L'Amore... non non si adira

Irritarsi è la traduzione di παροξύνεται (paroxynetai), verbo composto da παρά (parà) che significa oltre e ὀξύς (oxýs) cioè tagliente, affilato. Quindi l’irritarsi significherebbe diventare oltre modo tagliente, affilato. Inoltre questo verbo è riflessivo; L’irritarsi è un’azione che ricade sullo stesso soggetto che la compie. Forse si è portati a pensare che la propria irritazione è causata e quindi opera di altri ma non è così.

Amoris Laetitia n. 103

Senza violenza interiore

Se la prima espressione dell’inno ci invitava alla pazienza che evita di reagire bruscamente di fronte alle debolezze o agli errori degli altri, adesso appare un’altra parola – paroxynetai – che si riferisce ad una reazione interiore di indignazione provocata da qualcosa di esterno. Si tratta di una violenza interna, di una irritazione non manifesta che ci mette sulla difensiva davanti agli altri, come se fossero nemici fastidiosi che occorre evitare. Alimentare tale aggressività intima non serve a nulla. Ci fa solo ammalare e finisce per isolarci. L’indignazione è sana quando ci porta a reagire di fronte a una grave ingiustizia, ma è dannosa quando tende ad impregnare tutti i nostri atteggiamenti verso gli altri.

Tutti rischiamo di farci travolgere dall’aggressività. Abbiamo dentro di noi una richiesta di giustizia che può sfociare nell’aggressività; bisogna fare in modo di non far scattare quel meccanismo che ci porta ad andare “oltre”. Non bisogna farsi coinvolgere nell’ira.

Amoris Laetitia n. 104

Il Vangelo invita piuttosto a guardare la trave nel proprio occhio (cfr Mt 7,5), e come cristiani non possiamo ignorare il costante invito della Parola di Dio a non alimentare l’ira: «Non lasciarti vincere dal male» (Rm 12,21). «E non stanchiamoci di fare il bene» (Gal 6,9). Una cosa è sentire la forza dell’aggressività che erompe e altra cosa è acconsentire ad essa, lasciare che diventi un atteggiamento permanente: «Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). Perciò, non bisogna mai finire la giornata senza fare pace in famiglia. «E come devo fare la pace? Mettermi in ginocchio? No! Soltanto un piccolo gesto, una cosina così, e l’armonia familiare torna. Basta una carezza, senza parole. Ma mai finire la giornata in famiglia senza fare la pace!».[112]La reazione interiore di fronte a una molestia causata dagli altri dovrebbe essere anzitutto benedire nel cuore, desiderare il bene dell’altro, chiedere a Dio che lo liberi e lo guarisca: «Rispondete augurando il bene. A questo infatti siete stati chiamati da Dio per avere in eredità la sua benedizione» (1 Pt 3,9). Se dobbiamo lottare contro un male, facciamolo, ma diciamo sempre “no” alla violenza interiore.

L'Amore... non tiene conto del male ricevuto

λογίζεται τὸ κακόν (logizetai to kakon). Il verbo λογίζομαι (logízomai) significa: contare; calcolare; prendere in considerazione una cosa come avente peso, utile; meditare. Quindi, l’amore non fa la “somma” del male che riceve. Un altra cosa che non bisogna fare è continuare a rimuginare sul male. Si creano connessioni con tante altre cose reali e no (si “fanno dei film”)

 

Amoris Laetitia nn. 105-108

Perdono

105. Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakon significa “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

106. Quando siamo stati offesi o delusi, il perdono è possibile e auspicabile, ma nessuno dice che sia facile. La verità è che «la comunione familiare può essere conservata e perfezionata solo con un grande spirito di sacrificio. Esige, infatti, una pronta e generosa disponibilità di tutti e di ciascuno alla comprensione, alla tolleranza, al perdono, alla riconciliazione. Nessuna famiglia ignora come l’egoismo, il disaccordo, le tensioni, i conflitti aggrediscano violentemente e a volte colpiscano mortalmente la propria comunione: di qui le molteplici e varie forme di divisione nella vita familiare».

107. Oggi sappiamo che per poter perdonare abbiamo bisogno di passare attraverso l’esperienza liberante di comprendere e perdonare noi stessi. Tante volte i nostri sbagli, o lo sguardo critico delle persone che amiamo, ci hanno fatto perdere l’affetto verso noi stessi. Questo ci induce alla fine a guardarci dagli altri, a fuggire dall’affetto, a riempirci di paure nelle relazioni interpersonali. Dunque, poter incolpare gli altri si trasforma in un falso sollievo. C’è bisogno di pregare con la propria storia, di accettare sé stessi, di saper convivere con i propri limiti, e anche di perdonarsi, per poter avere questo medesimo atteggiamento verso gli altri.

