XXXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Ascolta per amare Dio e il prossimo

XXXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Chiediamo al Signore Dio, uno e trino, di assisterci e illuminarci in questo tempo di ascolto della Parola, attraverso la preghiera di colletta prevista per questa domenica:

O Padre, tu sei l'unico Signore
e non c'è altro dio all'infuori di te:
donaci la grazia dell'ascolto,
perché i cuori, i sensi e le menti
si aprano al comandamento dell'amore.

Prima di commentare il vangelo di questa domenica è necessario inquadrare il contesto dentro cui è collocato. Lasciata Gerico, Gesù entra trionfalmente a Gerusalemme, accolto da una folla festante. Quindi si reca al tempio e scaccia i venditori; questo episodio si trova in mezzo a quello del fico sterile che, maledetto da Gesù, si seccò. Da questo momento inizia un’aspra polemica con le autorità religiose: i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani contestano la sua autorità; farisei ed erodiani lo mettono alla prova sulla liceità del tributo a Cesare; i sadducei lo interrogano sulla risurrezione dei morti; da ultimo

si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?»

Benché collocato nel gruppo delle dispute, il presente brano ha più l’andamento di un dialogo tra maestro e discepolo, come dovevano essercene tanti al tempo di Gesù. L’evangelista Marco presenta lo scriba come una persona pia, mossa da un desiderio sincero di conoscenza. Al contrario, Matteo e Luca, attribuiscono allo scriba l’intenzione malevola di voler mettere alla prova Gesù, inoltre omettono l’inizio dello Shemà e la risposta entusiasta dello scriba. La distinzione tra i comandamenti più importanti da quelli secondari costituiva un problema serio per ogni ebreo. I rabbini di allora distinguevano 248 comandamenti e 365 divieti, a loro volta distinti tra gravi e leggeri, grandi e piccoli. Non era facile orientarsi nella prassi quotidiana in tale selva precettistica. Di qui la domanda che si ponevano un po’ tutti e che tendeva a stabilire una certa graduatoria di valore non semplicemente dottrinale.

 Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 

 Ogni israelita sapeva a memoria le parole di Deuteronomio (6,4-5) citate da Gesù, perché formavano l’inizio dello Shemà Israel, recitato due volte al giorno. La formula l’unico Signore vuole anzitutto affermare che il Dio d’Israele non può essere diviso. Questa professione di monoteismo ha un riflesso morale: implica un culto e un amore esclusivo e totale. Il precetto dell’amore di Dio si basa sulla fede nella sua unica e assoluta divinità. Secondo Dt 6,5 il Signore è il Dio che ama il suo popolo, quindi che non si deve solo temere ma amare: questo è qualcosa che probabilmente non si era mai osato prima. Nessun altro libro dell’Antico Testamento è così impregnato del senso religioso dell’amor di Dio, che porta il Deuteronomio alle soglie della rivelazione del Nuovo Testamento. Questo amore verso Dio si esprime nell’impegno totale da parte dell’uomo, ad analogia di come il Signore ama il suo popolo.

Amarlo con tutto il cuore, con tutto il proprio essere. Il cuore indica il centro della persona, delle sue qualità razionali ed emozionali, da cui scaturisce ogni azione. Dio accetta di non essere amato, ma non di essere secondo. Non sarebbe Dio. Lui è il primo e l’unico, il Signore. Nessun altro desiderio all’infuori di lui, che solo sazia la fame dell’uomo.

Amarlo con tutta l’anima, con tutta la propria vita. L’anima designa tutta la persona, vivificata dallo spirito vitale.

Amarlo con tutta la mente, con tutta la conoscenza. La mente si riferisce all’aspetto razionale della persona, cioè alle forze intellettive dell’essere umano.

Amarlo con tutta la forza, con tutto quello che ognuno possiede. La forza indica tutte le qualità personali e i mezzi esterni da usare tanto quanto serve per amare il Signore.

L’amore di Dio rappresentava il comandamento principale della Legge. Da questa verità basilare scaturisce il comandamento dell’amore verso il prossimo. L’amore di Dio non va disgiunto dall’amore del prossimo, perché l’uomo è stato creato a sua immagine.

 Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso.

 L’importanza dell’amore del prossimo era riconosciuta comunemente da tutti, almeno in teoria. La novità dell’insegnamento cristiano sta prima di tutto nell’intendere per prossimo non solo il connazionale (cfr. Lv 19,18) o lo straniero dimorante in Palestina (cfr. Lv 19,33-34) ma qualunque uomo, nemici compresi (cfr. Mt 5,38-47); e poi nell’unire inseparabilmente i due precetti come due aspetti di un medesimo amore, perno e sintesi di tutta la pratica religiosa. Bisogna anche dire che non si può osservare il primo comandamento se non vivendo nel secondo: se l’amore di Dio diventa concreto e visibile soltanto nella pratica dell’amore del prossimo, tutto dipende pur sempre dal riconoscimento che questo è veramente possibile solo a partire da quello. L’amore di Dio si esprime e si attua nell’amore del prossimo.

