Le prime due espressioni utilizzate da San Paolo in 1Cor 13,4-7 per descrivere l’amore sono le uniche “attive”, magnanimità e benevolenza. Tutti gli altri attributi sono al negativo (non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglo, non…, non…, non…).

Magnanimità

La prima espressione utilizzata è macrothymei. La vecchia traduzione della Bibbia CEI scriveva Pazienza. Molto meglio la nuova traduzione infatti il termine greco significa esattamente grandezza di cuore. Il senso che si coglie nell’AT è quello di misericordia, più precisamente traduce l’espressione «lento all’ira» (Es 34,6; Nm 14,18). La magnanimità è una condizione dinamica, attiva. Potremmo dire che non è semplicemente un cuore che è largo ma che è predisposto ad allargarsi, perché davanti ad una difficoltà sa guardare oltre. Capacità di ricordarsi e di guardare tutto l’insieme o l’orizzonte, piuttosto che i particolari. «si mostra quando la persona non si lascia guidare dagli impulsi e evita di aggredire» (Amoris Laetitia n. 91).

 

Sapienza 11,21-23

21Prevalere con la forza ti è sempre possibile;
chi si opporrà alla potenza del tuo braccio?
22Tutto il mondo, infatti, davanti a te è come polvere sulla bilancia,
come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.
Bontà e compassione di Dio
23Hai compassione di tutti, perché tutto puoi,
chiudi gli occhi sui peccati degli uomini,
aspettando il loro pentimento.
(Cfr. Sap 12,2.15-18)

 

Così come Dio guarda sempre il bene e la capacità di bene che è dentro di noi (chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento), Il magnanimo è sempre orientato dalle cose che contano. Per questo è un atteggiamento costruttivo nei confronti dell’altro. Non solo. Essere magnanimi significa intuire la grandezza del progetto di Dio nell’altro e nella coppia, e lasciargli spazio nel proprio cuore.

 

Amoris Laetitia n. 89-92

«Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia. Per questo la Parola di Dio ci esorta: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31). Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato».

 

Benevolenza

La parola chresteuetai, unica in tutta la Bibbia, deriva da chrestos, significa persona buona, che mostra la sua bontà nelle azioni. Non indica la bontà come situazione ma una bontà, un bene, che si è capace di riconoscere o di “tirare fuori”. Possiamo intendere che l’amore è capace di valorizzare tutto, di volgere al bene qualsiasi cosa. La benevolenza è la capacità di orientare al bene le cose.

 


Booz e Rut

La prima coppia della Bibbia che ci accompagna in questo nostro percorso di approfondimento delle qualità dell’amore-carità è Booz e Rut, anche se prima di questa coppia troviamo espressioni fortissime di magnanimità e benevolenza nel rapporto della coppia Ruth e sua suocera Noemi.

Il libro di Ruth è un testo, molto breve, dove il nome di Dio viene pronunziato poche volte e dove Dio non parla mai esplicitamente. Racconta una vicenda familiare semplice, dove Dio manifesta la sua tenerezza per l’umanità ferita.

1. Le “ferite”

Il libro si apre offrendoci lo spaccato di un vissuto drammatico e chiuso alla speranza. È la situazione di una famiglia dove le relazioni sono profondamente ferite dalla miseria e dalla morte. La vicenda ha inizio a Betlemme, che vuol dire casa del pane, che però, paradossalmente diventa terra della carestia. A causa di questa situazione di miseria, Elimèlech, che vuol dire il mio Dio è re, smentendo il suo nome, con la sua famiglia deve abbandonare quella terra e il Dio di quella terra e deve emigrare nella terra di Moab, e lì muore lui e i due figli, Maclon e Chilion che nel frattempo avevano sposato due ragazze moabite: Orpa e Ruth.

Nel giro di dieci anni, Noemi, che vuol dire grazia, moglie di Elimèlech, si ritrova completamente sola, vedova e in terra straniera, in situazione di povertà radicale: «Il Signore è contro di me, l’Onnipotente mi colma di dolori» (1,21), esclama, e per la situazione che vive vuole essere chiamata Mara (amarezza).

2. Il “ritorno”

Da questa situazione drammatica, dove regna sovrana la morte, però, Noemi si rialza: «Noemi si alzò e decise di ritornare… lei e le due nuore, perché aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli del pane» (1,6).
Il cammino di ritorno non è facile, di fronte alle difficoltà Orpa torna indietro, mentre Ruth, che vuol dire amica, invitata da Noemi: «Torna indietro anche tu, come tua cognata» (1,15), manifesta un amore profondo per la suocera: «Non chiedermi più d’abbandonarti, di tornare indietro» (16a); una decisione libera e definitiva: «Dove andrai tu, verrò anch’io, dove abiterai tu, abiterò anch’io» (16b); il desiderio di far parte del popolo di Noemi: «Il tuo popolo sarà il mio popolo» (16c); e la volontà decisa di convertirsi al Dio d’Israele: «Il tuo Dio sarà il mio Dio» (16d).

 

Ruth arriva a Dio attraverso un percorso umano

l’amore tra le persone è il fondamento e la misura della fede in Dio.