108. Ma questo presuppone l’esperienza di essere perdonati da Dio, giustificati gratuitamente e non per i nostri meriti. Siamo stati raggiunti da un amore previo ad ogni nostra opera, che offre sempre una nuova opportunità, promuove e stimola. Se accettiamo che l’amore di Dio è senza condizioni, che l’affetto del Padre non si deve comprare né pagare, allora potremo amare al di là di tutto, perdonare gli altri anche quando sono stati ingiusti con noi. Diversamente, la nostra vita in famiglia cesserà di essere un luogo di comprensione, accompagnamento e stimolo, e sarà uno spazio di tensione permanente e di reciproco castigo.

Allegati

La più dolce eresia che uomo e donna
Sappiano praticare
È convertirsi l’uno all’altro-
Benché la fede si fermi a due-
Le chiese sono molto frequentate –
Il rituale – esiguo-
La grazia – certamente inevitabile-
Mancare – è da infedeli

(E. Dickinson, Tutte le poesie, 387)


Il perdono è la risposta al sogno di un bambino: un miracolo grazie al quale l’oggetto in frantumi è ancora intatto e quello sporco è ancora pulito. In questo senso abbiamo bisogno di perdonare e di essere perdonati. Nella percezione di Dio, nulla si frappone fra Lui e noi: noi siamo perdonati. Ma non possiamo avere questa percezione se lasciamo qualcosa in sospeso tra noi e il nostro prossimo.

(Dag Hammarskjöld, Tracce di cammino, Qiqajon, p. 143)


Davide e Betsabea

Dalla violenza alla grazia

Nella piccola rassegna di coppie bibliche che ci accompagnano lungo questa tratta di cammino, Davide e Betsabea rappresentano sicuramente una realtà diversa dal consueto. La relazione tra Davide e Betsabea, non parte da una storia d’amore ma di egoismo. In origine vi sono due situazioni molto pesanti: un adulterio e un omicidio, prepotenza e brutalità. I due personaggi, inoltre, hanno una storia molto diversa: tanto è ricca di eventi quella di Davide, quanto è semplice, quasi anonima, quella di Betsabea. La loro vicenda ci può disturbare, forse spaventare ma richiede senz’altro la nostra “cura” nell’ascolto per scoprire il vangelo della misericordia e della grazia che è rivolto a tutti noi.

1. Il contesto

Tutta la storia di Davide, secondo re d’Israele durante la prima metà del X secolo a.C. è narrata in diversi libri della bibbia: primo e secondo libro di Samuele, primo libro dei Re, primo libro delle Cronache. Il materiale è tantissimo ed è stato rielaborato nell’arco di circa un secolo, a partire da 400 anni dopo la morte di Davide. Questa distanza dalla morte di Davide alla stesura delle sue vicende, non getta dubbi su quanto riportato di lui ma conferma l’importanza di questa figura biblica il cui profilo ci riporta la fisionomia di un uomo dalla personalità forte e complessa, pronto a gesti di grande prepotenza e violenza, ma anche di grande generosità, spregiudicato nel conseguire i suoi obiettivi politici e nello stesso tempo capace di riconoscere i propri errori e di chiedere perdono.

Di Betsabea, il cui nome significa settima figlia o figlia della quercia, nella Bibbia è detto molto poco se non che era una donna molto bella, moglie di Uria l’Ittita, servo fedele di Davide. Eppure la vicenda di questa donna, apparentemente anonima, ha un ruolo fondamentale nella storia della salvezza poiché dall’unione con Davide nascerà il grande re Salomone.

La storia d’amore con Betsabea occupa solo una breve parte e non emerge mai come storia a sé; tra i due è sempre presente, in primo piano o sullo sfondo, qualche altro personaggio che incide e orienta in modo significativo le loro scelte. Questo elemento è interessante per la nostra fede, ci aiuta a comprendere che la storia della salvezza non è mai un fatto individuale.

