Non manca di rispetto

Il verbo ἀσχημονεῖ (aschēmonei) è composto da un “alfa privativo”, che funge da negazione, e da σχῆμα (schēma). Poiché σχῆμα significa: tutte le caratteristiche proprie di una realtà, di una persona, ἀσχημονεῖ significa non tenere in considerazione il modo in cui una persona è fatta, i suoi gusti, il suo modo di vivere, la sua re­altà.

Quindi un amore che manca di rispetto (secondo la traduzione italiana) è un amore che non tiene conto dell’altro. Magari si fanno delle cose per l’altro ma non considerando quelle che sono le sue caratteris­tiche. Un esempio banale: è come regalare un bell’abito alla persona amata ma non tenendo conto della sua taglia.

Questo però significa anche altro. Rispettare le caratter­istiche della persona amata significa rispettare anche i suoi tempi e le sue capacità. Come a dire che amare è anche non fare violenza all’altro, neppure per con­durlo a migliorare. Bisogna saper attendere i tempi giusti.

Rispettare anche la libertà dell’altro.

 

Amoris Laetitia n. 99-100

Amabilità

99. Amare significa anche rendersi amabili, e qui trova senso l’espressione aschemonei. Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. La cortesia «è una scuola di sensibilità e disinteresse» che esige dalla persona che «coltivi la sua mente e i suoi sensi, che impari ad ascoltare, a parlare e in certi momenti a tacere».[107] Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore, perciò «ogni essere umano è tenuto ad essere affabile con quelli che lo circondano».[108] Ogni giorno, «entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».[109]

100. Per disporsi ad un vero incontro con l’altro, si richiede uno sguardo amabile posato su di lui. Questo non è possibile quando regna un pessimismo che mette in rilievo i difetti e gli errori altrui, forse per compensare i propri complessi. Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. In tal modo protegge sé stesso, perché senza senso di appartenenza non si può sostenere una dedizione agli altri, ognuno finisce per cercare unicamente la propria convenienza e la convivenza diventa impossibile. Una persona antisociale crede che gli altri esistano per soddisfare le sue necessità, e che quando lo fanno compiono solo il loro dovere. Dunque non c’è spazio per l’amabilità dell’amore e del suo linguaggio. Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.

Non cerca il suo interesse

Il testo greco, οὐ ζητεῖ τὰ ἑαυτῆς (ou zetei ta heautēs), si tradurrebbe non cerca il suo (il traduttore, giustamente, ha sottinteso: il suo inter­esse). Il verbo ζητέω (zetéo) indica una ricerca che insiste fino a che non trova. Allora, un amore che “cerca il pro­prio interesse” è un amore che può sembrare generoso e attento all’altro ma alla fine giunge a realizzare il proprio interesse.

Il cercare il proprio inter­esse, comporta anche il ricercare e il preferire sem­pre il proprio piacere, a scapito della relazione. Bisogno di essere sempre appagato.

C’è poi anche il caso di un amore che mostra gen­erosità e dedizione all’altro ma non per l’altro, per sen­tirsi a posto con sé stessi, per soddisfare il proprio senso di giustizia.

L’esito di un amore che cerca il proprio interesse è la solitudine. Se non ci si al­lontana da sé stessi, dal proprio ego, non incontriamo mai nessuno.

 

Amoris Laetitia n. 101

Distacco generoso

101. Abbiamo detto molte volte che per amare gli altri occorre prima amare sé stessi. Tuttavia, questo inno all’amore afferma che l’amore “non cerca il proprio interesse”, o che “non cerca quello che è suo”. Questa espressione si usa pure in un altro testo: «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4). Davanti ad un’affermazione così chiara delle Scritture, bisogna evitare di attribuire priorità all’amore per sé stessi come se fosse più nobile del dono di sé stessi agli altri. Una certa priorità dell’amore per sé stessi può intendersi solamente come una condizione psicologica, in quanto chi è incapace di amare sé stesso incontra difficoltà ad amare gli altri: «Chi è cattivo con sé stesso con chi sarà buono? […] Nessuno è peggiore di chi danneggia sé stesso» (Sir 14,5-6).

