II DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA – ANNO C

«Mio signore e mio Dio»

Lectio divina sulla Parola della II DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA – ANNO C

Eccoci alla II Domenica di Pasqua e con essa chiudiamo l’Ottava, per sottolineare l’importanza di quell’evento che non può essere rinchiuso all’interno di una singola giornata. I vangeli di questi giorni continuano a parlarci della risurrezione di Gesù e farci rileggere quest’esperienza sotto diverse prospettive. È un evento talmente importante e decisivo che da esso scaturisce tutto l’anno liturgico. I vangeli stessi trovano il loro nucleo originario nei racconti della passione, morte e risurrezione di Gesù. Lasciamoci introdurre al ricco e articolato vangelo di questa domenica dalla preghiera di Colletta:

O Padre di misericordia,
che in questo giorno santo raduni il tuo popolo
per celebrare il memoriale
del Signore morto e risorto,
effondi il tuo Spirito sulla Chiesa
perché rechi a tutti gli uomini
l’annuncio della salvezza e della pace.

Il brano che a breve leggeremo tratta di due successive apparizioni: quella ai discepoli, testimoni privilegiati, con l’ostensione delle ferite e il dono dello Spirito in ordine ai poteri per la missione; quella particolare per lo scettico Tommaso e l’incontro con il Risorto. La missione sta al centro del primo episodio, in concordanza con i sinottici, dove la missione viene pure data agli apostoli dal Signore risorto. “Dal dubbio alla fede” è invece il tema del secondo con ammonimento a credere senza vedere attraverso la mediazione dell’annuncio autorevole dei testimoni. Adesso prepariamo il cuore per ascoltare il brano evangelico:

La 19sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Adesso, come sempre, passiamo in rassegna i singoli versetti.

il primo della settimana

Molti esegeti vi vedono già affermato l’uso liturgico della celebrazione eucaristica il primo giorno della settimana, che si fondava proprio sul fatto della risurrezione di Gesù in quel giorno. Cristo è sentito presente tra i discepoli riuniti alla sera del primo giorno della settimana.

mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo

Lo scopo di questo particolare è quello di dimostrare il nuovo stato di Gesù risorto, che non è soggetto alle leggi normali dei corpi. Il Cristo risorto viene e si ferma in mezzo ai suoi che non cesserà di accompagnare e di guidare (cfr. 14,3.18-18; 16,16).

Pace a voi!

È il saluto ebraico che qui però acquista un carattere nuovo di compimento messianico-salvifico con la morte-risurrezione di Gesù. Nella Bibbia la pace è pienezza di vita (cfr. 1 Re 5,26), il dono messianico per eccellenza (Is 9,5-6; Mic 5,4). In Gv la pace è sempre legata alla persona di Cristo e alla sua presenza (14,27; 16,33; 20,19.21.26).

mostrò loro le mani e il fianco

Si tratta dei segni della crocifissione. L’ostensione ha lo scopo di dimostrare che il Risorto è il Crocifisso (cfr. Lc 24,39). Il Signore glorioso della Chiesa non è altri che il Gesù crocifisso. Più che le mani erano stati trapassati i polsi. Ma qui viene usato un linguaggio familiare senza preoccupazioni di precisioni anatomiche.

E i discepoli gioirono al vedere il Signore

L’incontro con Cristo risorto è la sorgente della gioia (cfr. 15,11; 16,20-24; 17,13; Mt 28,8; Lc 24,41.52). Si realizza così quello che Gesù aveva preannunciato nei discorsi di addio (16,22).

Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi

I discepoli continuano nel mondo e per il mondo (17,18) la stessa missione di Gesù, perché sono stati amati da lui come lui dal Padre (15,9). Solo dopo l’esperienza dell’amore supremo e della suprema vittoria dell’amore era possibile la missione.

soffiò

Il verbo greco richiama la prima creazione dell’uomo (Gen 2,7) e suggerisce che si tratta di una nuova creazione, di una vera risurrezione (Ez 37,9; Rm 4,17). Soffio, vento, alito possono esser sinonimi dello Spirito, tanto nella lingua ebraica quanto in quella greca. Il dono dello Spirito da parte di Gesù ai suoi discepoli è descritto come il dono della vita che Dio comunicò all’uomo nelle sue origini. Ora, infatti, siamo all’origine di una nuova umanità, siamo di fronte a una nuova creazione. Questo gesto simbolico esprime il dono dello Spirito, ovvero la forza di salvezza che i discepoli manifesteranno ormai in comunione con Gesù (cfr. 15,26-27; 17,17-19).