Poniamo attenzione ad alcune fasi di questa storia.

a. L'amore non amore

«1All'inizio dell'anno successivo, al tempo in cui i re sono soliti andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a compiere devastazioni contro gli Ammoniti; posero l'assedio a Rabbà, mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. 2Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella d'aspetto. 3Davide mandò a informarsi sulla donna. Gli fu detto: «È Betsabea, figlia di Eliàm, moglie di Uria l'Ittita». 4Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Ella andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla sua impurità. Poi ella tornò a casa» (2Sam 11,1-4).

All’inizio di ogni storia d’amore c’è sempre un attrazione, un coinvolgimento dei sensi che porta l’uomo e la donna a cercarsi e ad avvicinarsi; a questo primo momento di fascino e seduzione in genere segue quello del nascere e svilupparsi di sentimenti che pian piano trasformano l’incontro in una relazione di significato. Davide è attratto da Betsabea perché è una donna bellissima, ma non sappiamo se questo desiderio è reciproco o se essa abbia acconsentito alla richiesta dell’incontro solo per obbedienza al re. Lui «mandò a prenderla»: nessuna richiesta, nessun corteggiamento, nessun dubbio.

«Ella andò da lui ed egli giacque con lei [...] Poi ella tornò a casa». Il testo biblico non ci dice nulla della nascita di un amore, viene riportato solamente un semplice atto sessuale destinato a rimanere senza seguito perché vissuto senza alcun coinvolgimento del cuore. Eppure è da questo incontro che prende l’avvio una vicenda forte intensa e ricca di colpi di scena.

 

b. La violenza del potere

«5La donna concepì e mandò ad annunciare a Davide: «Sono incinta». 6Allora Davide mandò a dire a Ioab: «Mandami Uria l'Ittita». Ioab mandò Uria da Davide. 7Arrivato Uria, Davide gli chiese come stessero Ioab e la truppa e come andasse la guerra. 8Poi Davide disse a Uria: «Scendi a casa tua e làvati i piedi». Uria uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una porzione delle vivande del re. 9Ma Uria dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. 10La cosa fu riferita a Davide: «Uria non è sceso a casa sua». Allora Davide disse a Uria: «Non vieni forse da un viaggio? Perché dunque non sei sceso a casa tua?». 11Uria rispose a Davide: «L'arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioab mio signore e i servi del mio signore sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per giacere con mia moglie? Per la tua vita, per la vita della tua persona, non farò mai cosa simile!». 12Davide disse a Uria: «Rimani qui anche oggi e domani ti lascerò partire». Così Uria rimase a Gerusalemme quel giorno e il seguente. 13Davide lo invitò a mangiare e a bere con sé e lo fece ubriacare; la sera Uria uscì per andarsene a dormire sul suo giaciglio con i servi del suo signore e non scese a casa sua. 14La mattina dopo Davide scrisse una lettera a Ioab e gliela mandò per mano di Uria. 15Nella lettera aveva scritto così: «Ponete Uria sul fronte della battaglia più dura; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia». 16Allora Ioab, che assediava la città, pose Uria nel luogo dove sapeva che c'erano uomini valorosi. 17Gli uomini della città fecero una sortita e attaccarono Ioab; caddero parecchi della truppa e dei servi di Davide e perì anche Uria l'Ittita. 18Ioab mandò ad annunciare a Davide tutte le cose che erano avvenute nella battaglia» (2Sam 11,5-18).

Il racconto mette in evidenza prima l’astuzia di Davide che vuole liberarsi di Betsabea e del figlio che attende, cercando di coinvolgere il marito Uria con inganni, e, successivamente, la cinica strategia di quest’uomo per realizzare in modo pieno l’obiettivo di avere Betsabea tutta per sé: far sì che Uria muoia in battaglia. Ancora non ci sono parole sull’esistenza di sentimenti nati tra i due, solo comunicazioni fredde di Betsabea, «sono incinta», e messaggi crudeli di Davide ai servitori: Ponete Uria sul fronte della battaglia più dura; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia».

Davide è colui che, grazie al suo potere di re, può disporre a piacimento della vita degli uomini e delle donne suoi sudditi. Betsabea è colei che, passivamente, sembra assistere e assuefarsi a scelte e gesti che pure stravolgono in modo violento la sua vita.

Nell’assenza dei sentimenti esplicitati, diventano protagonisti la prepotenza, la violenza e l’abuso di potere.

c. La consapevolezza e l’avvio al cambiamento

«26La moglie di Uria, saputo che Uria, suo marito, era morto, fece il lamento per il suo signore. 27Passati i giorni del lutto, Davide la mandò a prendere e l'aggregò alla sua casa. Ella diventò sua moglie e gli partorì un figlio. Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore» (2Sam 11,26-27).

