Lectio XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Servire l'umanità intera a immagine di Cristo

XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Non per essere servito ma per servire

Il Vangelo di questa domenica si colloca dopo la terza predizione della passione, con Gesù che decisamente sale verso Gerusalemme, dove lo attende un destino di morte e di gloria. Coloro che lo seguono sono stupiti e impauriti, incapaci di comprendere il senso del messaggio che il Maestro ha consegnato loro per ben tre volte. I discepoli sono schermati dai loro pregiudizi e affogati nella loro attesa gloriosa di Messia che la rivelazione del Cristo schernito e crocifisso non riesce a scalfire il loro cuore sclerotizzato e la loro mente ottusa. Gesù non è il Cristo dei loro desideri, ma quello della promessa di Dio. Essi lo amano, ma a modo loro e senza conoscerlo. Ne hanno fatto come un’incognita, cui danno di volta in volta il valore della loro volontà di potenza.

Ogni annuncio della passione è seguito da un brano che evidenzia l’incomprensione dei discepoli, in crescita con l’avvicinarsi di Gesù alla meta. Al primo annuncio (8,31-33), Pietro è denominato Satana, perché si opponeva al suo cammino verso la croce; egli pensava secondo gli uomini e non secondo Dio. Al secondo (9,30-32) ci fu l’incomprensione e il mutismo da parte di tutti, intenti a litigare su chi fosse il più grande (9,33-35).

Nel brano in questione Giacomo e Giovanni prendono la parola per garantirsi i posti d’onore nel regno di Dio che il Messia era venuto ad instaurare sulla terra. Marco ci fornisce una descrizione più autentica dell’accaduto, infatti Matteo (20, 20-28) pone la richiesta in bocca alla madre, mentre Luca non racconta l’episodio ma accenna ad insegnamento simile ma nel contesto dell’Ultima Cena. La chiesa primitiva aveva una grande stima dei due apostoli e, se l’evangelista Marco ha voluto riferirlo, non c’è motivo di dubitare della sua storicità.

Giacomo e Giovanni

Insieme con Pietro, sono i testimoni prescelti per la risurrezione della figlia di Giairo, la trasfigurazione e l’agonia nell’orto.

 

Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo

Il Signore deve fare la loro volontà, assicurando buon esito ai loro desideri. Non c’è preghiera più distorta. Si pretende di addomesticare Dio, perché ci serva nei progetti della nostra gloria che, per coinvolgere anche lui, confondiamo con la sua (“tua gloria” v.37).

 

Cosa volete che io faccia per voi?

Essi non sanno che cosa chiedere. Ciechi come sono, chiedono il contrario di quanto lui vuol donare. Gesù farà la stessa domanda anche al cieco, che però sa cosa chiedere (10,51). Al lebbroso che chiede: “Se vuoi, puoi guarirmi”, Gesù disse: “Lo voglio, guarisci!” (1,40-41). Tutto il vangelo è un’educazione dei desideri, perché, confrontandoli e conformandoli ai suoi, impariamo a volere e chiedere secondo Dio. Egli esaudisce le sue promesse, non le nostre attese. Queste vogliono confermare il nostro male, quelle vogliono liberarcene.

 

Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra

I due fratelli reclamano onore e potenza. Questi due posti non sono soltanto posti d’onore; essi significano un’associazione stretta all’autorità di colui che governa. Ma ci saranno due personaggi che riconosceranno la signoria del Cristo e saranno degni di stare alla sua destra e alla sua sinistra: il cosiddetto “buon ladrone” (Lc 23,43) e il centurione (Mc 15,39). I “figli del tuono” hanno lo sguardo rivolto verso un trionfo immediato e terreno, rispetto a quello alla fine dei tempi, nella parusia, di cui ha sempre parlato il Maestro. Nella rilettura postpasquale, per tutelare l’onore dei due discepoli, la loro domanda è stata riferita al loro posto nella tua gloria in cielo.