Ricevete lo Spirito Santo

Da taluni questo breve episodio viene chiamato “la pentecoste giovannea”. Però qui si tratta della trasmissione dello Spirito per una missione particolare, mentre nella Pentecoste, com’è descritta in At 2, è la discesa dello Spirito su tutto il popolo di Dio, che ne viene trasformato in comunità escatologica di salvezza. Lo Spirito Santo viene dato dopo che Gesù è stato glorificato (7,39). Il dono dello Spirito è comunicato come potere contro il peccato.

A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati

Il potere di perdonare o non perdonare i peccati è espresso in forma simile in Mt 16,19 e 18,18, dove è usata la forma più giuridica di legare e sciogliere, mentre qui la formula è kerygmatica. I discepoli rimetteranno o non rimetteranno i peccati nella misura in cui essi prolungheranno la missione di Gesù nel mondo.

La terza persona plurale (perdonati) è una circonlocuzione per evitare il nome di Dio. È Dio che perdona o non perdona. A proposito di queste parole di Gesù si pongono due problemi:

a chi viene dato il potere?
A che cosa si riferisce?
Al primo problema vengono date due risposte diverse: chi afferma che il potere sarebbe dato a tutta la Chiesa, rappresentata dagli apostoli; chi invece sostiene che il potere viene dato al solo gruppo apostolico degli undici (e ai loro successori). Che ci sia una distinzione di poteri e di missione tra i fedeli e gli apostoli lo si può dedurre da 17,20 e dal contesto immediatamente precedente e seguente di 20,22, dove si parla sempre del gruppo apostolico. È difficile però decidere se l’evangelista lo consideri un gruppo storico oppure simbolo di tutti i credenti. La risposta della tradizione va nel senso di poteri speciali dati agli apostoli e successori, anche se questo potere va visto all’interno della comunità ecclesiale.

Sul secondo problema, la diversità delle risposte è ancora maggiore: chi pensa al battesimo (potere di accogliere o respingere chi chiede il battesimo), chi alla predicazione del vangelo con potere di perdonare i peccati (cfr. 15,3) e chi al sacramento della penitenza (così anche il Concilio di Trento). Non dobbiamo certo proiettare sul testo lo sviluppo teologico della tradizione ecclesiale e le controversie teologiche. Nei sinottici la missione, data dal Signore risorto agli apostoli è quella di predicare e battezzare. Qui, in Gv, l’espressione è più generica e generale: il potere di perdonare o meno i peccati. È quindi un’espressione più ampia, che indica il potere di perdonare i peccati nella Chiesa come comunità di salvezza, di cui sono particolarmente muniti coloro che partecipano per successione e missione al carisma apostolico. In questo potere generale è certo incluso anche il potere di perdonare i peccati dopo il battesimo, quello che noi chiamiamo “sacramento della penitenza” e che ha avuto nel corso della storia della Chiesa diverse forme.

La tradizione cattolica e ortodossa pensano che il potere di rimettere i peccati è affidato ai membri del collegio apostolico a cui è affidato, in comunione con Gesù, l’incarico pastorale (21,15-17). Secondo la tradizione delle Chiese riformate, questo potere e questo incarico pastorale sono affidati a tutti i discepoli, cioè ai credenti di tutti i tempi (17,20), e non a Pietro in particolare (Mt 16,19) o a un qualunque ordine sacerdotale (Lc 24,48); all’ascolto della loro testimonianza, gli uomini crederanno (i loro peccati saranno perdonati) o si scandalizzeranno (si giudicheranno da se stessi, i loro peccati resteranno non rimessi).

Tommaso, uno dei Dodici

Tommaso è uno dei protagonisti del Quarto vangelo, segno della venerazione di cui era circondato, soprattutto in ambiente siriano. Uno dei dodici è ormai una frase stereotipata (cfr. 6,71), perché in realtà erano in undici.

Abbiamo visto il Signore!

