La fede nel tempo dell'incertezza - Catechesi Quaresima 2021

Mosè

Un uomo tra Dio e il popolo

Il libro dell’Esodo e il Pentateuco, in ebraico Torah, ha un importanza centrale in tutta la rivelazione biblica. Dobbiamo sempre ricordare questi libri che narrano il cammino della storia dalla creazione fino alla conquista della terra promessa, non sono semplicemente il racconto di un insieme di fatti, bensì una narrazione/rivelazione, un fare memoria allo scopo di insegnare ed educare alla fede. L’esodo è centrale per la fede del Popolo di Dio. La liberazione dall’Egitto è per Israele quello che per un cristiano è il Vangelo: il grande gesto che sostiene la fede e la speranza per sempre. Il titolo Esodo non corrisponde al titolo ebraico che invece è Nomi (in ebraico shemòt). Esodo è il titolo dato dopo l’esilio babilonese quando il testo è stato tradotto in greco (èxodos) per le comunità che oramai parlavano greco. Ancora una volta, la riflessione del Popolo d’Israele rileggeva la propria storia alla luce di quanto Dio aveva operato nel passato. Infatti il ritorno dalla prigionia babilonese era visto come come un rinnovato esodo dalla schiavitù in Egitto alla Terra promessa.

Anche per Abramo vi è stata, a suo modo un’esperienza di liberazione, ma ora c'è una novità, la rivelazione di Dio e la fede qui sono esperienze corali: non più esperienza di un singolo, ma di un'intera comunità.
L’esodo, poi, ha significati che vanno oltre la sola liberazione materiale da nazione che teneva schiavo il popolo d’Israele. Infatti, anche se la condizione degli ebrei in Egitto era fatta di povertà, di lavori gravosi e di assoluta mancanza di diritti civili. Ma il libro dell’Esodo, vede la schiavitù sociale come un segno di una schiavitù ancora più grande, quella religiosa e morale. L’Egitto era il luogo della confusone spirituale, non soltanto sociale. La purezza della fede, lì si era contaminata e il popolo si era assimilato al mondo pagano, al punto che Mosè dovrà lottare, non solo conto il faraone ma anche contro gli stessi Ebrei che non volevano partire.

La liberazione dall'Egitto è vista dalla Bibbia come la liberazione dall'idolatria e dal peccato.

Come già si diceva riguardo le vicende di Abramo, non dobbiamo leggere la storia dell’Esodo come una cronaca storica precisa, piuttosto come una storia religiosa. Cosa significa storia religiosa? Per esempio, potrebbe essere che il passaggio attraverso il Mar Rosso abbia sfruttato le basse e le alte maree, ma non si può ridurre semplicemente a questo; oppure, la decisione di Mosè di far uscire la sua gente dall'Egitto attraverso i guadi a sud e di incamminarsi nel deserto fu certamente dettata anche da esigenze politiche e militari: infatti a nord, sulla strada carovaniera che correva lungo il mare (una via che sarebbe stata molto più rapida), erano disseminate le fortezze egiziane. Ma questa strategia non elimina necessariamente il fatto che poi Dio, nella lunga peregrinazione nel deserto, abbia educato profondamente il suo popolo. Quello che ci fa rendere difficile la lettura della storia come storia religiosa è il nostro modo di vedere che ci fa distinguere tra miracoli in senso assoluto e in senso relativo. Un miracolo in senso assoluto è per esempio un morto che risorge. Un miracolo in senso relativo è, per esempio, il fatto di un padre di famiglia che non riesce a sfamare la propria famiglia perché manca di denaro, poi esce di casa e per strada incontra un misterioso benefattore che gli devolve la somma necessaria per risollevare le sorti.

Insomma, quello che a noi interessa non è la cronaca degli eventi, ma la meditazione di Israele su quegli eventi, meditazione che anche noi possiamo compiere.

Mosè il mediatore

Il personaggio principale del libro dell'Esodo (ma anche del libro del Levitico, del libro dei Numeri e del Deuteronomio) è Mosè. È la figura centrale ed è, forse, la principale dell'intero primo Testamento.

Non è possibile separare Mosè dal suo popolo, ma - prima di diventare il mediatore della salvezza per gli altri – deve vivere una salvezza personale. È un salvato dalle acque, un salvato dalla grazia di Dio (Es 2, 1-10). Funziona sempre così nel piano divino: gli strumenti di salvezza devono sperimentare, per primi, di essere gratuitamente salvati.