101. Però lo stesso Tommaso d’Aquino ha spiegato che «è più proprio della carità voler amare che voler essere amati»[110] e che, in effetti, «le madri, che sono quelle che amano di più, cercano più di amare che di essere amate».[111] Perciò l’amore può spingersi oltre la giustizia e straripare gratuitamente, «senza sperarne nulla» (Lc 6,35), fino ad arrivare all’amore più grande, che è «dare la vita» per gli altri (Gv 15,13). È ancora possibile questa generosità che permette di donare gratuitamente, e di donare sino alla fine? Sicuramente è possibile, perché è ciò che chiede il Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

Shelomoh e Shûlammît

La coppia del Cantico dei Cantici

Anche se brani del Cantico sono scelti per la celebrazione di molti matrimoni, perché evidentemente gli sposi si sentono rappresentati da questa parola, in questo libro non esiste l’istituzione matrimoniale che del resto non è presente in nessun libro della Bibbia, ma solo la realtà e l’esperienza di un uomo e una donna e il loro modo di leggerla e interpretarla in maniera vitale, profonda e significativa. Ogni volta che leggiamo Sposa o Sposo, in realtà sono termini posti dal traduttore che non riescono a nascondere una certa ideologia.

“Quando due esseri si attraggono a vicenda, non sanno ciò che fanno, non sanno ciò che vogliono, non sanno ciò che cercano, non sanno ciò che trovano. Che senso ha questo desiderio che li spinge uno verso l'altro? Si tratta del desiderio del piacere? Certamente. Ma è una povera risposta, perché nello stesso tempo si percepisce che il piacere non ha senso per se stesso, ha un valore figurativo. Di che cosa? Abbiamo la coscienza viva ed oscura che il sesso partecipa ad un tessuto di potenze le cui armoniche cosmiche sono dimenticate ma non abolite (...), che la vita è unica, universale, tutta in tutti, ed è a questo mistero che la gioia sessuale rende partecipi; che l'uomo non si personalizza eticamente, giuridicamente se non si immerge nel fiume della vita. Ma questa coscienza viva è anche una coscienza oscura, perché sappiamo bene che l'universo, al quale la gioia sessuale partecipa, si è radicato in noi; che la sessualità è il vertice di un’Atlantide sommersa. Da qui, il suo enigma”. (P. RICOEUR, La sexualité. La merveille, l'errance, l'origine, Esprit 11 (1960)164-175).

Il Cantico dei Cantici, in ebraico Sir hassirim è “il cantico più bello” o “il cantico per eccellenza” è un piccolo libretto di 8 capitoli la cui presenza nella Bibbia non è così scontata. È un cantico d’amore tra due giovani, Shelomoh (Pacifico) e Shûlammît (Pacifica), non esattamente pudico, per questo ha trovato non poche difficoltà ad entrare nel canone biblico sia cristiano che giudaico (colpisce che non si trovi mai nominato Dio se non un lieve riferimento in 8,6.

È vero che per secoli la Chiesa a partire dai Padri, in particolare Origene, ha fatto di questo testo una lettura “tipologica”, vedendo nell’amore qui descritto un rimando all’amore tra Dio e il suo popolo. Ma circa a metà del ‘900, si è iniziato seriamente a leggere il CdC nel suo senso letterale, ossia come un testo che parla dell’amore umano. Non è che prima non lo avessero compreso, semplicemente non lo si poteva dire. È divertente l’indicazione di Gerolamo, il quale riteneva che nella Bibbia vi erano libri più difficili di altri come il vangelo di Giovanni che non poteva essere letto prima dei 25 anni compiuti e il Cantico dei Cantici prima dei 60 anni (!).

“È però il pericolo di ogni forte amore erotico che per esso si perda, vorrei dire, la polifonia della vita. Intendo dire questo: Dio e la sua eternità vogliono essere amati con tutto il cuore; non in modo che ne risulti compromesso o indebolito l’amore terreno, ma in un certo senso come Cantus firmus, rispetto al quale le altre voci della vita suonano come contrappunto; uno di questi temi contrappuntistici, che hanno la loro piena autonomia e che sono tuttavia relazionati al Cantus firmus, è l’amore terreno; anche nella Bibbia c’è infatti il Cdc e non si può veramente pensare amore più caldo, sensuale, ardente di quello di cui esso parla (cfr. Cdc 7,6). È davvero una bella cosa che appartenga alla Bibbia, alla faccia di tutti coloro per i quali lo specifico cristiano consiste nella moderazione delle passioni (dove esiste mai una tale moderazione nell’Antico Testamento?). Dove il Cantus firmus è chiaro e distinto, il contrappunto può dispiegarsi con il massimo vigore”. (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa - lettera del 20 maggio 1944).

