La fede nel tempo dell'incertezza - Catechesi Quaresima 2021

Isaia

Chi crede non vacillerà

La vocazione del profeta

Il profeta Isaia nacque a Gerusalemme da famiglia aristocratica, secondo una tradizione rabbinica, nipote di re Amasia per parte di padre. Svolse la sua missione nel regno di Giuda al tempo di Acaz e di Ezechia (750-700 a.C.). Convenzionalmente, la sua vocazione viene datata attorno al 740 a.C.. Avendo presente che il racconto di ogni vocazione, non solo segna profondamente chi la riceve, ma contiene, in sintesi, le linee maestre non solo della missione ma anche la concezione di Dio, rileggiamo una sintesi di quello che troviamo al capitolo 6:

Nell'anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali [ ... ]. Proclamavano l'uno all'altro, dicendo:«Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria» [ ... ]. Io dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito [ ... ]». Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall'altare. Egli mi toccò la bocca e disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato». Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!». Egli disse: «Va' e riferisci a questo popolo: «Ascoltate pure, ma non comprenderete, osservate pure, ma non conoscerete». Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendilo duro d'orecchio e acceca i suoi occhi, [ ... ]. Io dissi: «Fino a quando, Signore?». Egli rispose: «Fino a quando le città non siano devastate, senza abitanti [ ... ], come una quercia e come un terebinto, di cui alla caduta resta il ceppo: seme santo il suo ceppo. (Is 6, 1-13)

Concezione teologica di Isaia:

  • Dio viene sperimentato in forma possente, e tuttavia rimane indescrivibile nella sua trascendenza. Isaia è abbagliato dalla santità e dalla maestà regale di Dio.
    Nell’esperienza isaiana, tre sono le nozioni fondamentali che definiscono Dio: la sua santità, la sua gloria e la sua regalità.
    Anzitutto JHWH è un Dio santo, anzi santissimo, santo al massimo grado (il trisaghios: tre volte santo!). Santo significa separato trascendente, infinitamente più alto e più grande di noi. Tuttavia questo Dio trascendente non è un Dio senza rilevanza per noi, nella nostra esperienza storica: è anche un Dio glorioso! Gloria, kavod, nel linguaggio profano è il peso sociale, l’influenza, l’importanza di qualcuno. La gloria di Dio è dunque la sua potenza, la sua influenza, la sua signoria sulla terra e sulla storia umana: «Tutta la terra è piena della sua gloria» (6,3). In sostanza Dio è lontano ma anche vicino.
    Questo vale anche ora. Perfino nella sua manifestazione piena e definitiva in Gesù Cristo, quando Giovanni griderà: «noi abbiamo visto la sua gloria!» (Gv. 1,14), riamane questo velo che può essere strappato solamente dalla fede. Anche nella trasfigurazione i discepoli restano avvolti dalla nube oscura della fede.
    Isaia ci dice poi che tipo di gloria è quella di Dio, che tipo di presenza e potenza eserciti sopra la terra: è la gloria del Re dell’universo. Isaia è il primo a dare a JHWH questo attributo: il Melek, il Re.

  • Il primo effetto della visione sul profeta è quello di ammutolirlo, di ridurlo al silenzio (v. 5, «io sono perduto»; oppure: «io resto ammutolito»). Osserviamo che la visione di Isaia avviene nel tempio durante l’offerta vespertina dell’incenso (il fumo che riempie il tempio è quello dell’incenso bruciato nel braciere), un’ora particolarmente favorevole alla rivelazione di Dio (cfr. Dn 9, 21; Lc 1,8-22, anche Zaccaria rimane ammutolito). Di fronte a Dio, siamo costretti anzitutto a fare silenzio, l’incontro con lui ci riduce al silenzio. Il silenzio è la prima condizione perché possiamo fare esperienza della sua parola, porci in ascolto.
    Di fronte alla grandezza di Dio Isaia ha la rivelazione improvvisa della propria indegnità e del proprio peccato: un peccato incrostato, ostinato, per cui non basta che Dio lo dimentichi e lo perdoni: deve purificarlo e bruciarlo. Dio deve trasformare l'uomo, per farne un profeta (vv. 4-9).
    Anche Isaia appare come un uomo peccatore, interamente solidale con il peccato del suo popolo. Non è l’unico giusto in mezzo a dei peccatori. Semplicemente è uno che si lascia purificare dal fuoco della Parola di Dio, anche se questa esperienza è un esperienza bruciante, che gli fa temere per la vita.