Mosè cresce alla corte del faraone e assimila la cultura egiziana, ma non dimentica le proprie origini. E un giorno, uscendo dal palazzo del faraone, vede un egiziano che maltrattava ingiustamente un ebreo (Es 2, 11-12). Mosè uccide quell’egiziano. Difficile, a questo punto, dire se Mosè ha compiuto quell’atto mosso dalla passione per la giustizia e non tollerando il sopruso, oppure se ha commesso un omicidio senza aver valutato in modo opportuno le conseguenze. La seconda opzione, sembra confermata dai gesti che compie Mosè prima di uccidere quell’uomo, controllando di non essere visto, e dopo, con una sepoltura “improvvisata”.

Un giorno Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i loro lavori forzati. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. Voltatosi attorno e visto che non c'era nessuno, colpì a morte l'Egiziano e lo sotterrò nella sabbia. (Es 2, 11-12)

Qualunque sia stato il motivo che ha spinto Mosè ad uccidere, attorno a lui si fa il vuoto, pare sia il prezzo che tutti i profeti devono pagare. Mosè incontra l'ostilità del faraone, che lo fa cercare per ucciderlo, e anche l'incomprensione degli stessi fratelli.

Il giorno dopo, Mosè uscì di nuovo, ma ecco due ebrei che litigavano fra di loro. Egli disse all'aggressore: perché batti il tuo compagno? Ma quello rispose: chi ti ha costituito capo e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidere anche me, come uccidesti l'egiziano? Allora Mosè ebbe paura e disse: certo la cosa si è risaputa. (Es 2, 13-14)

Il profeta che denuncia l'ingiustizia dovunque si trovi e non cade nella logica delle parti, non piace a nessuno, né ai padroni né agli schiavi. È solo. E così Mosè, sentendosi in pericolo, fugge nel deserto, è il suo esodo personale.

Il roveto ardente

Fuggito nel deserto, si potrebbe pensare che Mosè si rifaccia una nuova vita, trovandovi anche moglie… È interessante il nome che da a suo figlio: Ghersom. La nota della Bibbia di Gerusalemme, spiega questo nome con il significato di forestiero in terra straniera, un’altra traduzione possibile è figlio del nulla. È a tutti nota la locuzione latina nomen omen (il nome è un presagio), qui però più che un presagio sul destino del figlio di Mosè, pare dire ciò che Mosè il padre, riconosceva di sé stesso.

Può stupire ma è avvincente, rileggere l’episodio del roveto ardente provando a mettere a confronto quello che è un roveto – qualcosa di inutile - con quello che albergava nel cuore di Mosè, con il suo stato d’animo.

Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. (Es 3, 1-6)

Proseguiamo la lettura del brano per ascoltare ciò che esce dalla bocca di Dio:

Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell'Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Ittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. Perciò va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall'Egitto?». Rispose: «Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte».
Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: «Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi». Mi diranno: «Qual è il suo nome?». E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi»». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: «Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi». Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione. (Es 3, 7-15)

Troviamo nella vocazione di Mosè, elementi che abbiamo già considerato in quella di Abramo.

  • Innanzitutto, come la chiamata di Abramo aveva sullo sfondo il peccato e la confusione di Babele, così la chiamata di Mosè ha sullo sfondo la schiavitù d'Egitto.
  • Abramo, abbiamo visto era un uomo qualunque del suo tempo e quindi Dio non lo ha scelto per meriti particolari, così Mosè non stava cercando Dio, ma stava semplicemente pascolando il gregge, è Dio che si manifesta improvvisamente.
  • Abramo era chiamato ad essere benedizione, Mosè è chiamato a liberare: «va'! [ ...] Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo».
  • Come per Abramo, anche per Mosè, la salvezza di Dio è puro dono, la sua azione un continuo ostinato ricominciare da capo.

La teofania inizia con un segno che attira l'attenzione di Mosè: un roveto che arde e non si consuma. La prima reazione di Mosè è di curiosità e di meraviglia. Lascia il gregge e va ad osservare. Ma subito il roveto è del tutto dimenticato. Il prodigio attira l'attenzione, ma non vuole imprigionare l'attenzione: il suo scopo è di condurre l'uomo verso qualcos'altro, verso la presenza di Dio e il suo messaggio. Per questo i prodigi di Dio - e nel Nuovo Testamento anche i miracoli di Gesù - sono meravigliosi, ma insieme discreti e rari.

