Lectio XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Vi ha gettato
tutto quello che aveva

XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Il brano evangelico è diviso in due sezioni. La prima è costituita dai vv. 38-40 che contengono l'ultimo insegnamento impartito da Gesù nel capitolo 12 di Marco. La seconda, introdotta da un cambiamento di luogo, occupa i vv. 41-44 con la vedova additata ad esempio di vera pietà.

Gesù mette in contrapposizione i gesti ostentati di scribi ambiziosi e avidi di ricchezze all'atteggiamento umile e pieno di fede di una vedova povera. È significativo che Marco collochi proprio qui la critica rivolta alla corsa ai privilegi e agli onori, a cui fa eco l'elogio della generosità di una donna del popolo: Gesù infatti sta per entrare nel santuario del cielo, dopo aver offerto tutto se stesso e dopo aver conosciuto la più profonda umiliazione.

Col suo obolo, la vedova offriva a Dio tutto quello che aveva per vivere. Nell'eucaristia, Gesù ci dona realmente se stesso con tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere. Da che parte vogliamo stare? Con gli scribi che si preoccupano di fare bella figura rinunciando soltanto a una piccola parte del superfluo, o con la vedova povera che dona tutto quello che ha per vivere?

Esaminiamo il brano.

v. 37b

«E la folla numerosa lo ascoltava volentieri». Iniziamo con la seconda parte del versetto precedente. In effetti i commentatori non concordano sul dire se questa nota sia la conclusione di ciò che precede o l’introduzione di della pericope che stiamo leggendo. Ad ogni modo, mi sembra una buona introduzione al nostro ascolto. Infatti, Marco dice che la folla ascoltava volentieri Gesù, ma quel volentieri è esattamente come si dice di Erode che ascoltava volentieri Giovanni. Eppure questo non ha impedito il tetrearca di decapitare in seguito il Battista, durante una festa… Per Marco non ci si può fidare della folla che è come un buon conduttore, influenzabile a volte dagli uni, a volte dagli altri (cfr. con Bartimeo, 10,46-52).

vv. 38-40 

38Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

«Diceva loro»: Gesù mette in guardia da due atteggiamenti biasimevoli degli scribi: la vanità e l'ipocrisia.

 «mentre insegnava»: non sono parole in libertà, ma vero e proprio insegnamento.

«Guardatevi»: l'imperativo presente dice che non si tratta di cosa nuova: il buon senso religioso già metteva in sospetto i pii israeliti e Gesù conferma quanto il loro istinto aveva intuito: «Continuate a guardarvi» oppure «Fate bene a diffidare di…» ecc.

«scribi»: gli scribi non hanno in Marco un ruolo particolarmente importante; tuttavia sono presentati come un gruppo organizzato, quasi sempre presente nelle discussioni con Gesù e a lui ostili fin dal principio (Cfr. 3,22-30). Gli scribi assieme ai capi dei sacerdoti saranno il gruppo che in 14,1 ordirà il complotto per sbarazzarsi di Gesù.

Ai tempi del NT gli scribi non solo esercitavano il lavoro di leggere e redigere contratti ed altri documenti amministrativi, ma erano anche esperti di diritto e pertanto idonei a prendere parte attiva nella società giudaica. Dato che per il popolo ebraico la legge fondamentale era la Torah, gli scribi svolgevano il doppio ruolo di avvocati e di teologi.

Per Marco gli scribi non sono interpreti della Scrittura, ma veri e propri teologi e dalle loro labbra, se si eccettua il caso di Domenica scorsa, non esce mai una citazione biblica. Gli argomenti che essi propongono a Gesù provengono dalla loro problematica etica (7,5), dalle loro ipotesi messianiche (9,11 e 12,35) o dal loro concetto dell'onore di Dio (2,6-7; 3,22; 14,64).