Aspetti della missione

  • Il profeta è chiamato gratuitamente, nonostante la propria indegnità. Solo dopo essere stato purificato da Dio, l'uomo è pronto per assolvere il compito che gli viene assegnato.

  • Il profeta non riceve un categorico mandato da parte di Dio (per quanto possa apparire sorprendente).

  • In qualche modo l'iniziativa resta all'uomo, Dio pone soltanto una domanda: «Chi manderò e chi andrà per noi?» (v. 8). Isaia risponde senza riserva e senza esitazioni: «Eccomi, manda me!». L'obbedienza è totale, ma è anche libera.

La missione e la prospettiva dell’intero libro è un energico invito alla conversione. Appaiono nella vocazione di Isaia – e nell’intero libro - parole di castigo e di minaccia. Tuttavia non si intende mai togliere la speranza. Dio vuole creare la condizione perché la speranza sia autentica. Solo la conversione può far ritrovare la via del futuro.

La parola di Dio opera una crisi, appare come giudizio e condanna, ma è sempre nel medesimo tempo offerta di salvezza. Perciò la missione del profeta è sempre di annunciare una parola impopolare, una parola che suscita contrasti, divisioni e turbamenti. In realtà non è la parola di Dio che indurisce il cuore degli uomini. Non è mai Dio che acceca, è l'uomo che chiude gli occhi. Le parole dette da Dio esprimono piuttosto la constatazione di un fatto: il cuore del popolo si è indurito, è divenuto sempre più cieco. Dunque, il castigo. Ma non senza uno spiraglio di speranza: della quercia abbattuta resta il ceppo un «seme santo» (v. 13).

La nozione di «resto»

«Ho allevato e fatto crescere figli,
ma essi si sono ribellati contro di me» (1, 2).

Le prime parole di Dio sono piene di amarezza. All’inizio del libro vengono elencati una serie di peccati: formalismo nel culto a scapito della giustizia (1, 10 ss.); soprusi nei confronti dei poveri (1, 17.23); violenza (1, 21); frodi e corruzioni degli uomini di governo (1, 23). Ma la radice di tutti i peccati è una sola: la ribellione contro Dio.

Ci sono alcuni verbi che esprimono il tradimento nei confronti di Dio: non conoscere, non comprendere, abbandonare, disprezzare, tornare indietro.

Il popolo non si fida di Dio e della sua proposta – questa è la radice di tutti i peccati – e va in cerca di altre sicurezze.

Dio appare costretto a punire un popolo che si regge sull'ingiustizia. Ma nella Bibbia il castigo di Dio non è mai una distruzione totale e non è mai una vendetta: è piuttosto una dolorosa e necessaria potatura in vista di una ripresa.

Isaia ha davanti agli occhi la distruzione subita durante l’invasione degli Assiri capeggiati dal re Sennacherib, constata come non tutto è andato perduto: Gerusalemme è rimasta (sia pure come una povera capanna in una vigna, come una tenda in un campo di cetrioli, cfr. 1, 8), e un «resto» è scampato alla strage.

L'immagine del «resto» è una delle nozioni fondamentali, non solo della teologia di Isaia, ma di tutta la Parola di Dio e della sua visione della storia. Il «resto» esprime certo severità del giudizio, ma poi si apre subito in una visione di speranza: con questo «resto» Dio ricomincia da capo e così il suo disegno di salvezza prosegue. Dio non distrugge, ma purifica e seleziona.