È sempre Dio che inizia il dialogo. Se Dio interviene è per fedeltà ai padri «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» e per compassione del popolo: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido». Il Dio di Israele è esigente, ma anche fedele e compassionevole. Non è mai indifferente di fronte alla sofferenza di un popolo che grida per l'oppressione che subisce. Il popolo oppresso non ricorda più il suo Dio. È Dio che ne interpreta il lamento. Il popolo grida, non prega. Ma l'oppressione è una situazione che di per sé - anche se non si trasforma in preghiera e invocazione - giunge alle orecchie del Signore e lo coinvolge. Il Signore non può restare indifferente di fronte all'oppressione del suo popolo. E la sua risposta al lamento del popolo è di scegliere qualcuno che si prenda a carico la situazione. Dio ha bisogno di strumenti.

Fede è anche accettare di farsi strumento, prendendosi a carico la condizione del popolo oppresso.

Mosè è chiamato a liberare Israele dalla potenza del faraone, una missione difficile di fronte alla quale l'uomo sente tutta la paura dei propri limiti. Dio chiama Mosè quando questi è debole e povero, un fuggiasco, il meno adatto, si direbbe, a presentarsi al faraone. Così la missione di Mosè viene posta sotto il segno della fede: un «fidarsi di Dio», non di se stesso. Perché la debolezza dell'uomo è colmata dalla presenza di Dio: «Io sono con te».

Dio non lascia solo chi chiama, ma fa la strada assieme. Il Dio della Bibbia è un compagno di viaggio.

Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: «Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi». Mi diranno: «Qual è il suo nome?». E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi»». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: «Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi». Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione. (Es 3, 13-15)

Dio rivela a Mosè il suo nome: «Io sono colui che sono». Per quanto ci si sforzi di trovare una spiegazione, non è facile comprendere il significato di questo nome. È chiara una cosa: Dio afferma di essere colui che è presente, presente in mezzo al suo popolo, presente per salvarlo: una presenza concreta e attiva, un Dio con noi e per noi, questo è il probabile significato del suo nome. Oltre a questo dichiara di essere il Dio dei padri, quindi è presente anche nella propria storia. Ma quando dice «Io sono colui che sono» pare che che Dio non voglia rivelare interamente all'uomo il suo nome. E anche questo è vero: Dio è con noi, ma non si lascia strumentalizzare da noi. L'uomo non può trascinare Dio di qua e di là, a servizio dei propri interessi. Dio è in mezzo a noi per condurci dove lui ha stabilito, non per lasciarsi condurre dove noi vogliamo.

È vero che Mosè non sembra rispondere un eccomi immediato come Abramo; continua a fare domande a Dio. Dobbiamo considerare che Abramo è stato invitato a partire. Mosè, invece, è incaricato di un'impresa impossibile: «Ti mando dal faraone; fa' uscire il mio popolo dall'Egitto». Comprensibile la sua domanda: «Chi sono io per andare dal faraone?». Non si tratta di mancanza di fede, ma di profonda consapevolezza della propria inadeguatezza. Comprensibile anche la domanda sul Nome. Abramo è stato invitato a fidarsi personalmente di Dio, Mosè deve invece parlare di Dio al suo popolo e al faraone, e deve essere in grado di convincerli. È diverso. Come parlare di Dio? Quali segni offrire per poterli convincere?

La croce di Mosè

È un'obbedienza impegnativa, quella ricevuta da Mosè, e che dura una vita. Intravediamo una croce nella vita di Mosè, la sua missione di essere contemporaneamente dalla parte di Dio e del popolo. Il profeta è inviato al popolo per scuoterlo dal torpore e ricordargli continuamente i diritti di Dio. Come ogni profeta, deve essere contemporaneamente vicino e distante dal suo popolo, solidale e diverso. Gli Israeliti lo sentono come il loro capo, sentono che è con loro: quando Dio sta per punirli, Mosè prende le loro difese e prega per loro. Mosè è dalla parte del popolo nei confronti di Dio. Nello stesso tempo, però, Mosè è dalla parte di Dio nei confronti del popolo. Egli è incaricato di mantenere vive in mezzo al popolo le esigenze di Dio e per questo incontra opposizione e rifiuto. Mosè ha compreso che la solidarietà verso il popolo non può essere a scapito della fedeltà verso Dio. Anzi, la vera solidarietà verso il popolo significa, appunto, essere intransigente nell'esigere la fedeltà verso il Signore. E questa è la croce di Mosè: solidale con il popolo e contemporaneamente diverso, straniero in seno alla sua stessa gente.