Il prossimo non va amato di amore assoluto; sarebbe farne un dio, mentre è un uomo. L’altro si ama in verità se lo si aiuta a diventare se stesso, raggiungendo il fine per cui è stato creato, che è appunto quello di amare Dio sopra ogni cosa. Amare se stessi perché amati da Dio è somma sapienza e principio di ogni buona azione. Come possiamo odiarci se Dio ci ama; e come possiamo amare l’altro se odiamo noi stessi?

Non c'è altro comandamento più importante di questi.

L’insistenza della Chiesa primitiva sul comandamento dell’amore come pieno compimento della Legge (Rm 13,10; Gal 5,14) derivò dall’insegnamento di Gesù e dal suo esempio di dedizione totale, sino al dono della propria vita per la salvezza dell’umanità. Egli ha rivelato il vero amore di Dio e lo ha reso accessibile al credente. Questi, unito a Cristo, può sperimentare la bellezza del regno e vivere in anticipo e quotidianamente la gioia di una vita fraterna con il prossimo, ispirata al suo esempio.

 vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici

 Lo scriba dimostra di aver compreso bene il pensiero di Gesù non tanto riassumendo le sue parole, quanto facendo questa affermazione, secondo la quale l’amare Dio e il prossimo, come insegnato da Gesù, costituisce la migliore forma di religione, superiore agli stessi atti di culto compiuti nel tempio. In questo senso si erano già espressi i profeti: Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici quanto l'obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti (1 Sam 15,22); poiché voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti. (Os 6,6).

La Legge non può più essere per l’uomo lo strumento col quale egli si mette in regola con Dio e grazie al quale crede di poter rivendicare qualcosa da lui. Invece, egli si trova di fronte a Dio come uno che, sì, non è mai arrivato al traguardo (chi nel campo dell’amore fosse giunto al traguardo, sarebbe già fuori dell’amore), ma pure non dubita minimamente di quell’amore che non è mai compiuto, ed anzi ha la consolazione di sapersi amato da Dio e di vivere della realtà di quest’amore che si accresce sempre più.

Per bocca dello scriba risuona la dottrina cristiana della preminenza dell’amore e la critica per le usanze cultuali giudaiche, insignificanti per il cristiano, consapevole dell’efficacia della morte di Gesù.

 Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».

Gesù lodò lo scriba perché nel suo cuore agivano già le forze nuove del regno di Dio. Anche i farisei potevano accogliere l’insegnamento di Gesù, incentrato sul comandamento dell’amore, aprendosi al suo messaggio di salvezza, come aveva fatto lo scriba, senza per questo dover rinnegare la Legge mosaica. Il regno di Dio è una realtà vicina e nello stesso tempo già presente e operante, anche se invisibile. È già giunto per il fatto che il Cristo è venuto ed ha iniziato il suo ministero; ma in un certo senso è vicino, perché non ancora riconosciuto e accettato dalla maggioranza degli uomini.

In altre parole Dio si è avvicinato agli uomini e fa sentire la sua presenza nell’opera salvifica di Gesù; ma spetta agli uomini rispondere alla chiamata e sottomettersi docilmente alla sua sovranità, mettendo in pratica il comandamento dell’amore così come si dirà chiaramente in Gv 13,34: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Lo scriba ha dimostrato di essere sulla strada giusta per entrare a far parte del regno di Dio perché, libero da preconcetti, ha saputo avvicinarsi a Gesù con rettitudine di cuore. Non è lontano, ma, per entrarvi, gli manca una cosa: amare Gesù, il Signore che si è fatto vicino.

Impariamo cos’è l’amore dal Signore stesso, che ha gioito del bene nostro più che del suo, ha stimato noi più di sé, ha posto la propria vita a nostro servizio. Questo comando ci fa capire chi è lui: è colui che è da amare perché è l’amore. Anzi è come se Dio ci dicesse: “Ti prego, amami!”.

Il senso della nostra vita consiste nell’amare Dio e unirci a lui, diventando per grazia ciò che lui è per natura. L’amore per lui è via alla divinizzazione: uno diventa ciò che ama. Dio non solo è padre e madre, amore rispettivamente necessario che dà la vita e libero che non la soffoca; è anche sposo, al quale aderire formando con lui un’unità pur nella distinzione. Amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi non è più soltanto una nuova sintesi morale, il comandamento più importante o il principio etico di gradi superiore, ma è la nuova possibilità offerta all’uomo qui e ora nell’incontro con colui che rende visibile e accessibile l’amore di Dio. In Gesù amare Dio e il prossimo è un dono, un dinamismo immesso in colui che si apre alla fede.

 E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Gesù vuole essere interrogato da ognuno di noi per mostrarsi come la pace del nostro cuore, l’amore della nostra vita, il Signore della nostra mente, l’alimento della nostra forza.

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