Vero e falso culto

Come già Amos (5, 21-27) e Osea (2, 13), anche Isaia (1, 10-20) denuncia le pratiche cultuali dei suoi contemporanei, vuote di autentico spirito religioso e di tensione verso la giustizia. Anche un'abbondanza di pratiche cultuali può essere segno di incredulità, cioè di una falsa concezione di Dio. Al tempo di Isaia si erano introdotte forme cultuali che riecheggiavano i culti pagani. Si finiva col considerare il Signore come un dio pagano, illudendosi di comprarlo e rabbonirlo, renderselo favorevole, piegarlo ai propri progetti.

Ma Dio non può essere trattato come una divinità: è un Dio di amore, da amare. Vuole l'amore e la giustizia, non semplicemente pratiche cultuali. Dio non si accontenta di doni, perché non è un Dio interessato a se stesso. Vuole che la sua presenza sia riconosciuta nella vita.

Certamente Isaia non è il difensore di una religione spirituale, interiore, senza culto. Più semplicemente critica il fatto che il culto sia diventato un atto magico, che distrae dalla conversione e dalla giustizia. Non nega il culto, bensì non tollera di vederlo profanato.

Il canto della vigna

Al capitolo 5, troviamo l’allegoria della vigna:

Voglio cantare per il mio diletto
il mio cantico d'amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna
sopra un fertile colle.
Egli l'aveva dissodata e sgombrata dai sassi
e vi aveva piantato viti pregiate;
in mezzo vi aveva costruito una torre
e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva;
essa produsse, invece, acini acerbi.
E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda,
siate voi giudici fra me e la mia vigna.
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna
che io non abbia fatto?
Perché, mentre attendevo che producesse uva,
essa ha prodotto acini acerbi?
Ora voglio farvi conoscere
ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo;
demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata.
La renderò un deserto,
non sarà potata né vangata
e vi cresceranno rovi e pruni;
alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti
è la casa d'Israele;
gli abitanti di Giuda
sono la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia
ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine
ed ecco grida di oppressi.
(Is 5, 1-7)

L'immagine della vigna, che rappresenta Israele, era già stata utilizzata da Osea (10, 1), dopo verrà ripresa da Geremia (2, 21; 12, 10), da Ezechiele (19, 10-14) e dal Sal 80 (vv. 9-20). La utilizzerà anche Gesù (Gv 15, 1-8). Il canto di Isaia è un'allegoria per descrivere - in profondità - la monotona storia del suo popolo.

Viste in superficie le vicende di Israele sembrano diverse, ma in profondità ripetono costantemente lo stesso motivo: da una parte l'amore di Dio, dall'altra il tradimento del popolo; da una parte la cura di Dio (una cura assidua, amorevole e paziente), dall'altra un'ostinata sterilità. È una storia - assicura Isaia - che non può continuare all'infinito. La pazienza di Dio ha un limite e c'è un giudizio (v. 3). Dio si aspetta uva pregiata, e invece riceve uva scadente (v. 2). Fuori metafora: si aspetta giustizia ed ecco oppressione, si aspetta rettitudine ed ecco disonestà (v. 7). A questo punto non resta che il castigo: la vigna cadrà in rovina, non sarà più coltivata e vi cresceranno rovi e pruni. Ma la minaccia di Dio non è per sempre.

Il Sal 80 che riprende l'immagine di Isaia, termina con una preghiera:

«Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna…
facci rivivere... e noi saremo salvi».

Le parole di Gesù: «Io sono la vera vite» (Gv 15, 1) sono una risposta alla preghiera del salmista e sono la conclusione della storia che Isaia ha iniziato a raccontare: la conclusione non è l'abbandono, ma una salvezza oltre ogni speranza: nell'Antico Testamento Dio aveva una vigna, nel Nuovo Testamento Dio stesso è la vite.

Il libro dell'Emmanuele: la fede e la storia

La sezione del libro di Isaia comprendente i capitoli 7-12 è generalmente chiamata «libro dell'Emmanuele».

In questa catechesi vogliamo mettere in risalto tre temi (che sono il cuore del messaggio di Isaia): la concezione della fede, la concezione della storia e l'attesa messianica.