Il lungo cammino nel deserto

L'esodo è un'epoca di prodigi: le piaghe d'Egitto, il passaggio attraverso il Mar Rosso, i miracoli compiuti da Dio nel deserto. Ma l'esodo è anche altro. Dal capitolo 16 in poi il libro dell'Esodo racconta il lungo cammino nel deserto che costituisce, anzitutto, una fondamentale educazione alla fede. Nella povertà del deserto, Israele si sperimenta incapace di provvedere a se stesso e bisognoso di Dio. Perciò la fede viene educata e verificata: da una parte, il popolo sperimenta la propria insufficienza e, dall'altra, la continua presenza dell'aiuto divino; impara così che non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. (Dt 8, 3).

In secondo luogo, il cammino nel deserto è un tempo di prova e di tentazione. Israele comprende che il cammino verso la libertà è continuamente minacciato, tanto da essere ricorrente la nostalgia della schiavitù d'Egitto (la comoda sicurezza della schiavitù!). È sempre in agguato la concezione della libertà come appartenenza a se stessi, anziché come appartenenza a Dio. Ed è sempre ricorrente la tentazione di concepire la libertà a misura dell'uomo, sedentariamente, anziché come perenne marcia in avanti, verso il futuro. È comprensibile che nel deserto le domande siano numerose, ma sostanzialmente si tratta sempre della stessa domanda su Dio e sul senso della sua presenza e della sua azione.

Non è solo la schiavitù a suscitare domande ma anche la liberà, così anche il compimento della promessa. Infatti, l’uomo si interroga su Dio non solo quando lo cerca ma anche quando lo ha trovato e si accorge che è diverso da come lo ha pensato («Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?», Mt 11, 3). Esperienza di tutti è davvero quella che Dio è con noi, ma non nelle nostre mani. È Dio che conduce il popolo, non il popolo che conduce Dio. È sempre il cammino, cioè la storia, che concretamente mostra in che modo e in che senso è da intendere la presenza di Dio. Dio la intende in un modo e l'uomo la vorrebbe in un altro. È questo lo spazio in cui continua a riproporsi la domanda.

Ricordiamo l’episodio del vitello d’oro che mostra tutto l'imbarazzo di Israele di fronte a un Dio che mantiene inalterata la sua invisibilità e la sua libertà (Es 32). Meglio un Dio visibile, trasportabile di qua e di là, alla testa del popolo. È la perenne tentazione dell'uomo di catturare la presenza di Dio per legarla a sé.

Allora il Signore disse a Mosè: «Va', scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: «Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto»». Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto con grande forza e con mano potente? Perché dovranno dire gli Egiziani: «Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra»? Desisti dall'ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: «Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre»». Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo. (Es 32, 7-14)

Tre annotazioni su questo episodio:

  • La prima è che non si è mai al riparo dal rischio dell'idolatria. Il popolo è stato liberato dall'Egitto e ha assistito ai prodigi di Dio, tuttavia non è ancora un popolo sottratto al peccato. L'idolatria è in agguato. Nel deserto il popolo si costruisce un vitello d'oro, cioè un dio strumentalizzabile e manovrabile, al proprio servizio. Tutto questo è, appunto, l'idolatria.
  • La seconda annotazione è la forza dell'intercessione di Mosè. Egli non fa una lunga preghiera. Semplicemente dice al Signore: «Ricordati». Dio ha fatto una promessa, non può dimenticarla. Ha iniziato un cammino di liberazione, non può lasciarlo a metà.
  • La terza annotazione è il comportamento di Dio. All'inizio del racconto Dio si rivolge a Mosè dicendo: «il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito». Non dice: il mio popolo, ma il tuo popolo. Sembra che Dio abbia quasi ripudiato Israele. Ma è solo apparenza. Gli basta la preghiera di Mosè per tornare a perdonare. E nel finale del racconto ritorna la formula dell'appartenenza: «Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo».

