I giovani della GiFra stanno riflettendo sulle varie dimensioni dell'amore facendosi accompagnare dal famoso trattato di C.S. Lewis, "I quattro amori". Lewis, mette in risalto come nell’animo umano si trovano: l’affetto, l’amicizia, l’eros e la carità. Ognuno di questi ha una forma e si eleva sulla base di un amore più basico. La forma di uno sarà il fondamento del successivo, e così via. Nell'articolo che segue, Tommaso ci insegna come l'affetto sia la forma di amore che sta alla base.

«Ama e fa' ciò che vuoi»

Tommaso Loiacono

Abbiamo desiderato le cose più grandi nella nostra vita. Le gioie più forti, i ricordi più intensi. Abbiamo desiderato di continuare ad esistere, e come ogni uomo abbiamo desiderato di superare la morte. Se è vero che alla fine, di noi, su questa terra non rimarrà altro che l’amore che abbiamo dato e l’amore che abbiamo ricevuto, e se è vero che Dio è amore, il nostro amare ed essere amati è segno di Dio che passa nel mondo e lo trasforma.
Ed è tutto quello che conta.
L’amore va allora accolto e compreso, sviscerato e riconosciuto nelle sue diverse forme, per non rischiare di confonderlo e di appiattirlo rispetto alla molteplicità con cui si presenta. Il nostro cammino di Gifrini ci chiede di imparare a distinguere che Dio è amore, ma l’amore non può essere il nostro Dio.
La Chiesa insegna che esistono diverse forme d’amore: l’amicizia (Philia), che lega coloro che si somigliano negli interessi e nelle inclinazioni; l’amore erotico (Eros), che lega i corpi e le carni; l’amore gratuito (Agape), il dono disinteressato di chi ama fino in fondo.
Vi è però forse un amore più umile, un amore che nasce dal basso, dal regno animale, che accomuna tutto ciò che è vivente. L’affetto, l’amore per ciò che ci è familiare, per quanto sia diverso e lontano da noi.
 
L’affetto non si dà arie. Si può essere orgogliosi di «essere innamorati», o di un’amicizia; l’affetto, al contrario, è modesto, quasi furtivo e schivo.
 
L’affetto è un tipo di amore che affonda le sue radici nell'istintività, che non si può volontariamente dirigere, ma si può quantomeno “domare” ed educare. È un amore che contraddistingue una fraternità, nella misura in cui i suoi componenti hanno la possibilità di condividere il tempo assieme e frequentarsi. Sono le carezze di chi ci vuole bene e gli abbracci delle persone con cui condividiamo le nostre giornate.
È un amore silenzioso, che alle grandi manifestazioni preferisce una cura fatta di gesti piccoli e “quasi scontati”. Un amore fatto per la quotidianità, quando i grandi proclami dell’amore gratuito e le passioni dell’amore erotico lasciano spazio alla semplicità di una giornata assieme, senza grosse pretese, nel godersi la gioia della presenza di chi abbiamo vicino.
È un amore che attraversa e contamina per questo tutte le altre forme d’amore che la Chiesa ci ricorda, e ad esse si lega indissolubilmente, per non farci vacillare quando la nostra fedeltà viene a mancare o quando le spigolosità dell’altro ci risultano troppo dolorose.
 
È un amore che, come tutte le forme d’amore, non può bastare a se stesso, se non lo rivolgiamo verso l’alto e non gli diamo una direzione. Vivere d’affetto non è la soluzione ultima per le nostre vite, ma una pericolosa gabbia che rischia di soffocarci e di soffocare chi ci sta attorno, se non sappiamo alzare lo sguardo verso il Signore, che con sguardo amorevole ci mostra il vero affetto: l’amore di chi si mette da parte e lascia vivere l’altro, gode nel suo veder spiccare il volo.
Un amore di madre così grande, solo Dio può mostrarcelo.

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