 

1. Le "guide" nella ricerca del pane

Il viaggio iniziato nella terra di Moab si conclude a Betlemme, casa del pane, ma come avere il pane se Noemi è priva di tutto? Guide sicure, nella ricerca del pane e del futuro, per le due vedove saranno la parola di Dio e il dialogo tra di loro.

Lasciandosi guidare dalla parola di Dio esse scoprono la strada da seguire e vanno in cerca dei propri diritti, tra questi c’è quello di andare a spigolare nei campi. L’idea di andare a spigolare viene a Ruth (2,2). Era un suo triplice diritto di povera, di vedova e di straniera (Lv 19,9-10; Dt 24,19).

Ruth casualmente si ritrova a spigolare nei campi di Booz. Anch’egli, che è detto «uomo potente e ricco (valoroso)» (2,1) si lascia determinare nelle sue decisioni, dall’amore. Egli accoglie con sguardo di predilezione Ruth fin dal primo incontro: «Di chi è questa giovane» (2,5) domanda al suo servo, ed è come se si fosse innamorato a prima vista, avendo saputo delle sue qualità. Per cui, senza imporle niente, le raccomanda di non andar via, le offre protezione, opportunità di spigolare e acqua (2,8-9).

Il motivo che spinge Booz ad accogliere Ruth con benevolenza particolare è legato alla scelta di amore che la stessa Ruth ha fatto rimanendo accanto a Noemi e ai poveri (cf. 1,16-17).

Ruth è riconosciuta come donna che sa amare ciò che la vita le presenta e le dona e che proprio attraverso la piena assunzione della sua realtà incontra la benedizione che attraverso di essa le è data.

Rut «gli disse: “Possa io trovare grazia ai tuoi occhi, o mio signore! Poiché tu mi hai consolata e hai parlato al cuore della tua serva…”» (2,13). Nella Bibbia parlare al cuore … è il linguaggio dell’amore che restaura e rinnova la vita dal di dentro. Per esempio, Dio fece uscire il popolo dall’Egitto per parlare al suo cuore (Os 2,16). Parlare al cuore aveva dunque a che vedere con rinnovamento e liberazione. Ora questo rinnovamento e questa liberazione stanno entrando nella vita di Ruth.

Nel momento stesso in cui essa sente la preghiera di Booz che le augura abbondanza, l’abbondanza comincia ad arrivare. Sente infatti la vita rinascerle dentro, sente la consolazione promessa dal profeta, sente le parole rivolte al cuore (2,13). La preghiera di Booz provica l’effetto di un nuovo orizzonte che si apre dopo un lungo cammino. Attraverso le parole di Booz è Dio stesso che restaura e rinnova l’esistenza di Ruth e di Noemi, che si china sulle relazioni umane ferite. Tornata a casa, Ruth apprende da Noemi che è capitata a spigolare da Booz che è loro parente, «È uno di quelli che hanno diritto di riscatto su di noi» (2,20). E tutte e due si rendono conto che tutto ciò non è capitato per caso, ma è dovuto a Dio che guida con misericordia e fedeltà il cammino dei suoi poveri.

6. “Sulla sua (Tua) parola...”

Da questa consapevolezza scaturisce l’azione audace concertata da due donne decisamente aperte alla speranza. Noemi pianifica tutto, Ruth comprende e con lucidità prende su di sé la responsabilità dell’azione: «Farò tutto quello che mi dici» (3,5). Senza paura, Ruth sceglie il momento del riposo, si corica ai piedi di Booz addormentato e, con chiarezza e coraggio, al suo risveglio, nel mezzo alla notte, espone la sua richiesta: secondo la legge del levirato, Booz può essere il suo riscattatore (go’el). Glielo dice con una tranquilla semplicità e Booz, acconsentendo alla sua proposta, risponde: «Io farò per te quanto mi dici. Perché tutti in città sanno che sei una donna virtuosa» (3,10-11).

Ruth sa chiedere, sì con audacia, ma anche con la libertà interiore che permette di discernere ogni dono.

Di fronte all’audacia di Ruth, cresce la generosità della risposta di Booz. Prima aveva offerto a Ruth di ciò che aveva in abbondanza… Ora egli dona se stesso e dice: «Io farò per te quanto dici» (3,11). In tal modo, Booz “potente e valoroso” si impegna a soddisfare la parola e il desiderio di una straniera.

7. “Essa partorì un figlio”: il futuro

«Così Booz prese Ruth, che divenne sua moglie. Egli si unì a lei e il Signore le accordò di concepire: essa partorì un figlio» (4,13). Il bambino che nasce a Betlemme, come figlio di Booz e Ruth è il futuro che si apre, non appartiene più solo a Booz e a Ruth. Appartiene alla grande famiglia, alla comunità del popolo. Perciò a dare il nome al bambino non è la famiglia, ma è il popolo della strada, sono le vicine (4,17).

Il nome del bambino è Obed che vuol dire servo. Egli è il vero go’el di tutti, colui che riscatta la fallimentare storia di Noemi, di Ruth, di Booz; ma anche colui che riscatta la storia futura. Obed, infatti, «fu il padre di Jesse, padre di Davide» (4,17), colui che apre la strada al messia.

 

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