Lectio Santissima Trinità (Anno B)

Nel nome del Padre
e del Figlio
e dello Spirito santo

Santissima Trinità (anno B)

La solennità della Santissima Trinità, che ricorre la prima domenica dopo Pentecoste, potrebbe essere considerata “in più”. Di fatto, ogni giorno celebriamo la Trinità, con il segno di croce, con il Gloria, con la nostra vita stessa. Perché, se le solennità della Chiesa celebrano eventi della nostra salvezza, la Trinità è l’origine stessa della nostra salvezza.

La Trinità ci dice che Dio, non è un dio astratto, solitario: è il Dio comunità di amore, Padre, Figlio e Spirito Santo. E anche se nell’antico testamento, non troviamo una definizione precisa della Trinità, ugualmente Israele non ha mai pensato a un Dio solitario. Fin dall’origine dei tempi lo ha sempre percepito come un Dio in dialogo.

È a partire dalla persona di Gesù risorto che il nuovo testamento ha intuito il mistero della vita intima di Dio. La Chiesa ha compreso che la vita e l'opera di Gesù sono, in definitiva, l'opera e la vita del Padre nello Spirito. Questo è realmente straordinario se si pensa che fino a Gesù il vertice teologico della Torah era rappresentato dal libro del Deuteronomio: «Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze» (Dt 6,4-5). Queste parole diventeranno l’inizio della preghiera giudaica detta «Shemà» (Ascolta)

Le letture della messa, ci aiutano a comprendere che noi tutti viviamo nel «nome» del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, siamo immersi/battezzati nella loro unità e Trinità.

Nella prima lettura (Dt 4,32-34.39-40) ascoltiamo il primo discorso di Mosè nelle steppe di Moab, mentre prepara il popolo all’ingresso nella terra promessa (Dt 1,1-4,43), ci viene detto che la relazione fra Dio e il suo popolo è speciale, noi siamo chiamati ad entrarvi in maniera generativa, libera e interpretante, per una alleanza responsabile e creativa.

La seconda lettura (Rm 8,14-17) ci aiuta a cogliere la relazione familiare tra noi e il Dio biblico in Cristo, per mezzo dello Spirito. «Avete ricevuto uno spirito di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà Padre”. Lo spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio». La parola. “Abbà”, di origine aramaica era usata dal bambino solo in casa per dire “papà mio” e ciò vuol farci capire che Dio Padre rivelato da Gesù ha un amore tenero e benigno verso ogni uomo. È lo Spirito che ci annuncia la filiazione adottiva, ma ci dà anche un animo capace di sentire e invocare Dio come Padre; ed esercita continuamente il suo influsso su di noi perché tutta la vita sia espressione di questa parola, “Abbà”, che cominciamo a pronunciare nel giorno del battesimo. Ma noi non siamo figli  solo quando è facile avere il “sentimento” della fiducia. Si tratta in realtà della certezza della fede, la quale “sa” che Dio è nostro Padre e ci ama come figli anche quando questo risultasse difficile da sperimentare in maniera sensibile. Non si dimentichi che l’unico caso in cui nel vangelo ricorre la parola “Abbà” è quello di Mc 14,36, nel contesto del Getsemani, dove all’uomo Gesù non è certo facile pronunciarla, ma dove Gesù mostra nel modo più evidente la relazione filiale. Tale relazione filiale è donata anche a noi: «Voi siete figli di Dio: egli ha mandato nei vostri cuori lo Spirito del Figlio suo, che grida «Abba, Padre» (Antifona alla Comunione Gal 4,6).

Nel Vangelo abbiamo due eventi: l’incontro degli Undici con il Risorto e il loro invio a tutte le genti.

Il vangelo è la conclusione del Vangelo di Matteo, è il medesimo che si legge nella festa dell’Ascensione nell’anno A. Il motivo di questa pericope è la formula trinitaria collegata al battesimo (19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo). Possiamo fare una divisione in due parti:

  • vv. 16-17, l’obbedienza dei discepoli al comando (letteralmente ordine tássō) di Gesù comunicato loro attraverso le donne;
  • vv. 18-20, Il mandato trinitario affidato da Gesù ai discepoli.

 

16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

«Gli undici discepoli»: Il gruppo dei Dodici che ha sempre accompagnato Gesù è stato spezzato dalla defezione e dal suicidio di Giuda. Matteo non dice nulla della cooptazione di Mattia (cfr. At 1,15s.). È quindi una comunità ferita dal tradimento di Giuda ma anche dal rinnegamento di Pietro («Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo!», 26,74) e dalla diserzione di tutti («Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono», 26,56b). 

Sono chiamati discepoli, non apostoli. È tipico di Matteo, chiamare discepoli e non apostoli. Il discepolo è uno che deve imparare.

«se ne andarono in Galilea». Ancora prima del Getsemani, subito dopo l’ultima cena, Gesù aveva dato appuntamento in Galilea («dopo che sarò risorto vi precederò in Galilea», cfr.  26, 31-32). Poi nel brano del sepolcro vuoto, l’angelo invia le donne a comunicare ai discepoli l’appuntamento in Galilea («Presto, andate a dire ai suoi discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete». Ecco, io ve l'ho detto», 28,7). La Galilea non è solo un luogo geografico ma è un luogo significativo, simbolico. Rappresenta il luogo della vita quotidiana dove i primi discepoli sono stati chiamati, L'incontro con Risorto avviene nella quotidianità della vita non in esperienze particolari.