 1. Non è un tutorial

Il Cantico dei Cantici non è un tutorial dell’arte di amare. Qui non si vuole insegnare nulla. Il Cantico prende le distanze da tanti altri testi coevi impegnati nella illustrazione dell’esercizio dell’amore spirituale e fisico. Il Cantico è un testo unico nel suo genere, e va al di là dei generi letterari sino ad allora conosciuti; con tutta la sua passionalità è l’espressione dell’esuberante gioia dell’amore giovanile. Leggendolo come simbolo della passione di Dio per il suo popolo è da notare il ribaltamento di prospettiva. Forse siamo abituati a cogliere il movimento opposto, cioè dal modello di amore di Dio per l’uomo, all’amore tra uomo e donna. Qui invece la direzione è chiarissima e opposta: come una donna ama un uomo (e un uomo la sua donna), così Dio ama il suo popolo. Prospettiva ribaltata.

2. Un amore contrastato

L’amore debordante di un ragazzo e una ragazza si scontra immediatamente con le regole della società e le sue prassi atte a regolare l’ordine costituito. I primi ad osteggiare con veemenza la scelta di libertà della ragazza sono proprio i suoi fratelli:

“I miei fratelli si sono adirati con me; mi hanno messa a guardia delle vigne, ma la mia vigna io l'ho trascurata”. (1,6)

Di fronte ai fratelli che la ritengono ancora una bambina, la ragazza difende con orgoglio il suo amore sostenendo di non appartenere più all’infanzia, affermando la maturità della sua coscienza e del suo corpo, cosicché anche il suo amore è da considerare maturo e, dunque, accettabile.

8Una sorella piccola abbiamo, e ancora non ha seni. Che faremo per la nostra sorella nel giorno in cui si parlerà di lei? 9Se fosse un muro, le costruiremmo sopra una merlatura d'argento; se fosse una porta, la rafforzeremmo con tavole di cedro.

10Io sono un muro e i miei seni sono come torri! Così io sono ai suoi occhi come colei che procura pace! (8, 8-10)

Alla custodia paternalistica si aggiungono altre figure maschili, perfettamente d’accordo con la linea educativa patriarcale: le sentinelle, che addirittura diventano violente con la ragazza colta in strada alla ricerca dell’amato.

1Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l'amore dell'anima mia;
l'ho cercato, ma non l'ho trovato.
2Mi alzerò e farò il giro della città
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l'amore dell'anima mia.
L'ho cercato, ma non l'ho trovato.
3Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città:
«Avete visto l'amore dell'anima mia?». (3,1-3)

l'ho cercato, ma non l'ho trovato,
l'ho chiamato, ma non mi ha risposto.
7Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città;
mi hanno percossa, mi hanno ferita,
mi hanno tolto il mantello
le guardie delle mura. (5,6c-7)

Fratelli e guardie rappresentano il mondo adulto che non capisce la passione dell’amore giovanile e cerca di imbrigliarlo piuttosto che educarlo, che tenta di sopprimerlo piuttosto che capirlo. Inoltre, nella violenza delle guardie che strappano lo scialle della ragazza, quasi si intuisce il desiderio attivo di abusare di lei.

3. Ritorno all'origine

Il luogo principale dove è ambientato Il Cantico dei Cantici è soprattutto un giardino (ci sono anche immagini di città ma soprattutto un giardino). Ma, al di là del luogo, i corpi stessi dell'amato e dell’amata vengono descritti come un “giardino” rigoglioso. Possiamo fare dialogare questo testo interstestualmente con tutta la raccolta dei libri che compongono la Bibbia, in particolare tutti quei testi dove compare il “giardino”, primo fra tutti il testo della Genesi.

Allora è come se, attraverso il Cantico dei Cantici, Adamo ed Eva, coppia primordiale, archetipo di ogni coppia (Adamo ed Eva non sono mai esistiti, ma tornano a esistere tutte le volte che un uomo e una donna si amano, sperimentano un fallimento affettivo, si lasciano sedurre dalla voce sibilante dell’animale più astuto e perdono il senso della loro storia d’amore) li ritroviamo all’interno del giardino dell’amato e dell’amata che non viene più riconosciuto come “terra arida” o come “campo di battaglia”.