La morte di Mosè

Secondo la tradizione è sul monte Nebo, non più alto di 800 metri, che morì Mosè, guardando la terra promessa da lontano senza potervi entrare. La sua morte è raccontata nel libro del Deuteronomio (34, 1-4) in poche righe, asciutte e senza retorica, e tuttavia dense di commozione:

Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutta la terra: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, la terra di Èfraim e di Manasse, tutta la terra di Giuda fino al mare occidentale e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Soar. Il Signore gli disse: «Questa è la terra per la quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: «Io la darò alla tua discendenza». Te l'ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!». Mosè aveva centoventi anni quando morì. Gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. (Es 34, 1-4.7)

La Bibbia presenta Mosè come «il più umile di tutti gli uomini che sono sulla faccia della terra» (Nm 12, 3), ma anche come il grande amico di Dio, che con lui parlava «faccia a faccia»: «Mosè parlava e Dio gli rispondeva» (Es 19, 19). Tuttavia quando chiese al Signore la gioia di entrare con il suo popolo nella terra promessa, ottenne un rifiuto quasi adirato: «Basta, non aggiungere più una parola su questo argomento» (Dt 3, 26). E neppure, fu esaudito quando chiese al Signore di vedere il suo volto (Es 33, 18).

Il volto di Dio e la terra promessa sono le due cose che Mosè desiderò più di ogni altra cosa. Ma non le ottenne. E da uomo di grande fede, di fronte al rifiuto non si lamentò né insistette né disse una parola. Docile e obbediente davanti al suo Dio, ma anche molto ardito quando si trattava del suo popolo. Quando gli sembrò che il Signore volesse salvare lui, ma condannare il popolo per i suoi peccati, ribatté quasi sdegnato: «Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato... Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto!» (Es 32, 32). Mosè non vuole essere salvato senza il suo popolo, che egli ama profondamente e che sempre difende. Quando parlava con Dio difendeva il suo popolo, ricordandogli gli impegni presi in suo favore. E quando parlava al suo popolo era severo nel raccomandare di obbedire docilmente al Signore. Sospeso tra le esigenze di Dio e i peccati del popolo, Mosè fu un uomo molto solo, come spesso succede ai veri profeti. L'incarico gli pesa. A volte si lamenta con Dio per l'incarico troppo gravoso di guidare un popolo, che alla prima occasione è subito pronto a mormorare contro di lui e contro il Signore:

«Mosè disse al Signore: «Perché hai fatto del male al tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, al punto di impormi il peso di tutto questo popolo? L'ho forse concepito io tutto questo popolo? O l'ho forse messo al mondo io perché tu mi dica: «Portalo in grembo», come la nutrice porta il lattante, fino al suolo che tu hai promesso con giuramento ai suoi padri? Se mi devi trattare così, fammi morire piuttosto, fammi morire, se ho trovato grazia ai tuoi occhi; che io non veda più la mia sventura!». (Nm 11, 11-12.15)

Questo è il grande Mosè, amico di Dio e guida del suo popolo, che visse sognando la terra promessa, ma morì guardandola da lontano. È stata la punizione per una qualche colpa commessa? Un cenno, che si legge nel libro dei Numeri (20, 12) sembra suggerire che a Mosè fu impedito di entrare nella terra promessa perché per un attimo esitò nella sua fede, percuotendo due volte la roccia con il bastone per farne scaturire l'acqua. Avrebbe dovuto percuotere la roccia una volta sola, senza esitare!

Ma la tradizione biblica non insiste su questo particolare: troppo grande è stata la fede di Mosè e troppo grande l'amicizia del suo Dio. Non il segno di una punizione, dunque, ma piuttosto una parabola dell'esistenza degli uomini, anche (e forse soprattutto) degli uomini di Dio. L'uomo muore incompiuto, perché il compimento è sempre altrove.

Il compito di Mosè non era, come pensava, di entrare nella terra promessa alla testa del suo popolo, ma soltanto di accompagnarlo nel duro cammino fin sulla soglia. Così è dei profeti. La conclusione spetta sempre a Dio, non all'uomo.

Forse ancora più significativo un testo rabbinico. Racconta che, quando Mosè supplicò il Signore di lasciarlo entrare, gli disse di scegliere fra due cose possibili: o il perdono per i peccati del popolo o il suo ingresso nella terra promessa. Mosè scelse senza esitazione la prima possibilità.


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