Continua questo scorrere lento e apparentemente anaffettivo del racconto mentre si svolge una storia così carica di crudeltà, fino a quando c’è un risveglio della mente, della coscienza, dell’etica: il male compiuto appare in tutta la sua intensità. Ciò che era male agli occhi del Signore è male agli occhi di Davide e Betsabea. Da questo momento prende il via una storia completamente diversa, quasi un altra vita di quest’uomo e di questa donna, uniti in matrimonio, devono vivere prima il dolore della morte del loro primo figlio e poi godranno, come semplici genitori, nel veder nascere un secondo figlio e altri ancora.

 

L’amore è il desiderio fattosi saggio

(Herman Hesse, “Sull’Amore”)

Rileggendo questa strana storia d’amore possiamo soffermarci su alcuni punti:

● la violenza-possibile anche in una storia d’amore.

Le parole amore e violenza sembrano inconciliabili, eppure contengono entrambe, nella loro radice etimologica, qualcosa che le rende vicine. Il verbo amare (da cui il sostantivo amore) ha alla origine dalla semplice sillaba kam (radice indoeuropea) che significa forte desiderio, mentre il termine violenza deriva da vis ed elentus, significa energia, forza in eccesso. Amore e violenza, quindi, essendo uniti alla stessa forza e desiderio senza limiti, rischiamo di offuscare altri pensieri e sentimenti. Questa forza, che può andare in direzione della crescita dell’amore ma anche in senso opposto, si può manifestare in occasioni diverse. Una insidia la si trova nei momenti in cui bisogna condividere il progetto di vita, lì dove un membro della coppia potrebbe orientare il proporio desiderio per prevaricare l’altro. Anche la sessualità occupa un posto significativo in questa dinamica, questa è, nella coppia, tra le principali forme di comunicazione e può correre il rischio di diventare violenta se non si impara, con il passare del tempo, a rispondere a esigenze diverse, a rispettare i tempi e i modi dell’altro. È indispensabile non temere ii rapporti dialettici, faticosi ma vitali e non dare mai per scontato che la propria idea di bene, di vero e di giusto sia sovrapponibile automaticamente all’idea dell’altro.

 

● la capacità e necessità di esprimere emozioni e sentimenti per costruire relazioni autentiche.

La Storia di Davide e Betsabea è contraddistinta al principio da una quasi totale assenza di manifestazione di ciò che è sentito nel più profondo di loro stessi. Sembra prevalere il silenzio, la comunicazione fredda, essenziale, scarna.

Il silenzio può assumere il significato di intimità profonda solo se è il risultato di una grande, reciproca conoscenza; molte volte, però, è solo espressione di aridità e di un pericoloso vuoto della comunicazione affettiva, fino a divenire la maschera di un atteggiamento ostile e violento che chiude la porta all’incontro con l’altro.

Deve essere chiaro che l’amore non va solo sentito e vissuto, ma anche “detto” e che per costruire nel tempo la stabilità di una relazione bisogna imparare a “parlare d’amore” lungo le stagioni della vita. Un parlare che non può definirsi solo raccolta di parole, ma soprattutto rilettura dei segni d’amore che accompagnano la nostra vita, perché è nel riconoscimento di questi che ognuno di noi può diventare capace di restituzione d’amore.

Anche nelle più normali storie d’amore la violenza – se non fisica quella più sottile e psicologica – è in agguato. Certe forme di violenza sono così subdole che non è riconosciuta neppure da chi la esercita.

● la presenza di altri che possono aprire orizzonti nuovi al nostro vivere.

Il rischio di ogni relazione d’amore rimane sempre, tuttavia, quello di rimanere, nel bene e nel male, chiusa in se stessa, impermeabile a ogni interferenza con gli altri che ci circondano e con la storia nella quale siamo immersi.

La vicenda di Davide e Betsabea ha una svolta importante quando, grazie alle parole del profeta Natan inviato dal Signore, il grande re e guerriero diventa solo un uomo e comprende tutto il male compiuto. C’è stato bisogno di “un altro”, il profeta Natan, perché i due aprissero gli occhi della mente e del cuore e i cammino potesse realizzarsi.

Spesso nella vita di coppia si avverte la percezione che solo grazie alla presenza di “un altro” è possibile arrivare a comprendere meglio la realtà intoro e dentro di noi e fare le scelte migliori.

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