 

Voi non sapete ciò che domandate

Gesù rimproverò i due discepoli, perché nonostante le tre predizioni non avevano ancora compreso il significato spirituale della sua missione, che si sarebbe conclusa con la sua passione e morte. Il rimprovero, più che l’oggetto della richiesta, ha di mira l’incapacità dei due fratelli a comprendere che, tanto per Gesù quanto per coloro che vorranno seguirlo, il cammino per la gloria passa attraverso la sofferenza e il dolore. È richiesto un approccio di fede al volto di Dio che Gesù di Nazareth è venuto a mostrare, unitamente all’umiltà di mettere da parte gli umani pregiudizi per accogliere le divine promesse che il Cristo è venuto a realizzare attraverso il cammino del servo sofferente.

 

Il calice

Come immagine della sofferenza si trova menzionato tante volte già nell’Antico Testamento (Sal 75,9; Is 51,17-22; Ger 25,15; Ez 23,31-34) e lo ritroveremo durante la Passione (Mc 14,36).

 

Il battesimo

La nuova immagine è di uso meno comune, ma non per questo meno efficace. Per comprenderla appieno, si deve tener presente in primo luogo che il verbo da cui deriva (βαπτίζειν) significa “immergersi” e anche “andare a fondo”; e poiché nell’A.T. si usava collegare le sofferenze allo stato di chi si trova sommerso da una grande quantità di acqua o nel fondo del mare, è chiaro che “battesimo” qui significa essere sopraffatti dal dolore o immersi completamente nelle sofferenze (2 Sam 22,5; Sal 42,8; Sal 69, 2-3).

 

Lo possiamo

La risposta dei due fratelli è pronta e dimostra la loro totale disponibilità, anche se all’interno della loro ottusa visione della messianicità; la precisazione di Gesù giunge sicura e inequivocabile, infatti ognuno dei due condividerà la Passione del Maestro: Giacomo subirà il martirio sotto Erode Agrippa I (At 12,2) e Giovanni morirà in tarda età durante il suo esilio a Efeso (un documento tardivo ci riferisce che sia morto martire). Bisogna anche dire che le parole di Gesù non vanno intese in un senso ristretto ma occorre considerare tutte le prove e le persecuzioni che i due fratelli subirono per amore del loro Signore.

 

è per coloro per i quali è stato preparato

Gesù, rifiutando di accettare la richiesta di Giacomo e Giovanni e rimettendo ogni decisione al Padre, viene ad affermare che la concessione della gloria nel regno celeste non può essere concepita come un diritto per l’uomo e come un dovere per Dio, ma come una libera donazione, che Dio fa secondo la sua infinita sapienza, giustizia e liberalità, senza mai farsi vincere in generosità e senza venir meno mai alle sue promesse. Inoltre il passivo esprime l’azione divina, infatti è da intendersi preparato da Dio (come precisa Mt 20,23: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato).

 

gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni

La pretesa dei primi posti da parte di Giacomo e Giovanni provocò una crisi tra gli apostoli. Lo sdegno è dovuto al fatto che tutti desideravano la stessa cosa: semplicemente i due fratelli hanno anticipato tutti gli altri in una richiesta che volevano fare. Tutti i discepoli condividevano le stesse ambizioni e coltivavano una comune concezione trionfalistica del Messia. È necessario che anche noi ne prendiamo consapevolezza in modo da invocare con tutte le nostre forze la salvezza che viene dal Cristo.

 

i loro grandi esercitano su di esse il potere

Si potrebbe anche tradurre: abusano del loro potere su di esse; tuttavia lo scopo di quest’affermazione di Gesù non è di criticare il potere politico come tale, ma di far vedere ai discepoli che questo potere non potrebbe essere di esempio per loro. Le autorità costituite esercitano un potere e questo è un dato di fatto incontrovertibile. San Paolo invita a rimanere sottomessi alle autorità costituite e a pregare per i governanti perché si possa vivere nella pace (1 Tm 2,1-3).