È una situazione che si sperimenta quando nelle coppie si litiga e spesso ci si rivolge all'altro con la frase: “Non mi toccare”! Il corpo dell’altro diventa quasi qualcosa che ti dà fastidio: come può questo corpo che ti ha ferito, che ti fa arrabbiare, che ti irrita, ritornare ad essere per te “un giardino”, dove tu ti ristori?

Un midrash ebraico racconta che Adamo ed Eva, quando si ritrovarono fuori, si chiesero: “Adesso noi come faremo a ritornare in quel giardino? E Dio donò loro il Cantico.

Una lettura interessante del Cantico dei Cantici è quella che lo mette in parallelo con il testo di Genesi. Adamo ed Eva, si sono trovati l’uno accanto all’altro e ci è stata detta qual è la reazione di Adamo mentre usa un linguaggio trasfigurato e appassionato:

"Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa…” (Gen 2, 23).

Adamo si sveglia dal suo sonno e si trova accanto una creatura che riconosce come, non parte di sé, ma come sé, altro da sé, “aiuto” che gli sta di fronte, ma che sente come sé… Viene usato il linguaggio dell’innamoramento e della fusione: “carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa...” . Non ci era stata riportata la voce di Eva, che cosa ne avesse pensato Eva. Allora è come se il Cantico dei Cantici, finalmente ci fa udire la voce di Eva dando spazio fosse raccontato dando spazio alla voce di Shûlammît.

Possiamo allora leggere il Cantico dei Cantici come un commento alla Genesi, una sua riscrittura.

4. Il vero peccato più grande

Soprattutto la lettura patristica ci ha fatto credere che la sessualità sia entrata in scena quando Adamo ed Eva hanno scoperto la nudità e se ne sono resi conto. Ma la sessualità, nella Genesi, nasce con la coppia primordiale, nasce con quelle parole di stupore che Adamo dice della sua donna quando la riconosce.

"Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa” (Gen 2, 23).

La sessualità nasce con la creazione e viene riconosciuta subito come buona.

Tuttavia, a causa della voce “sibilante” del demonio avviene la “deformazione dello sguardo”. Nel mezzo della relazione si insinua un sospetto, qualcosa di strisciante, e qualcosa cambiò. Del corpo, con il suo limite si sentì il peso anziché l’opportunità.

Il voler essere come Dio, diventare immortali, tutte categorie che dicono il non voler essere corpo. Quando lo sguardo è deformato, si insinua il sospetto che non è bene essere corpo e bisogna trascendere il corpo.

che cosa avviene con” la deformazione dello sguardo”? Le parole che Dio rivolge alla donna ci ricordano in sintesi questa deformazione:

«Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». (Gen 3,13).

Il volere essere come Dio, ebbe l’effetto più tragico nella relazione, il potere entrò nella relazione più intima.

La conseguenza di avere mangiato il frutto non è la sessualità, è qualcosa di più strisciante è il potere che è entrato nelle relazioni più intime, ma in principio non era così. Il peccato assume il volto del dominio nelle relazioni paritetiche (patriarcato), la competizione. La relazione diventa viziata, ecco che non c’è più un giardino ma un deserto, un campo di battaglia dove ci si ferisce in quella relazione. Ecco perché Dio deve porre rimedio cucendo una tunica così che la nudità dell’altro non diventi il tuo potere per fargli del male.

5. Il dono del Cantico

Il Cantico dei Cantici ci ricolloca in quel giardino, anche se un giardino che non è perfetto, è attraversato da conflitti, non è il giardino primordiale, ma è il giardino ritrovato, da custodire. Il Giardino dell’amore. Il tema di questo libro è: si può essere felici anche se il potere è entrato nelle relazioni?. La risposta è sì. All’interno di un mondo patriarcale, una giovane coppia vive un’esperienza liberante dove il potere non entra, dove il mio desiderio si volge verso di lui e il suo verso di me senza che nessuno domini.

Curare le relazioni ferite passa attraverso il riuscire ad essere il giardino chiuso che tiene fuori i demoni dei poteri.

La cosa interessante è che non abbiamo un mondo perfetto esente da poteri contro l’amore, ma abbiamo un luogo dove questi poteri, attraverso l’amore sono tenuti a bada.

È vero che forte come la morte è l’amore, anzi più forte.

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