La fede

Due avvenimenti dominano il tempo di Isaia: la guerra assiro-eframita durante il regno di Acab e l'invasione di Sennacherib sotto il regno di Ezechia. Di fronte al pericolo dell'invasione, il governo cerca la salvezza in una politica di alleanza con i popoli vicini più forti. Per il profeta invece esiste una sola sicurezza: la fede. Egli riceve l'incarico di andare incontro al re e di comunicargli a nome di Dio:

Fa' attenzione e sta' tranquillo, non temere e il tuo cuore non si abbatta per quei due avanzi di tizzoni fumanti. se non crederete, non resterete saldi. (cfr. Is 7, 2-9)

Altrove Isaia sarà ancora più preciso nel proclamare l'assoluta esigenza della fede:

Pertanto così dice il Signore Dio:
«Ecco, io pongo una pietra in Sion,
una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata:
chi crede non si turberà».
(Is 28, 16)

Ecco, dunque, il nucleo del messaggio di Isaia: se non avrete fede, non potrete sussistere. Chi crede nella roccia (cioè in Dio) non vacillerà. Potremmo anche tradurre così: chi si appoggia a Dio (anche questo è il significato del verbo credere) non vacillerà. «Aver fede» significa attendere la salvezza solo ed esclusivamente da Dio (aspetto positivo) e rinunciare ad ogni appoggio che non sia Dio (aspetto negativo).

La fede è un atteggiamento radicale, senza compromessi.

Alla fede si oppone l'incredulità che si manifesta anche come una sfiducia in Dio (la convinzione che Dio ci mortifichi e ci rubi spazio) e una volontà di indipendenza . È questa la radice dell'incredulità: la paura che Dio tolga spazio all'uomo, che il suo amore schiacci l'uomo, che la sua legge sia ingombrante: oggi diremmo «alienante». In realtà, è proprio il contrario: è nell'amore di Dio che Israele trova la propria consistenza.

La storia

Nella sua visione della storia (Isaia potrebbe essere definito il teologo della storia) tre sono i punti cardine:

  1. La signoria di Dio.
    Dio è il vero e unico Signore della storia, non soltanto della storia di Israele, ma della storia di tutti i popoli. Tutti gli avvenimenti sono nelle sue mani e tutti vengono piegati alla realizzazione dei suoi disegni. È un Dio «geloso» e non sopporta l'arroganza di chi vuole sostituirsi a lui.

  2. Il principio della fede e dell'incredulità.
    La fede e l'incredulità sono i fattori positivo e negativo della storia: la fede come forza vittoriosa di felicità e vita, da una parte, e l'incredulità come principio di distruzione e rovina, dall'altra. Si hanno soltanto due alternative: o credere unicamente in Dio ed è la salvezza, o fidarsi delle proprie forze ed è la rovina. È in base alla fede o all'incredulità che Dio diviene la roccia che sostiene o la pietra d'inciampo (8, 14).

  3. La nozione di «resto».
    La visione della storia di Isaia non la si comprende senza introdurre la nozione di «resto» (10, 20-23). La storia di Dio prosegue attraverso il piccolo gruppo di quanti sono rimasti fedeli, i quali accettano la purificazione che viene da Dio e accettano il compito di mantenere viva la speranza del popolo.

L'attesa messianica

Israele è un popolo costantemente proteso in avanti. È la sua originalità. È un atteggiamento legato all'esperienza fondamentale di Israele, cioè al suo incontro con un Dio che interviene nella storia, si inserisce nelle vicende, libera e salva. La speranza messianica nasce dalla convinzione che Dio è fedele e che la sua azione è continua: Dio non può smentirsi. Vorrei ricordare qui le ultime parole di Santa Chiara: «Va’ sicura [anima mia benedetta] perché hai buona scorta, nel viaggio. Va’, perché Colui che t’ha creata, ti ha santificata e sempre guardandoti come una madre suo figlio, ti ha amata con tenero amore. E tu, Signore sii benedetto, che mi hai creata» (FF 3252).


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