Lo scriba ideale è descritto molto bene da Ben Sira (che sembra abbia gestito una scuola per aspiranti scribi) in Sir 38,24-39,11. Oltre all'arte fondamentale del leggere e dello scrivere, i futuri scribi dovevano studiare «la legge dell'Altissimo» e la sapienza degli antichi, viaggiare per allargare le loro esperienze, pregare regolarmente e chiedere a Dio la sapienza e attraverso tutte queste cose guadagnarsi l'immortalità che viene dall'avere un buon «nome». 

L'ideale positivo dello scriba di Ben Sira trova conferma nel NT in ciò che spesso viene chiamato l'autoritratto di Matteo: «...ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).

«in lunghe vesti»: il testo parla di «stole», che erano appunto vesti lunghe, che scendevano fino a terra. Ma poiché questo era il costume comune è probabile che si alluda piuttosto alla qualità preziosa di tali vesti o più concretamente a quelli scialli, detti tallit, che i rabbini usavano e usano ancora indossare sopra le veste ordinaria, ornandoli con lunghi filamenti. Seguono poi altre occasioni che venivano sfruttate dagli scribi per mettersi in mostra.

«divoravano le case delle vedove»: così ha letteralmente e con molta efficacia espressiva il testo greco. Si riferisce all'uso di molti scribi che, con la scusa di assistere le vedove bisognose di consiglio e di conforto, sfruttavano la loro posizione di esperti della legge per farsi pagare profumatamente le loro prestazioni, approfittando anche della loro ospitalità. I legali con una reputazione di importanza e di religiosità potevano più facilmente procurarsi la nomina a tutori dei beni delle vedove e così appropriarsi di una parte di quei beni.

«casa»: indica l'edificio con tutto quello che contiene, in roba e denaro: insomma l'intera proprietà. L'accenno alle vedove prepara il campo per il contrasto che segue in 12,41-44. 

«pregano a lungo per farsi vedere»: Per accrescere il loro prestigio arrivano a simulare anche una vita di preghiera ininterrotta; preghiere inutili, manca infatti la conversione del cuore. Per questo saranno giudicati più severamente! Ricordiamo qui la critica mossa contro l'ipocrisia nella preghiera in Mt 6,5-6 e l'insegnamento sul valore delle preghiere brevi in Mt 6,7-15 (in particolare 6,7-8). 

«riceveranno una condanna più severa»: Dato che pregano principalmente per apparire al pubblico pii e devoti, la loro ricompensa consiste solo nell'essere notati dagli altri (cfr. Mt 6,5). E perché la loro preghiera non è sincera (poiché in realtà è mirata agli uomini anziché a Dio) Dio li giudicherà più severamente.

 

v. 41

 41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 

 

«sedutosi»: Gesù prende l'atteggiamento solenne del Maestro.

 Gesù insegna facendo parlare i fatti, cioè con una azione simbolica, alla maniera dei profeti, simile al modo in cui per far capire chi e come è il più grande nel regno dei cieli prese un bambino e lo mise in mezzo (Cfr. Mt 18,1-5).

 «davanti al tesoro»: il termine greco è gazofilacio. Nel mondo antico i templi, compreso il Tempio di Gerusalemme (vedi 2Mac 3), svolgevano anche la funzione di banca o di tesoro, e venivano spesso presi di mira da rapinatori o conquistatori in cerca di denaro e oggetti preziosi. In Mc 12,41-44 si suppone tuttavia che questo «tesoro» servisse alla raccolta delle offerte fatte dal popolo per la manutenzione del Tempio di Gerusalemme. Tra gli studiosi è aperta la discussione se il termine greco gazophylakion indichi il «tesoro» in senso generico o più concretamente una cassetta o un cofano per l'elemosina.

