Fare penitenza, ovvero il desiderio di cambiare

Rita

Nell’ultimo incontro del Percorso Francescano fra Enrico ha presentato e commentato la “Lettera ai fedeli”, scritta da Francesco agli inizi del 1220, che tra i tanti argomenti tratta anche, e soprattutto, il tema della penitenza.

Penitenza… una parola che evoca generalmente qualcosa di spiacevole, legata a rinunce e mortificazioni. È stata quindi per me una piacevole sorpresa scoprire che in Francesco questo termine assume un significato ben diverso, anche se certo non meno impegnativo. Questo “nuovo” concetto di penitenza è presente anche nel suo Testamento quando dice: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore mi condusse tra loro e usai con essi misericordia». È questo il momento decisivo del cambiamento. Già nella versione greca dell'Antico Testamento, così come nei Vangeli, l'atteggiamento richiesto all'uomo per ottenere il perdono dei propri peccati (e quindi di «fare penitenza») è indicato con la parola metànoia, che in greco significa proprio un "radicale mutamento nel modo di pensare, di giudicare, di sentire, unito al dispiacere per il proprio comportamento precedente”. Ecco quindi il vero significato di penitenza: un atteggiamento di conversione continua, il desiderio di veder rinnovata la propria vita, non più centrati su se stessi ma completamente abbandonati a Dio. È quindi prima di tutto un cambiamento di mentalità, che ha la sua origine nel più grande dei comandamenti: amare Dio e il prossimo. Le parole di fra Enrico mi hanno immediatamente fatto pensare ad alcuni personaggi dei Promessi Sposi, in particolar modo a Fra Cristoforo e all’Innominato. In tutti e due è presente un pentimento, un desiderio di espiazione, in tutti e due la “penitenza” per il male commesso coincide con un radicale cambiamento di vita. Ma il dato più sorprendente (e confortante) è che il cambiamento non comporta una mortificazione del proprio carattere, del proprio essere, perché tutte quelle energie, quelle doti che “prima” avevano come unico scopo la supremazia sugli altri, “dopo” diventano arma per aiutare il prossimo, per amare Dio. La stessa cosa succede a Francesco: combattività, impulsività, coraggio non sono scomparsi né diminuiti dopo la sua “conversione”: il pentimento non sradica le passioni, ma le riorienta verso altri scopi. Accogliamo dunque con gioia questa esortazione alla penitenza che Francesco ci fa: è un impegno quotidiano, costante, che richiede volontà, che mette in conto alternarsi di soste/retrocessioni e di cammini ripresi, ma nella certezza di non essere mai soli su questa strada, perché tanti fratelli e sorelle camminano con noi e ci possono sostenere nei momenti di crisi. E poi sempre accanto a noi c’è Lui, e quale compagnia migliore di questa?

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