È l’annuncio ufficiale da parte dei testimoni oculari (cfr. la somiglianza con quello della Maddalena al v. 18), del gruppo apostolico. La risurrezione è un avvenimento strettamente soprannaturale: è non è per nulla strano che non tutti i discepoli ne fossero convinti. Matteo ci ha trasmesso una notizia molto significativa: “alcuni dubitavano” (Mt 28,17). Gv ci presenta un esempio concreto, quello di Tommaso, che diviene il paradigma di colui che esige prove evidenti per credere.

Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo

Tommaso rappresenta colui che pretende di vedere per credere; però è disposto a credere. Non vuol credere però attraverso la mediazione dei testimoni qualificati. Sta quindi fra coloro che vengono stigmatizzati da Gesù in 4,48: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”.

Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!

Gesù sfida Tommaso con le sue stesse parole allo scopo che da incredulo diventi credente. È evidente la punta apologetica del racconto. L’invito a passare dall’incredulità alla fede è rivolto a tutti coloro che fossero come Tommaso; e coloro che vi arrivano senza la visione e l’esperienza diretta, ma attraverso la testimonianza, vengono dichiarati beati.

Mio Signore e mio Dio!

È la professione di fede cristologica più alta di tutto il vangelo, e corrisponde alla solenne proclamazione del v.1 del Prologo. Lo sfondo su cui proiettare questa proclamazione solenne è quello biblico dell’A.T., in cui Signore e Dio corrisponde rispettivamente a Jahve ed Elohim. Il Sal 35,23: mio Dio e Signore collima quasi alla lettera alla proclamazione cristologica di Tommaso. Ed è questa una tecnica usata dagli autori del N.T. per confessare la divinità di Gesù in ambiente giudaico: applicare a Gesù testi che nell’A.T. riguardano Dio. La professione di fede nella divinità di Gesù è esplicita e diretta. Forse abbiamo l’eco di una acclamazione liturgica.

Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

È un riconoscimento con un implicito rimprovero. Beati è il macarismo della fede senza la visione. Il contrasto non è tra visione e fede, quasi l’autentica fede debba essere senza la visione, ma tra il vedere e il non vedere. Quindi la beatitudine è per la fede (anche di Tommaso), una fede cui si deve arrivare però senza le pretese di Tommaso. E sono i futuri credenti, che crederanno attraverso la mediazione delle parole dei primi testimoni ufficiali; è per questa fede che i cristiani entrano in comunione profonda con Cristo risorto (17,20).

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro.

È evidente l’aspetto apologetico di questo particolare. Gesù fece i suoi segni davanti a dei testimoni oculari qualificati (sarebbero i miracoli narrati nel libro dei segni). Ma, secondo Gv 2,18-19 il segno supremo di Gesù è la sua morte-risurrezione, che relativizza l’importanza degli altri segni.

Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Perché crediate: si tratta soprattutto del progresso nella fede di coloro che appartengono già alla comunità dei credenti; ma un intento missionario resta possibile.

Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio: è la professione di fede cristologica che riflette un originale ambiente giudaico (il Cristo-Messia), trasposto in ambiente ellenistico (il Figlio di Dio). Che sia una professione di fede piena e non solo messianica lo dimostra 11,27.

Lo scopo finale del vangelo è soteriologico. La salvezza, però, non viene donata all’uomo se non mediante Cristo (nel suo nome). Questa conclusione generale costituisce una preziosa chiave ermeneutica per leggere il vangelo nella prospettiva dello stesso evangelista. Il Quarto vangelo è l’unico che ha una finale, dove esprime chiaramente il suo scopo (cfr. Lc 1,1-4, nel prologo).

La fede si concentra soprattutto su Gesù, riconosciuto nella sua condizione di Figlio di Dio e nella sua missione di Messia; egli dà a coloro che veramente credono la vita eterna in comunione con lui (cfr. 1,12-16; 3,16).

Alla luce di queste parole conclusive deve essere letto tutto il vangelo. Esse sono la chiave per comprenderlo. Ci dicono che i segni compiuti da Gesù devono portare alla fede, a scoprire in Gesù il Messia, e, più ancora, il Figlio di Dio, perché chi si accosta così a Gesù, ha la vita eterna.

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