Lectio I Domenica di Avvento (Anno C)

La vostra liberazione è vicina

I Domenica di Avvento (Anno C)

Oggi la Chiesa festeggia il suo “capodanno liturgico”: un anno termina e un nuovo anno comincia. Tutto questo avviene in un periodo dell’anno dove le giornate sono sempre più corte e la notte avanza inesorabilmente. Il tempo di Avvento che iniziamo, in preparazione al S. Natale, ci invita a tenere accese le lampade dell’attesa, nella perseverante preghiera, perché certi che il Signore verrà e ci salverà. Siamo chiamati a fare un cammino interiore per preparare il cuore ad accogliere il bambino Gesù che anche quest’anno nasce per noi. Ci lasciamo introdurre in questa attesa con la preghiera di Colletta:

Padre santo,
che mantieni nei secoli le tue promesse,
rialza il capo dell’umanità oppressa dal male
e apri i nostri cuori alla speranza,
perché attendiamo vigilanti la venuta gloriosa di Cristo,
giudice e salvatore.

Dio è fedele e mantiene le sue promesse nei secoli, a noi la scelta di fidarci o meno della sua Parola. Il Vangelo che ascolteremo questa domenica è un testo parallelo, che abbiamo già ascoltato nella versione di Marco. Esso fa parte dell’intero capitolo 21 di Luca, chiamato la “grande apocalisse lucana” (rispetto alla “piccola apocalisse”: Lc 17,20-37). Questo genere letterario ha lo scopo di consolare e di invitare alla perseveranza le comunità cristiane davanti alla persecuzione che stavano vivendo. Le singole espressioni non vanno prese alla lettera, ma interpretate leggendo il contesto in cui venivano scritte. Il discorso apocalittico è un invito alla speranza e a riporre ancora una volta la fiducia in Dio, nonostante l’odio del mondo. Luca segue da vicino Marco 13, anche se tuttavia all’occasione sopprime o aggiunge, sposta o ritocca alcuni elementi del discorso. L’apporto principale e tipico di Luca sta nei vv. 20-24, dove, raccontando la rovina di Gerusalemme, si mostra molto più chiaro di Matteo e Marco, infatti egli parla della città santa e dice espressamente che il suo assedio sarà opera dei nemici. Si può ipotizzare che Luca si faccia interprete, alla luce della rovina di Gerusalemme ormai avvenuta (“Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina… Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti”), dell’oscura profezia riportata da Marco 13,14: “Quando vedrete l'abominio della devastazione presente là dove non è lecito”.

Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.

Luca omette l’espressione di Mc 13,24 in quei giorni, per non lasciar credere che la fine del mondo venga subito dopo la rovina di Gerusalemme. Nel giudaismo al tempo di Gesù l’espressione segni nel sole, nella luna e nelle stelle (così come quella riportata nel v. 10: “segni grandiosi dal cielo”) faceva parte di raccolte tradizionali di testi che servivano a descrivere il carattere cosmico e decisivo dell’ultimo intervento di Dio nella storia. Gli ultimi tempi saranno preceduti da segni premonitori: tutta la terra è in preda al disordine. La fine che si avvicina si preannuncia con segni che fanno morire gli uomini per la paura. L’angoscia per quanto deve sopravvenire costerà la vita a molti uomini. E allora, nel momento in cui sulla terra gli uomini saranno ripieni di orrore per i terribili avvenimenti di cui dovranno essere testimoni, dal mondo celeste comparirà il Figlio dell’uomo, sopra una nube con grande potenza e gloria e allora dovrà essere riconosciuto e accettato da tutti come il futuro giudice del mondo.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.

I tempi finali non saranno solo preceduti da grossi disastri, ma saranno caratterizzati soprattutto dal dono della liberazione totale. A differenza di Matteo e di Marco, Luca non riferisce qui il raduno degli eletti. Tutto il suo interesse è centrato sulla venuta trionfale del Figlio dell’uomo, il quale costituirà dunque un evento discriminatorio, porterà cioè condanna agli uni e salvezza agli altri, rovina e angustia per gli increduli e liberazione per i credenti.

A questo proposito ci sembra opportuno riprendere una parte della profezia che Simeone fece a Maria durante la presentazione al tempio del bambino Gesù: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione… affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35). È stato decretato da Dio che gli uomini si dividano a suo riguardo. Esso o si scandalizzeranno di lui e, respingendolo increduli, diverranno colpevoli oppure lo accetteranno da credenti e giungeranno così alla risurrezione spirituale. Egli svelerà i pensieri di molti cuori, cioè le disposizioni interiori degli uomini. Una neutralità di fronte a Cristo, anche nascosta, non è possibile, sarebbe già un atteggiamento negativo. Questa profezia, inoltre, ci riporta dagli eventi degli ultimi tempi all’oggi di ciascuno, perché si tratta di prendere posizione, ovvero scegliere da che parte stare; e questa scelta è possibile ogni giorno finché dureranno i nostri giorni.