«gettava»: Nel tempio erodiano vi era una sala o corridoio che Marco chiama con il termine greco «gazofilacio» dove sono collocate le 13 trombe o cassette a forma di imbuto per ricevere le offerte suddivise secondo le intenzioni degli offerenti. I frequentatori del tempio non gettavano il denaro personalmente, come noi oggi nelle cassette dell'elemosina, ma lo consegnavano al sacerdote incaricato, il quale poi lo metteva in questo o quel salvadanaio secondo l'indicazione dei singoli offerenti. Ciò spiega come Gesù fu in grado di osservare l'offerta della povera vedova. Stando alle circostanze, essa dovette portare il suo modesto obolo “come offerta libera” senza particolare destinazione, ed in tali casi era previsto il salvadanaio n° 13. Con il denaro così raccolto venivano offerti degli olocausti, per cui la donna intendeva compiere un semplice atto di culto a Dio. Le offerte per i poveri venivano raccolte altrove oppure infilate in un recipiente a parte. Il luogo delle offerte dove erano collocate le trombe, shopharót, era chiamato korbana, che significa come già sappiamo «offerta».

 

v. 42 

42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 

 

«venuta una vedova povera»: Nell'antico Israele, la donna alla quale era morto il marito non aveva nessun diritto all'eredità. Mentre era possibile combinare un matrimonio di levirato (cfr. Dt 25,5-10; Mc 12,18-27) e per la figlia di un sacerdote era possibile tornare alla casa di suo padre (cfr. Lv 22,13), per la maggior parte delle vedove non c'era altra soluzione che fare affidamento sui loro figli (se ne avevano) o sulla carità altrui. È per questo motivo che molti testi dell'AT (es.: Dt 14,29; Ger 49,11; Sal 68,6; 146,9) presentano Dio come il supremo difensore delle vedove (e degli orfani). I profeti dell'AT denunciano sovente lo sfruttamento delle vedove (es.: Is 1,17.23; Ger 7,6; Ez 22,7; Zc 7,10). Intorno al Signore appaiono diverse figure esemplari di vedove. Anna la profetessa quando è ancora Bambino (Lc 2,36-38). La vedova di Pietro che guarisce dalla febbre maligna (Mc 1,29-31). La vedova di Naim alla quale, preso dalle divine viscere di misericordia, resuscita il figlio unico (Lc 7,12). Gesù rinvia alla provvidenza che Elia nella carestia che imperversava portò alla vedova di Sarèpta di Sidone, e almeno per il momento non a quelle d’Israele (Lc 4,25-26). Presenta l’esempio di preghiera assidua ed efficace quella della vedova che importuna il giudice iniquo (Lc 18,3-5). 


«due monetine»: la povera vedova getta due sole monete, per il valore di un quadrante romano. Il quadrante romano era 1/4 di «asse», a sua volta 1/10 di denaro romano; questo era circa una giornata di salario. Quindi il quadrante era 1/40 della giornata di salario di un operaio.

Il fatto che la donna doni due monetine indica indirettamente che avrebbe ancora potuto conservare per sé la meta, ma che, nella sua indigenza, ha donato assolutamente tutto.


v. 43

43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 

 

Gesù richiama il fatto ai discepoli. È una vera e propria convocazione con un esordio solenne.

 «In verità»: traslitterazione dell'ebraico 'amen = certamente, veramente, sinceramente. Nell'uso del Giudaismo e della Chiesa sì riferisce a ciò che precede (è posto alla fine di un discorso o di una preghiera); nelle parole di Gesù si riferisce sempre a quanto segue (è posto al principio), conferendo solennità alla formula. Quindi con essa Gesù è come se affermasse: «Io vi dico». Il suo insegnamento è impartito con autorità e autonomia.

 

v. 44

44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».


«quanto aveva per vivere»: nella versione greca si dice: «tutta la sua vita (bios)»; la donna ha espresso il dono totale di sé, ha attuato, anche secondo l'interpretazione ebraica il comando dell'amore a Dio con tutto ciò che aveva per vivere. Potremmo tradurre che si era tolto il "pane di bocca" per darlo al tesoro del tempio.

Siamo davanti ad un paradosso: da una parte gli «intellettuali» che cercano e discutono soluzioni aggiornate e moltiplicano invece i dubbi e «divorano le case delle vedove»; dall' altra l’azione di una povera donna che poteva fare a meno di contribuire al sostentamento del culto sacrilego di quei mercanti del tempio che invece diventa modello di fede.

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