'attenzione particolare.

Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va' nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
Abramo si alzò di buon mattino, sellò l'asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l'olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». Abramo prese la legna dell'olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?». Abramo rispose: «Dio stesso si provvederà l'agnello per l'olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutti e due insieme.
Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l'altare, collocò la legna, legò suo figlio Isacco e lo depose sull'altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L'angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Abramo chiamò quel luogo «Il Signore vede»; perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore si fa vedere».
L'angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea. (Gen 22, 1-19)

Ci sono due annotazioni psicologiche che riguardano il mondo interiore di Abramo: l'amore per il figlio (v. 2) e il timore per il Signore (v. 12).

«Dopo queste cose». L’episodio della prova deve essere letto facendo mente locale su quella promessa che Dio ha ripetuto più volte, circa la sua discendenza. Solo così l'episodio della prova acquista tutta la sua sconvolgente drammaticità: fidandosi di Dio, Abramo ha lasciato il suo passato. Ora deve lasciare anche il figlio, il futuro.

«Dio mise alla prova Abramo». Siamo subito informati che l'intenzione di Dio è di mettere Abramo alla prova, non di fargli veramente sacrificare il figlio. Ma Abramo questo non lo sa. Allora la nostra attenzione si sposta sul suo comportamento: come reagirà Abramo?

In realtà non possiamo pensare che Dio abbia bisogno di mettere alla prova Abramo, forse dobbiamo pensare che tutto questo è perché Abramo possa fare davvero esperienza di chi è Dio. È Abramo che può mettere alla prova Dio.

«Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo». La narrazione lascia un vuoto di tre giorni, un tempo lungo, nel più totale silenzio.

«Abramo disse ai suoi servi: "[...] Io e il ragazzo andremo fin lassù, [..] e poi ritorneremo"». Qui Abramo parla, ma non può dire ai servi il suo dramma. Dice, «ritorneremo» è solo una frase per non far sapere? O è qualcosa di più? Certo, nasconde un tumulto di sentimenti, ma non senza una speranza nel fondo: «Ritorneremo». C'è ancora spazio per la fiducia, la strada non è completamente sbarrata. Quando si cammina con Dio nessuna strada è definitivamente chiusa.

«Padre mio, [...] ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?». È questo il centro di gravità del racconto. «Padre mio..., figlio mio»: la tenerezza è palpabile. La decisione di Abramo resisterà alla domanda del figlio che ingenuamente tormenta il suo amore paterno? Abramo supera anche questo momento della prova. Neppure la domanda del figlio riesce a far vacillare il suo «timore di Dio», la sua ferma volontà di obbedienza.

Come già nei confronti dei servi, anche nei confronti del figlio Abramo non può parlare: «Dio stesso provvederà l'agnello per l'olocausto, figlio mio!». Pare una risposta evasiva, è comunque una risposta aperta, che dice la verità, anche se Abramo ancora non lo sa. La fede è una fiducia nel Signore che non si spegne mai. L'obbedienza a Dio viene prima, sempre, anche nei casi in cui essa sembra chiudere ogni possibilità. Ma il vero credente continua a fidarsi, in silenzio: «Proseguirono tutti e due insieme».

Giunti nel luogo «che Dio gli aveva indicato», la sequenza dei gesti si fa di nuovo lenta, come all'inizio: Abramo costruì l'altare, collocò la legna, legò il figlio, lo depose sull'altare. Non manca neppure l'ultimo gesto: il coltello alzato. Ma all'ultimo istante tutto si conclude come era iniziato: la stessa voce che chiama Abramo, la stessa risposta di Abramo che prontamente si fa vedere: «eccomi». Ma ora la voce rovescia l'ordine dato all'inizio: «Non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio» (v. 12). Temere Dio significa porre il Signore al di sopra di tutto, persino del figlio, persino del dono che Dio stesso ti ha fatto!

«Allora Abramo alzò gli occhi e vide». Un ariete è lì, già pronto. Così il sacrificio si fa, i preparativi non sono stati inutili. La prova non si conclude con un semplice contrordine. Gli atti sono già posti e il sacrificio è compiuto, ma è un sacrificio diverso. Dio non vuole il sacrificio del figlio, ma la disponibilità ad offrirglielo.

È interessante l’uso del verbo vedere al v. 14: «Abramo chiamò quel luogo “Il Signore vede”; perciò oggi si dice: “Sul monte il Signore si fa vedere”». Il Signore vede (all'attivo), il Signore si è fatto vedere (al passivo). Il Signore vede l’obbedienza di Abramo. Ma è anche vero che Dio si è fatto vedere. Lo scopo della prova di Abramo non è soltanto «Dio vede», ma «Dio si è rivelato».

Cercando il significato di questo racconto, molto spesso lo si intravede nel fatto che Dio non vuole sacrifici di bambini, come avveniva invece in certi riti pagani. Certo è vero che Dio vuole la vita, non la morte. Tuttavia non è su questa l’idea che il racconto della prova di Abramo vuole focalizzare. Non è neppure del tutto corretto dire che Dio ha messo alla prova Abramo per saggiare la sua fede, per vedere fino a che punto giunge la sua fiducia. Se così fosse, sarebbe vero che «Dio vede», ma non si spiegherebbe come «Dio si è fatto vedere». La prova è il mistero di Dio che si rivela, non che si nasconde per vedere se l'uomo continua a cercarlo!

Forse, attraverso la prova Dio vuol far comprendere ad Abramo che la sua promessa è gratuita. Dio può sempre darla e riprenderla. Dio è presente, fedele, ma totalmente libero.

L’episodio del sacrificio di Isacco ci dice prima di tutto la fede e l’obbedienza di Abramo che non vacilla. Dio sembra smentire completamente le sue promesse. Abramo, certamente, vive la confusione, cioè lo stato angosciato di chi non comprende più se Dio è con lui, lo smarrimento di chi perde la capacità di dare un senso alla propria esistenza. Come detto precedentemente, Abramo non solo rinuncia al suo passato ma è disposto a rinunciare anche al suo futuro. Abramo è colui che supera la prova radicale, perché come dice di lui San Paolo nella sua lettera ai Romani: «Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rom 4,18). Quando la situazione che si vede pare solo una contraddizione, nell’incertezza più assoluta, Abramo «rimase saldo come se vedesse l’invisibile» (Eb 11,27).

Abramo ha lasciato la sua terra ed è partito senza sapere dove andare, e non si è mai pentito di averlo fatto. Ha creduto nella promessa del Signore, una fede difficile e ostinata, che non l'ha sottratto a paure e ad esitazioni, ma che mai è venuta meno.


La morte di Abramo
 

«L'intera durata della vita di Abramo fu di centosettantacinque anni. Poi Abramo spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni, e si riunì ai suoi antenati. Lo seppellirono i suoi figli, Isacco e Ismaele, nella caverna di Macpela, nel campo di Efron, figlio di Socar, l'Ittita, di fronte a Mamre. È appunto il campo che Abramo aveva comprato dagli Ittiti: ivi furono sepolti Abramo e sua moglie Sara. Dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roì» (Gen 27,7-11).

Può sorprendere il fatto che Abramo sia morto sereno, ma senza vedere la promessa compiuta. Infatti alla morte non ha ancora una terra e non ha una numerosa discendenza. Tuttavia è fiducioso che Dio proseguirà la sua opera. Ad Abramo è toccato essere l'uomo dell'inizio, non del compimento.

Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
Per fede anche Sara, sebbene fuori dell'età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.

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