 

Tra voi però non sarà così

Il verbo greco al futuro ha qui un valore di imperativo. Con questo detto non si condanna di aspirare ai posti di responsabilità né si insegna paradossalmente che per raggiungere tali posti bisogna farsi servi e schiavi di tutti, ma più semplicemente si vuol dire che nell’ambito della comunità cristiana i chiamati al comando devono adempiere al loro mandato con spirito di servizio, facendosi tutto a tutti e guardando solo al bene degli altri. Il Signore Gesù prova a far comprendere ai suoi discepoli la chiamata che hanno ricevuto nel seguirlo, non guardando ai deliri di onnipotenza dei grandi di questo mondo ma all’impotenza del Figlio che manifesta nella sua umanità crocifissa la potenza del Padre. C’è un invito ad agere contra ovvero a fare il contrario di quello che naturalmente desideriamo fare, di modo che attraverso il bene possiamo contrastare il male presente dentro di noi e che vuole riversarsi sugli altri. Quindi se facciamo la gara per i primi posti e perseguire gli intimi desideri di grandezza, sempre a scapito degli altri, siamo invitati dal Maestro a percorrere il suo cammino di discesa verso l’abisso del nostro male perché possiamo ottenere guarigione e salvezza.

 

ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.

Questo detto è riferito anche in un altro contesto (9,35), dove i discepoli discutevano per la via chi di loro fosse il più grande. Gesù capovolge l’ordinaria gerarchia dei valori, riponendo la vera grandezza dell’uomo non nel comando o nell’autorità sugli altri, ma nello spirito di disponibilità e di servizio verso i fratelli e le sorelle.

 

Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti.

L’esempio personale di Gesù si presenta come prova di quanto insegnato prima e allo stesso tempo come norma per tutti coloro che vogliono seguirlo. Egli non soltanto è venuto per farsi servo di tutti, ma ha dimostrato questa sua volontà facendosi effettivamente servo (Gv 13,12-16) e particolarmente dando la propria vita in riscatto per molti. Quest’ultima frase, benché non riferisca alla lettera nessun testo dell’A.T., esprime un pensiero che è proprio di Is 53, dove si canta la morte del Servo sofferente per la salvezza di tutte le genti

Dare la propria vita è offrirsi spontaneamente alla morte. Riscatto traduce la parola lytron, che indicava il prezzo sborsato per il riscatto di uno schiavo; ma già nell’A.T. il termine assunse un altro significato: fu riferito all’intervento di Dio per la liberazione (redenzione) d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Gesù riscattò gli uomini dalla schiavitù del peccato con il prezzo del suo sangue. La sua morte però non va intesa come prezzo pagato a Dio per placare la sua ira, e tanto meno a Satana per dovere di giustizia, in quanto l’uomo era suo schiavo. Gesù verso il sangue in piena adesione alla volontà del Padre celeste, per testimoniare la sua bontà e misericordia: nonostante l’infedeltà degli uomini egli adempì le promesse fatte ai patriarchi e ai profeti.

L’espressione per molti indica come Gesù muore a favore della moltitudine degli uomini, come il Servo di Isaia muore per l’insieme del popolo. Gesù ha pagato per tutti, non nel senso di sostituzione, ma per amore sommo e gratuito verso tutto il popolo di Dio, conforme al progetto salvifico del Padre.

La regola dell’umiltà, proposta da Gesù dopo il secondo annuncio della passione (9,35b), qui è trasformata in statuto: chi esercita l’autorità deve porsi a servizio dei fratelli. Forse questo episodio rispecchi una situazione di conflittualità nella Chiesa per la ricerca di privilegi e di cariche da parte di alcuni fedeli. La sequela di Gesù implica la disponibilità a servire i fratelli, sino al dono della vita, a sua imitazione.

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