Amare di più

Sofia e Margherita

Si sente spesso parlare di carità in giro, ma scommettiamo che quasi tutti, appena sentono o leggono questa parola, vedono dipinta nella loro mente la figura di un povero senzatetto a cui qualche anima pia allunga una mano in segno di aiuto.
Effettivamente, per quanto sia un concetto stereotipato, non è erroneo: il povero è colui che per eccellenza incarna la fragilità, la vulnerabilità, ma non solo. A volte, infatti, viene d'istinto da vederlo come qualcosa di scomodo, di ripugnante se non di bell'aspetto o sporco. Qualcosa di difficile accettazione.
Chi aiuta questo povero apparentemente non fa niente di eclatante, mette in atto un "semplice" gesto di carità.
Si da il caso, però, che ciò non sia solamente un gesto, ma la vera e propria accettazione di questo lato considerato difficilmente accettabile di quella persona.
Questa immagine introduce bene quindi il concetto di agape, ossia quell'amore che ci porta ad accettare tutto di chi ci sta di fronte, specie le sue debolezze e lati negativi. Non a passarci sopra, attenzione! Accettare significa accogliere.
L’amore agapico è un amore di comunione che integra le altre tre forme di amore precedente viste (affetto, amicizia, eros) e apre all’eternità. È l’amore di benevolenza: guarda all’altro come un bene in sé e cerca il bene dell’altro senza pensare a sé stesso; non desidera l’altro come un bene, ma desidera ciò che è un bene per l’altro. È l’amore dono ed è più forte della morte, permette di dire all’altro: “tu non morirai”.
Le altre tre forme di amore non devono, tuttavia, essere trascurate illudendoci che così riusciremo ad amare meglio Dio; semplicemente bisogna riconoscere che esse non sono la forma di amore primaria, ma è sbagliato pensare che, poiché non sono eterne e possono portare sofferenza, allora si debba amare solo Dio che invece è sempre con noi e non ci fa del male. Non esiste un investimento sicuro, amare significa in ogni caso essere vulnerabili: non ci avviciniamo di più a Dio cercando di evitare le sofferenze dell’amore, ma accettandole e offrendole a Lui.
Ad esempio, in un rapporto di coppia, ci sono due componenti: l’amore erotico, in cui il desiderio è concentrato su di sé, e l'amore agapico, in cui il desiderio è quello di esserci per l’altro, e queste due componenti si intrecciano continuamente e sono complementari. Nell’enciclica “Deus Caritas est” Benedetto XVI insegna, infatti, a non attribuire all’eros una connotazione negativa e all’agape una positiva, ma a considerare questi due desideri come entrambi importanti e imprescindibili, e ricorda poi che l’eros considerato come unica possibilità di amore diventa esperienza degradante.
Possiamo dire quindi che affetto, amicizia ed eros sono degli strumenti con i quali giungere al fine che è l’amore agapico, la carità, la forma di amore più alto alla quale siamo chiamati e con la quale siamo amati da Dio.
Trattando questo tema abbiamo scoperto un fatto molto interessante: si dice sia più facile ricevere che dare, ma in realtà abbiamo notato che è spesso vero anche il contrario. La prova lampante si è concretizzata col nostro piccolo esperimento di bendare i presenti, inconsci di quel che stava per succedere, e poi, a sorpresa, abbracciarli: non solo c'è stato chi ha ricambiato dopo un tempo più o meno lungo, ma anche chi non si è mosso di un millimetro. Questo può farci capire come tutti noi, in un modo o nell'altro, ci ritroviamo a non sapere come porci davanti a qualcuno che è lì per accoglierci così come siamo. Noi per prime spesso e volentieri pensiamo possa esserci dietro qualche fregatura! Sembra troppo bello per crederci, no?
E dare? Eh dare, dare... ma chi ha tempo? O meglio ancora, chi ha voglia? Pare facile a dirsi, ma è molto più semplice a volte non riflettere sul vero senso dell'accettazione dell'altro, confondendola con la sua sopportazione.
Dare amore agapico e ricevere amore agapico sono due facce della stessa medaglia equamente complesse.
E pensare che stiamo solo parlando di rapporti tra persone!
Pensiamo se dovessimo addentrarci nel complicato mondo del rapporto con Dio...
A questo proposito ci sono venuti in aiuto due versetti del Vangelo:
"Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo." (Lc 14, 26)
"Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri." (Gv 13, 34)
E come possono schiarirci le idee due brani che dicono due cose apparentemente opposte?
Beh, è semplice (per Lui).
Riflettendo tutti insieme abbiamo compreso che in questo senso Dio non vuole essere secondo a nessuno. Posto che "odiare" non è inteso nelle Scritture col senso che vi attribuiamo ai giorni nostri, Dio è preciso nella sua richiesta: o prima ci sono io, o non sei mio discepolo. Interessante è, però, notare come non ci dica mai “amatemi”, ma “amatevi come io vi ho amato”. Sembrerebbe quindi una contraddizione: metterlo al primo posto, ma amare gli altri come Lui ci ha amato, con un amore così grande…
Guardando più in là, in realtà, possiamo scorgere il vero senso dell'accostamento di questi due versetti: per essere discepoli dobbiamo mettere Lui al primo posto, ed è proprio facendo ciò e accogliendo il Suo amore che riusciremo a riversare questo stesso amore sugli altri e quindi ad amarci gli uni gli altri come Egli ci ha insegnato. Non seguendo questo invito gli altri diventerebbero i nostri idoli, mentre noi siamo, invece, chiamati a vedere negli altri il volto di Dio.

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