«sul monte». Il monte, nella Bibbia, è il luogo della rivelazione divina. Per Matteo, il monte è anche il luogo dove Gesù insegna (monte delle beatitudini, cfr. 5,1-2), prega (cfr. 14, 23), guarisce i malati (15, 29-39) e manifesta la sua gloria ai discepoli (17, 1-8); ora, di nuovo sul monte, risuona la sua Parola di Signore glorioso e scopre ai discepoli l’orizzonte della missione universale.

 

17 Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

La reazione dei discepoli non è univoca: lo adorano (come avevano fatto le donne, 28, 9) e al tempo stesso dubitano. Può stupire questo vedere e dubitare, ci dice che la fede non è un'evidenza, ma un affidarsi a Dio.

il verbo dubitare (distázō) è il medesimo che usa Gesù rivolgendosi a Pietro mentre affonda nelle acque del lago. Afferrandolo per mano gli dice: «Uomo di poca fede (oligópistos), perché hai dubitato?» (14,21). Oligópistos è una fede olígos, un aggettivo che indica l’intensità: poca, ma anche il tempo: breve, di breve durata. A fronte di questa fede “vacillante”, quello che sostiene i discepoli è l’obbedienza alla parola del Signore. In realtà il tema del dubbio è affrontato soprattutto negli altri vangeli, Matteo ha solo questo riferimento. Inoltre questa incredulità non pare uguale a quella che accompagna tradizionalmente le apparizioni del Risorto, dove vi è anche la fase successiva del riconoscimento. Qui l’incredulità sembra segnalare la fatica della chiesa di Matteo in una fase di ricerca.

Ricordiamo il dubbio presente anche in molti profeti.

 

Seconda parte, i vv. 18-20 (Il mandato trinitario affidato da Gesù ai discepoli)

v. 18 - «Gesù si avvicinò»: Mentre nel corso del Vangelo generalmente sono gli altri che si avvicinano a Gesù, qui è Gesù che si avvicina (prosérchomai) agli undici discepoli. Il suo movimento fisico ha qualcosa che lo collega all’evento della trasfigurazione (17,7).
In Gesù, Dio si rende presente e si affianca all’uomo afflitto dall’ignoranza, dalla malattia, dalla sofferenza, dal peccato.

Gesù pronuncia tre proposizioni articolate tra loro che formano il contenuto della rivelazione del Risorto:

  1. «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra»;
  2. «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato»;
  3. «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

La prima è un autoproclamazione: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra».
Gesù dichiara solennemente che Dio gli ha dato un potere illimitato e universale. Il verbo greco «mi è stato dato» (edothē), è un cosiddetto passivo divino ed è impiegato per evitare di nominare direttamente Dio. Questo potere è una sovranità universale perché si estende «in cielo e in terra», includendo così l’unità del creato.
La formula richiama Dan 7,13-14: «13 Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d'uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. 14 Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto».

 La seconda è un comando esplicito: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato».

Nel comando finale di Gesù il termine tanto caro a Matteo mathetes («discepolo») assume la forma di un verbo («fate discepoli», come a dire «discepolizzate»).

Per comprendere la missione dei discepoli occorre guardare lo schema:

  1. predicare ed insegnare;
  2. santificare nel Nome, con il battesimo;
  3. ancora insegnare;
  4. custodire tutti i comandamenti ricevuti dal Signore.

Si tratta di andare presso tutti i popoli (l’espressione indica tanto i pagani quanto i giudei), facendo in modo che tutti gli uomini diventino discepoli di Cristo.
Gesù condivide con i suoi discepoli il potere ricevuto dal Padre, invitandoli a trasformare tutti gli uomini e tutte le donne in suoi discepoli. La chiesa di Cristo è chiamata ad una maternità universale e permanente. Per la prima volta il verbo «fare discepoli» è impiegato in senso attivo.
Il cammino del discepolato consiste essenzialmente in due azioni: battezzare e insegnare alle genti.

Il battesimo «nel Nome» del Dio trino era una forma di battesimo in uso nelle comunità matteane, insieme a quella di At 2,38 «nel nome del Signore Gesù». La formula battesimale «battezzare nel nome di qualcuno» sembra essere la più antica delle formule usate e vuol dire entrare in relazione con lui. In questo caso in relazione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

«insegnando loro»: Il Signore completa la prescrizione ai discepoli, che ricevono il mandato di continuare quello che nel vangelo è stato uno dei compiti fondamentali del Gesù terreno: insegnare (didáskô) ai battezzati in modo permanente a “custodire” i suoi precetti; “custodire” è un ebraismo, che significa praticare nell’esistenza redenta. Il contenuto del loro insegnamento («tutto ciò che vi ho comandato») e quello che ci si aspetta da loro («ad osservare») mostrano l’autorevolezza dell’insegnamento di Gesù.

 La terza è una parola di promessa introdotta dalla formula solenne «Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
«Ed ecco», comporta da parte degli ascoltatori la massima attenzione: Gesù assicura la sua presenza tra i discepoli. È la promessa dell’Emmanuele, «Dio con noi» che è Gesù, come l’angelo aveva annunciato a Giuseppe (Mt 1,23). Anche l’autorivelazione di Gesù mentre camminava sulle acque: «Sono io!» (14,23) e la sua promessa di essere presente dove due o tre sono radunati nel suo nome (18,20). Io sono con voi è anche una formula di alleanza. Sempre, quando si parla dell’alleanza nell’AT, si dice che il Signore l’ha contratta o sancita sul Sinai con noi (immanu: cf. Dt 5,2-3).
Adesso lo sarà in eterno, sino alla fine del mondo.
Nell’Evangelo di Matteo il Gesù risorto svolge la funzione che in altri testi del Nuovo Testamento è attribuita allo Spirito Santo.

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