Il fatto che Gesù, nella sua rivelazione al mondo quale Figlio dell’uomo, sia egli stesso il segno del Regno di Dio che sta per iniziare, conferisce a questa parte del discorso la sua particolarità rispetto alle attese giudaiche, con le quali del resto presenta vari punti di contatto. Dalle immagini utilizzate appare chiaro che tutto il cosmo precipita nel caos iniziale per ricevere nuovo ordine da parte del Figlio dell’uomo.

State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.

C’è subito un mettere in guardia dal pericolo di un rilassamento nella vita cristiana. I cristiani debbono essere sempre consapevoli che la fine, anche se si fa ancora attendere, li può cogliere un giorno di sorpresa. Perciò essi debbono stare attenti a sé stessi e tenersi lontani da ogni attività del mondo e da ogni cura terrena che possa rendere ottusi gli animi e sviarli dal pensiero della fine. Si viene messi in guardia dal pericolo di essere trovati impreparati a riconoscere la venuta del Figlio dell’uomo, a causa delle dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita (c’è un esplicito riferimento alla parabola del seminatore quando parla dei semi caduti in mezzo alle spine: Lc 8,14).

Per prepararsi all’incontro con il Signore occorre tenersi in un atteggiamento di purezza interiore ed esteriore, senza indulgere alle seduzioni del Maligno e del mondo. Solo così si potrà sfuggire al pericolo che quel giorno possa sorprendere come un laccio sorprende l’uccello ignaro. Quel giorno, non più come nel v. 28 di redenzione ma di giudizio, sopravverrà verso tutti gli abitanti della terra intera, così che sarà impossibile sfuggirvi.

Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

La vigilanza implica un esame critico del tempo nel quale si vive, presenza critica nel tessuto sociale nel quale si opera, discernimento critico delle proposte di salvezza che vengono da altre sponde. Tale vigilanza permetterà di trovare il tempo per la preghiera e l’assiduità alla preghiera terrà sempre più vigili. Questo invito a vegliare nella preghiera affonda le sue radici nella parabola del giudice che si fa insistentemente pregare (18,1-8) per dire che siamo chiamati a chiedere al Signore l’avvento del suo regno di giustizia e di pace, nella certezza che lui interverrà a nostro favore prontamente. Per comprendere bene questa parabola dobbiamo prestare attenzione anche al contesto precedente, quello relativo al ritorno del Figlio dell’uomo. Sono due infatti i fuochi attorno ai quali gira la parabola: da un lato la perseveranza e la cocciutaggine della vedova nel chiedere giustizia, dall’altro la decisione finale del giudice. Se dunque la parabola ci richiama alla perseveranza nella preghiera, è altrettanto certo che essa si rifà all’insegnamento di Gesù sulla certezza del suo ritorno e sulla gravità del giudizio che egli pronuncerà per coloro che non operano secondo giustizia. Non dimentichiamo che la concezione biblica della giustizia di Dio è questa: una giustizia che giustifica e salva e non tanto una che giudica e condanna.

Vi è, infine, l’accento alla forza necessaria per sfuggire a tutto quello che sta per accadere, ma anche e soprattutto per comparire davanti al Figlio dell’uomo. Solo Dio, attraverso il dono del suo Spirito, può dare la forza di presentarsi dinanzi al Figlio dell’uomo. A conclusione vogliamo fare un richiamo alla parabola sulla vigilanza riportata da Lc 12,35-40 in quanto, ci sembra, presenti notevoli somiglianze con il brano in questione e ci fornisca ulteriori coordinate per vivere il tempo forte e benedetto dell’Avvento, ricordando che sempre celebriamo le tre venute di nostro Signore Gesù Cristo.

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo".

Bisogna star pronti perché non si sa a che ora il Signore ritornerà, pronti con le lucerne accese (cfr. Mt 25,1-13) per andare incontro al Signore che passa a servirci (c’è un chiaro richiamo a ciò che Gesù farà secondo Gv 13,5: la lavanda dei piedi). Il momento del ritorno del Signore è indeterminato, non è detto se verrà oggi o domani, ma è certo che verrà all’improvviso: da qui nasce il dovere-necessità della vigilanza. Non viene neppure detto che cosa fare nella veglia, ma viene ordinato un atteggiamento da assumere, una legge da rispettare.

La preghiera è la ricerca del volto del Signore, un lasciarsi avvolgere dal silenzio e avvertire la sua presenza, oltre la tribolazione, oltre la paura e l’angoscia degli eventi che dovranno avvenire. Pregare è incontrare Dio che viene a salvarci.

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